Capitolo IV di Vanes Ferlini PDF Stampa E-mail

CAPITOLO IV  di Vanes Ferlini

 

Il maresciallo Ricchiuti ripone la pistola nella fondina con un sorrisetto compiaciuto. Non la usava da parecchio e darla in testa a un delinquente gli procura sempre soddisfazione.

Non è proprio quello che insegnano alla scuola sottufficiali ma dopo vent'anni nell'Arma l'istinto di sopravvivenza ha la meglio sulle procedure di servizio.

- Vediamo che faccia hai, brutto delinquente - lo rovescia e gli scappa un'esclamazione:

- Coliandro? Ma che adesso fate lo scassinatore?

Rimane basito, inginocchiato di fianco al corpo. Abbattere un sovrintendente di polizia non è il massimo per un carabiniere.

- Non vi avevo riconosciuto, eravate di spalle... a scassinare la scrivania.

Il maresciallo ha l'abitudine di pensare a voce alta, quando è preoccupato. Udire i propri pensieri lo tranquillizza. Continua come se Coliandro potesse udirlo:

- Quando hanno chiamato per segnalare un movimento sospetto, non mi aspettavo certo di trovare voi in casa del commissario. Mica posso immaginare che vi rubate tra di voi.

Cercando invano di controllare il tic all'occhio, solleva il corpo come si prende in braccio un bambino, lo porta in salotto e lo deposita sul divano con estrema delicatezza.

- Il polso è regolare, per fortuna non ho picchiato troppo forte. E adesso che faccio?

Si mette a sedere sulla poltrona.

- Stava cercando qualcosa... qualcosa di importante, altrimenti non avrebbe fatto questa cazzata, in pieno giorno poi - quindi a voce pi√Ļ alta, rivolto al divano: - Certo che siete proprio un coglione, con tutto il rispetto s'intende... ma perch√© devo andarci di mezzo proprio io?

Ripresosi dallo sconcerto, ritorna nello studio. Il cassetto della scrivania è rimasto aperto a metà.

- E questa che roba è?

Afferra le carte e le scorre velocemente. Le prime pagine sono stampate al computer, quelle sotto invece scritte a mano con calligrafia illeggibile.

La sua cultura letteraria è limitata ai Gialli Mondadori ma gli pare chiaro che si tratta di appunti per un romanzo. Il primo foglio porta nell'intestazione il nome dello scrittore ammazzato; a centro pagina un elenco di nomi.

- Per la miseria, questo dev'essere il romanzo che stava scrivendo quando l'hanno fatto fuori.

Con l'occhio buono legge qualche frase saltando da un foglio all'altro, attirato dai nomi che incontra.

"De Luca non si rende conto dello stadio della malattia... stroncato dal morbo di Alzheimer nel fiore degli anni".

"L'ispettrice Negro sequestrata e seviziata dall'ex-amante".

"Coliandro ferito nel corso di un'operazione antidroga... spirato dopo poche ore per una trasfusione sbagliata".

- Che guazzabuglio è mai questo?

Ricchiuti è convinto che da qualche parte, in quel malloppo di note, appunti e nomi, deve nascondersi la chiave di tutta la faccenda. Il che spiegherebbe perché il materiale si trova nella scrivania di De Luca anziché in quella del fu scrittore.

Un flash-back gli esplode nella mente; le parole di De Luca: "Chissà cosa avrebbe potuto fare..." riferite alla vittima. Fissa le carte e mormora:

- Ecco quello che avrebbe potuto fare anzi, che stava già facendo. De Luca e la Negro giocano sporco, hanno cercato di depistarmi. Allora da quale parte stanno? Oppure... - gli balena una possibilità così assurda da sembrare quasi vera.

Continua a sfogliare e nell'ultima pagina trova una scritta a caratteri maiuscoli ben chiari:

"I PERSONAGGI NON SOPRAVVIVERANNO ALL'AUTORE".

Gli suscita una profonda inquietudine. Con le mani non troppo salde ritorna alla prima pagina. Scorre l'elenco dei nomi e tira un sospiro di sollievo non trovandovi il suo.

Dal salotto proviene un gemito. Deve pensare in fretta, anche se non è la sua specialità.

I fogli gli bruciano in mano: un'occasione cos√¨ non gli capiter√† pi√Ļ. Del resto quel materiale non appartiene neppure a De Luca.

