Diego Ernesto Ojos Ibarria PDF Stampa E-mail

Intervista a Diego Ernesto Ojos Ibarria


Abbiamo incontrato Diego Ernesto Ojos Ibarria al bar della stazione di Imola. Classico luogo d'incontro dei viaggiatori.

Ha uno zaino al posto del trolley e decisamente più di vent'anni. Oltre a un'aria un po' sdrucita.

Basta già questo a renderlo simpatico e assolutamente riconoscibile fra la folla indistinta dei pendolari.

Un personaggio insolito. Che vuole assolutamente il "tu", come si usa fra amici.

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D: Come sei venuto in contatto con Colonne d'Ercole? Non certo grazie ad internet visto che sappiamo che non ami molto le nuove tecnologie...

R: In Argentina ho conosciuto uno dei componenti del gruppo in un bar di Puerto Madero, a Buenos Aires. Entrambi moderatamente ubriachi, abbiamo preso a discutere prima di calcio, così tanto per entrare in confidenza, e poi di letteratura. Non ricordo molto bene tutto quello che ci siamo detti, ma è nata una bella amicizia che alla fine mi ha portato qui.

D: Internet però da visibilità a un autore.

R: Indubbiamente. Io però amo molto la tranquillità, non apparire. Ti consente libertà che altrimenti non avresti. E comunque sono sempre reperibilissimo nei miei libri! La tecnologia è importante finché non diviene sostitutiva del rapporto interpersonale, deve essere un mezzo non un fine, un approdo. L'incontro fisico è sempre un momento emozionante anche se spaventa. Ma se vuoi vivere appieno la vita non ti puoi nascondere. Prendi questa intervista: arricchisce di più così, faccia a faccia. E' più vera. E' più difficile mentire, così. Noi potremmo raccontare d'esserci conosciuti.

D: Tra i tanti paesi in cui hai vissuto e hai visitato, perchè hai scelto proprio le San Blas per il tuo romanzo?

R: Perchè è una realtà, una dimensione unica, fuori dal tempo come le favole. Una contraddizione nel mondo moderno che in sé rappresenta già la trama di un romanzo.

D: Credi che sia una soluzione valida quella adottata nella Comarca di San Blas, per resistere alla realtà odierna? L'isolamento intendo....

R: E' l'unica possibile per non perdere la propria identità. Finché hai ad esempio un senso vago del denaro, come lì, dove l'economia conosce ancora il baratto, cioè uno scambio per la mera soddisfazione dei bisogni riesci a dare alla vita un valore del tutto speciale. Vivi, nonostante tutti i problemi quotidiani, nel cuore stesso della felicità. La società dei consumi, con l'introduzione del denaro, finisce col dare un prezzo a tutto. Anche hai sogni. E un sogno che ha un prezzo, che sogno è?

D: Come definiresti il tuo romanzo?

R: Non può essere considerato un poliziesco o un noir perchè non vi sono segreti, tutto è noto al lettore fin da subito. E' più la semplice narrazione di quanto accade al protagonista, catapultato in un mondo a lui contiguo geograficamente ma allo stesso tempo lontano anni luce. E' la storia di uno smarrimento, di una contraddizione vivente: il commissario Marcos Uribe Inturriaga. Esattamente come lo è il Sudamerica, dove nessun ruolo è mai ben definito, statico.

D: La sostituzione del testamento ad opera di Marcos è solo una trovata letteraria o, da quello che lasci intendere, potrebbe veramente accadere, laggiù. Da noi sarebbe impossibile...

R: Sul serio? A leggere quello che accade da voi non mi sembra proprio. Comunque sì, lì può accadere qualsiasi cosa. Tutto è possibile, nulla sorprende.

Ma non vi è la cattiveria che colgo da questa parte dell'oceano. Si è furfanti solo per necessità...

D: Davvero il commissario fuma solo sigari? Cubani, di sicuro...

R: Certo, assolutamente sempre cubani. Innanzitutto perchè sono i migliori, il mondo intero lo riconosce. E poi Cuba è un paese che amo molto, anche se, oggi è solo un ricordo. E un rimpianto.

D: Nel romanzo scrivi che  "I gringos rappresentano par l'America Latina una malattia incurabile": E' solo una battuta da romanzo o un tuo pensiero?

