Capitolo VI di Antonino Fazio Stampa

 

 

Capitolo VI di Antonino Fazio

 

- Che cosa sta succedendo, qui? - chiede la giornalista, precipitandosi dentro la casa.

De Luca e Coliandro, abbarbicati l'uno all'altro, si voltano a guardarla.

- Succedendo? Niente, perché? - dicono, parlando all'unisono.

- Niente, eh? Non era un colpo di pistola quello che ho sentito? Che cosa state combinando, si può sapere? E non pensate di potermi prendere per il culo.

- Ma no, niente - ripete De Luca. - Stavo solo facendo vedere la pistola a Coliandro, qui, e mi è partito un colpo.

- Proprio così - conferma Coliandro. - Il commissario non ci sta con la t... è un po' distratto, dicevo, e ha dimenticato che c'era il colpo in canna. Ma, a proposito, che cosa ci fai qui? Non eravamo d'accordo che tu te ne stavi buona e io ti tenevo al corrente di tutti gli sviluppi del caso?

- E tu pensavi che io me la fossi bevuta, agente?

- Ma allora sei dura. Ispettore, mi devi chiamare! O, almeno, sovrintendente.

- Tu a me non mi fotti, è chiaro?

- E neanche ci tengo - precisa Coliandro, perfido.

- Lascia fare a me - interviene De Luca. - Vieni, cara.

Si porta la telecronista da parte e comincia a parlarle fittamente, a bassa voce. Coliandro non riesce a sentire nemmeno una parola. Dopo un po' la ragazza fa un cenno di assenso con la testa, stringe la mano del commissario e se ne va via, tranquilla. Coliandro è sbigottito.

- Ma che minchia le hai detto?

De Luca fa un gesto di noncuranza.

- Niente. Le ho detto che, se lei se ne sta buona, io le passo tutte le notizie di rilievo.

- Ma è la stessa cosa che le avevo detto io! - protesta Coliandro.

De Luca lo guarda con commiserazione.

- Certo. Ma vuoi mettere la tua credibilità con la mia? Piuttosto, senti, è inutile che meni il can per l'aia. Ormai l'ho capito che hai letto quella roba.

- Che roba?

- E basta, Coliandro! Le bozze scritte da Lucarelli, no? Quelle dove c'è scritto che starei diventando pazzo.

- Ah, quelle...

- Appunto. Cosa ti sei messo in testa, dì? Che sono davvero impazzito? Che sono in preda all'Alzheimer?

Coliandro evita il suo sguardo febbrile.

- Beh...

- Impazzito una beata minchia, Coliandro, come diresti tu! - sbotta De Luca. - Ma poi, perché avrei dovuto ammazzare Lucarelli? Sentiamo. Perché tu mi sospetti del delitto, no?

- Cerca di capire, De Luca. Un poliziotto è un poliziotto. Non può fare a meno di sospettare.

- Vieni al dunque.

- Voglio dire, forse non ti andava la sorte che Lucarelli ti aveva riservato nel romanzo che stava scrivendo. E così...

- E quindi lo avrei ammazzato per impedirgli di terminarlo, vuoi dire?

- Sì, più o meno.

Il commissario emette un lungo sospiro, poi avvicina una sedia e ci si mette sopra.

- Rifletti, Coliandro - dice con voce ragionevole. - Se ho fatto fuori Lucarelli per evitare di diventare pazzo, perché allora mi sospetti di essere pazzo?

Coliandro si sente girare la testa, e non solo per via del whiskey che ha bevuto.

- Mah, non saprei. Che ne dici del senso di colpa?

Il tentativo non è male, ma De Luca gli lancia un'altra occhiata di commiserazione, la seconda in pochi minuti.

- Sii serio, Coliandro. Per quanto ti è possibile, s'intende. In quelle bozze pure tu e Grazia fate una brutta fine. Perché dovrei essere proprio io il colpevole? Credimi, non c'entro niente con la morte del nostro Autore.

- E allora chi è stato?

- Non lo so.

- A proposito, come li hai avuti quei fogli?

- Qualcuno me li ha spediti in ufficio.

- Chi?

- Non fare domande, per favore. Al momento, brancolo nel buio.

- Io, invece, forse un'idea ce l'avrei - azzarda Coliandro.

- Tu? Possibile? E quale sarebbe quest'idea?

- Semplice. Mi sono chiesto una cosa.

- Cioè?

- Chi ce l'ha detto che Lucarelli era stato avvelenato con la tetradotossina?

- Chi? Il Capo, naturalmente. E ti rammento che ci aveva pure raccomandato di non dirlo in giro.

- Infatti. Ma il punto è un altro.

- Cioè?

- E a lui chi minchia l'ha detto?

 

Ricchiuti guida come un pazzo, forse perché un tantino fuori di testa lo è davvero, con rispetto parlando. Ma Gargiulo guida peggio di lui, cioè meglio. Per forza, ha fatto tanta pratica portando in giro quell'altro mentecatto di Coliandro!