Un altro lamento, pi√Ļ forte.

Spalanca la finestra, prende il cellulare e chiama la questura. Si fa passare De Luca:

- Sono il maresciallo Ricchiuti. Le consiglierei di venire subito a casa, c'è stata una effrazione".

 

*                  *                   *

 

Il ticchettio della macchina da scrivere risuona nell'ufficio.

Il medico legale √® curvo sulla vecchia Olivetti Lettera 32 che gli √® stata fedele (assai pi√Ļ della moglie) nei trentaquattro anni di professione. Ha sempre rifiutato le macchine elettriche prima e il computer poi.

Nel battere le ultime righe non può fare a meno di sogghignare: questo caso finalmente lo porterà al centro dell'attenzione.

"Adesso tutti sapranno chi sono io, chi è il dottor..." viene interrotto dall'arrivo di Gelsomino. Indossa i guanti chirurgici e con fare timido domanda:

- Scusi, posso chiederle una consulenza?

- Certo, ragazzo mio. Ho giusto finito.

Tutto soddisfatto estrae il foglio dalla macchina, ci spiaccica sopra il timbro a olio come fosse un sigillo regale e lo firma facendo bene attenzione che il nome sia leggibile. Lo ripone nel cassetto della scrivania mormorando tra sé:

- Voglio proprio vedere le facce che faranno in Questura. Allora, cosa volevi dirmi, ragazzo mio?

Gelsomino non risponde. Lo afferra per il camice, lo costringe ad alzarsi, gli torce le braccia dietro la schiena e lo atterra in modo brutale. Tra la sorpresa e il dolore, il dottore non ha modo di reagire.

Con mosse rapide e sicure gli lega polsi e caviglie usando lacci di seta, per non lasciare il segno. Poi lo rialza di peso e lo scaraventa sulla sedia.

Nella mente del medico balena solo lo sconcerto di essere tradito dal suo pupillo.

Gelsomino esce dalla stanza; rientra un attimo dopo con una gabbietta per animali.

- Da bravo, Socrate, vieni fuori.

Apre il portellino e il persiano dagli occhi azzurri di ghiaccio e il pelo candido di morte mette fuori il muso, dà un'occhiata in giro, quindi trotterella difilato verso il medico e gli salta sulle ginocchia.

- Porta via questa bestiaccia!

- Si chiama Socrate.

- Portalo via, sono allergico ai gatti e lo sai!

- Per la precisione si tratta di una grave forma di sindrome felina, con complicazioni asmatiche acute.

- Vattene, bestiaccia!

Si contorce sulla sedia e urla ma il micio, che per tara genetica della propria razza è sordo, continua a strusciarglisi addosso.

- Aiuto! Aiuto! Aiu...to...

Il terzo grido gli rimane strozzato in gola, il respiro si fa pesante, viene colto da una raffica di starnuti.

Gelsomino guarda l'orologio: dovrebbero bastare venti minuti, giusto il tempo per scrivere il nuovo referto. Al sabato pomeriggio nel seminterrato non c'è nessuno, a parte i morti s'intende, ma desidera comunque sbrigarsi in fretta: nessun piano è perfetto.

Nel tentativo di divincolarsi il dottore è caduto dalla sedia così il gatto amorevole, e anche un po' bastardo, gli sfrega sulla faccia prima il muso poi la coda, avanti e indietro, indietro e avanti, senza pietà. Deve respirare a bocca spalancata:

- Per carità, Gelsomino... ti prego... - le parole escono a fatica, gli sembra di gridare ma sono appena un sussurro - ...il mio spray... il broncodilatatore... nel cassetto... -

Il ragazzo, indifferente, continua a battere sulla Olivetti Lettera 32. Ha imparato il testo a memoria, per non lasciare alcuna traccia. Segue la stessa impaginatura usata dal dottore. Dopo aver letto decine di referti conosce bene lo schema.

Il respiro del dottore è divenuto un rantolo sordo. Mentre Gelsomino scrive l'ultima pagina, il rantolo si affievolisce. Mentre appone il timbro a olio, cessa.

Contraffare la firma non è difficile, si è esercitato a lungo e il risultato è a prova di perizia calligrafica, o quasi.

Il micio è accovacciato a fianco del corpo.

- Bravo Socrate, hai fatto il tuo dovere.