R: La risposta deve essere diplomatica. Hai presente i "missili intelligenti"? E' sufficiente inserire una foto e il missile ti scova, ovunque tu ti nasconda. Quindi... i gringos sono un'autentica benedizione! A parte gli scherzi,  i gringos sono un po' come bambini e il Sudamerica è il loro cortile dei giochi sotto casa. Il che non è affatto rassicurante.

D: Anche l'Italia però...

R: Può essere. Ma il Sudamerica è il giardino "sotto casa". L'Italia è un parco giochi a due isolati di distanza. La mamma, non sempre li lascia andare...

Comunque, ci hanno dato il blues e il rock'n roll, Stephen King, Tarantino e John Belushi.

Come bambini non possono che crescere; certo con i genitori che hanno... Voi europei invece, a volte, mi sembrate un po' troppo in là negli anni... Il Sudamerica è giovane, l'Europa vecchia. Un dato di fatto con tutte le relative conseguenze.

D: Parlando di scrittura, vogliamo accennare al problema dell'alfabetizzazione. Ho saputo che è una questione che ti sta molto a cuore.

R: L'analfabetismo è una forma moderna di schiavitù. La cultura rende i poveri consapevoli, liberi e ribelli; non è detto che sia ciò che i governi vogliano. Al di là delle belle parole. Allora tocca alle singole persone con la coscienza malata d'insonnia a darsi da fare. Ciascuno per quel poco che può. Da sudamericano, osservando voi europei, viene il sospetto che se leggere rende liberi, tenete in poco conto la vostra libertà, soprattutto i giovani. Leggete, leggete, leggete.

E scrivete. Leggere e scrivere è resistere.

D: L'accenno al tatuaggio che Marcos ha sul petto assume un significato particolare? Non sembra una cosa buttata lì per caso.

R: Non saprei. Io però ne ho uno identico...

D: La donna non esce molto bene dal romanzo...

R: Il Sudamerica è pervaso da un machismo ancora imperante, pur avendo ultimamente la donna ottenuto anche posti di potere importanti. C'è ancora tanto da conquistare in tal senso, no, anzi, da "pretendere" E comunque le donne saranno la salvezza del Sudamerica. Hanno molto più coraggio degli uomini. Nel senso che, mentre all'uomo spetta il bel gesto eroico, e spesso stupido, le donne restano. Loro scelgono sempre la vita. Per questo sono la nostra speranza.

D: Ti si può descrivere?

R: Fisicamente? Certo, puoi dire che sono il sosia di George Clooney. A parte tutto, non credo che fisicamente sia importante sapere come sono. Però posso dire d'essere un buongustaio, spesso ingordo. Curioso. Sognatore. Poco incline all'ordine, insofferente ai confini.

D: A propositi di buongustaio e ingordigia. La cucina italiana è un cult oltre che per il commissario anche per Diego Ernesto?

R: L'adoro! La cucina è cultura. Conoscerla significa conoscere un paese. E amarlo, o odiarlo, a seconda dei gusti. Il ristorane al Laquito, gestito dalla coppia di italiani, comunque esiste veramente, come pure loro due! Sono più che degli amici. Lei una sorella. Lui, qualcosina di meno.

D: C'è chi ritiene che Diego Ernesto Ojos Ibarria sia solo uno pseudonimo. Qualche dichiarazione al riguardo?

R: Mah... a me come nome piace molto. E a te?

D: Per ora in Italia è stato pubblicato solo San Blas. Come fare per recuperare gli altri tuoi lavori?

R: Sperare che l'Editrice Bacchilega li pubblichi come ha fatto con San Blas! O fare un corso di spagnolo, che nella vita serve sempre, e procurarvi i libri in lingua originale.

D: Programmi a breve?

R: Tanti, ma preferisco non anticipare nulla. A proposito: siete una compagnia letteraria, sono uno scrittore. Magari potrebbe nascere qualcosa, un lavoro assieme. Parliamone. Amor y paz a todos.

(intervista di A.Calamelli e L.Occhi di Colonne d'Ercole - www.colonnedercole.org)

 

Ecco alcuni racconti che l'autore ci ha voluto regalare:

Voglio un nome

Fame e Sazietà

Estrella Roja

 
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