Libera le mani dai lacci e vi fa scorrere ogni foglio affinché vi rimangano le impronte digitali. La stessa operazione per entrambe le mani, a scanso di equivoci. Apre il cassetto e sostituisce il referto originale con quello fasullo.

Per andare nel bagno attiguo deve scavalcare cadavere e gatto. Straccia l'originale con cura meticolosa e getta i pezzetti nel W.C.

Osservando i coriandoli roteare, inghiottiti dall'acqua, ghigna:

- Ciao, dottore. Peccato che il pubblico non abbia nemmeno saputo il tuo nome.

 

*                  *                   *

 

Ricchiuti afferra il malloppo di carte e lo nasconde sotto la giacca della divisa, cercando di distribuirlo perché non si noti il rigonfiamento.

In salotto, Coliandro è a sedere sul divano e si tiene la testa tra le mani. Ha la sabbia negli occhi e il cuore che gli pulsa dentro il cervello. Alza lo sguardo ebete sul maresciallo che gli si mette di fronte:

- Bella botta, eh?

- Cosa è successo?

- Un vicino ha chiamato segnalando movimenti sospetti attorno alla villetta del commissario. Quando sono arrivato, un tizio usciva dalla finestra dello studio. Ha girato l'angolo, è salito sulla moto del complice... e addio. Non sono nemmeno riuscito a prendere la targa. Allora ho scavalcato il davanzale e vi ho trovato bello disteso.

Coliandro realizza la situazione:

- Ti sei lasciato scappare l'assassino, minchia!

- Ma quale assassino, era solo un topo d'appartamento.

- E le carte?

Ricchiuti assume un'espressione da angioletto:

- Quali carte?

Coliandro si precipita nell'altra stanza. Sradica il cassetto vuoto dalla scrivania:

- Merda! Merda!

Il maresciallo si affaccia nello studio con l'aria da faina:

- Avete perso qualcosa?

Con il cassetto ancora in mano, il primo pensiero di Coliandro è non immischiare il maresciallo.

- Il mio orologio d'oro, me l'hanno fottuto - mostra il polso nudo ma solo perché l'orologio se l'è scordato a casa, sul comodino.

Si ode una sirena della polizia avvicinarsi. L'istinto suggerisce a Coliandro di saltare la finestra ma con quello stronzo del maresciallo...

Rimette a posto il cassetto in modo maldestro, accompagnandolo con imprecazioni assortite. Si dirige poi al mobile bar in cerca di qualcosa di forte.

La sirena si è fermata davanti alla villetta. Cinque secondi e De Luca irrompe nello studio. Senza proferire parola si precipita alla scrivania.

"Adesso sono cazzi" pensa Coliandro versandosi un bicchierone di whiskey.

Vedendo il cassetto vuoto, il commissario non può dissimulare la rabbia. Con la mandibola contratta e le labbra serrate osserva prima Coliandro, che  beve a garganella fingendo indifferenza, poi il maresciallo, impalato vicino alla finestra aperta.

- Vi hanno rubato qualcosa, signor commissario? - domanda Ricchiuti con l'aria da furetto.

- Cosa è successo? - sibila De Luca.

Mentre il maresciallo racconta la sua personalissima versione dei fatti, Coliandro prova a escogitare una fuga strategica. In quel mentre però compare un agente, l'autista del commissario. Si piazza proprio sulla soglia dello studio.

- Per scrivere il verbale devo sapere cosa hanno portato via - insiste Ricchiuti.

- Non credo sia necessario - ribatte De Luca con un sorriso rassicurante - non c'era niente di valore e poi sto conducendo indagini delicate e non voglio espormi. Nessuna denuncia e niente verbale, intesi?

- Capisco. Allora io vado.

Ricchiuti esce a grandi passi, dando pure uno spintone all'agente, e intanto pensa:

"Niente di valore, eh? Lasciami leggere quello che tengo qua sotto e poi te la faccio vedere io, signor commissario di 'sta minchia... con tutto il rispetto, s'intende".

- Puoi andare anche tu - ordina De Luca all'agente - non rientro in questura.

Poi apre la libreria e tira fuori un grosso volume.

- Che ci mettiamo a leggere i Promessi Sposi? - sghignazza Coliandro alle prese con il terzo bicchiere.

Dalla nicchia interna al librone De Luca estrae la Beretta. Toglie la sicura e gliela punta contro:

- Adesso noi due facciamo un discorsetto.


 
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