Gargiulo ci dà dentro, raggiunge la macchina del maresciallo, l'affianca, la supera. Poi si piazza davanti e costringe Ricchiuti a fermarsi. Scende di corsa, si avvicina allo sportello. Il maresciallo lo fissa con gli occhi sbarrati. Entrambi sbarrati. Poi quello di sinistra parte nel solito tic.

- Che minchia fate, agente, siete impazzito? Con rispetto parlando, s'intende.

- Non sono impazzito. Voglio quei fogli.

- Quali fogli?

- Quelli che ha portato via dalla scrivania del commissario De Luca, maresciallo.

L'occhio ballerino del carabiniere si blocca.

- Ah, quelli.

- Sì, quelli. Me li deve dare.

- Mi dispiace, ma non posso.

- Come sarebbe che non può?

- Non posso. Ho ricevuto ordini diretti dal Capo.

- Di non darmeli?

- Di portarli a lui.

- Davvero? Beh, anch'io ho ricevuto direttamente dal Capo l'ordine di portargli quelle carte.

- Ma a me l'ha chiesto prima.

- Davvero? E a me l'ha chiesto dopo, ed è l'ultimo ordine che vale.

L'occhio sinistro del maresciallo ricomincia a sfarfallare.

- Il Capo ha bisogno di gente fidata. E chi è più fidato di un carabiniere? Gli porterò io quei fogli, e non voglio sentire altre minchiate. Con rispetto parlando, s'intende.

- Maresciallo - fa una voce, da dietro la testa di Ricchiuti. Lui si volta con un sobbalzo.

- Eh?

È la Negro. Li ha visti fermi ed ha rallentato, si è fermata anche lei, a una certa distanza, e poi si è avvicinata di soppiatto.

- Maresciallo, non le dispiace se prendo io questi fogli, vero?

Apre la portiera e prende le carte che sono rimaste appoggiate sul sedile. Ricchiuti accenna a una protesta.

- Ma io...

- Niente ma. Non vorrà mica che l'arrestiamo per sottrazione di prove, vero?

- Ma, ispettrice...

- Niente ma, ho detto - ribadisce lei, dura. - E non mi chiami "ispettrice". È da maschilisti. Sono un ispettore.

- Come Coliandro? - fa Ricchiuti.

- Stia attento a quel che dice - lo ammonisce Gargiulo. - Vuole farsi sparare?

Il maresciallo s'imparpaglia, balbetta qualcosa, poi rinuncia. Quei due rompicoglioni l'hanno fottuto, con rispetto parlando. Un poliziotto non vale un carabiniere, pensa lui, ma loro sono in due, appunto, e lui è da solo. Si rifarà un'altra volta. Ora gli conviene filarsela.

- Se mi permettete, ho degli affari urgenti da sbrigare. Arrivederci.

Parte in quarta. Gargiulo e la Negro fanno un salto all'indietro, per non farsi trascinare via.

- Sei stata grande - dice Gargiulo. - Adesso, se mi dai quei fogli, li porto al Capo.

Grazia non gli dà retta. Sta leggendo le carte che ha in mano, ed è impallidita visibilmente.

- Che c'è? - chiede Gargiulo.

Lei gli porge i fogli, senza dire altro. Lui comincia a leggere, impallidisce a sua volta. Poi solleva lo sguardo dai fogli, perplesso.

- Che significa questa roba?

- Non è chiaro? "I PERSONAGGI NON SOPRAVVIVERANNO ALL'AUTORE." C'è scritto così, no?

- Sì, ma...

- Non so se ci sei anche tu, ma a quanto pare Lucarelli, nel suo ultimo romanzo, stava facendo fare una brutta fine a tutti i suoi personaggi, perché non gli sopravvivessero. Il che significa... per l'inferno, significa che lui sapeva che lo avrebbero ammazzato. Oppure...

- Oppure?

- Oppure meditava di suicidarsi.

- Suicidarsi? E perché?

- E che ne so? Forse era in crisi depressiva, o magari era malato. Però, mi viene un dubbio.

Riprende in mano le carte, confronta la prima pagina con l'ultima, le uniche due scritte a mano.

- Come pensavo, la scrittura non corrisponde. La frase finale non è di Lucarelli. E questo vuol dire...

Gargiulo la guarda, confuso.

- Cosa vuol dire?

- Che siamo tutti in pericolo! - conclude lei, in tono drammatico.

 

Il taxi si ferma davanti alla questura. De Luca scende per primo, e Coliandro è costretto a pagare l'autista. Venticinque euro, minchia!

- Aspettami, De Luca - urla dietro al commissario.

Lo raggiunge davanti alla porta del Capo, ma solo perché De Luca si è fermato, esitante. Il Capo metterebbe in soggezione chiunque.

- Allora che facciamo? - domanda Coliandro.

Per tutta risposta il commissario dà una bussata, poi entra con decisione. Il Capo è di spalle, in piedi davanti alla finestra.

- Buongiorno, commissario.

De Luca sobbalza. Coliandro fa un sorrisetto.

- Buongiorno anche a te, Coliandro.

Coliandro fa una smorfia d'ammirazione. Allora è vero quello che dicono del Capo, che ha gli occhi anche dietro la nuca.

- Buongiorno, Capo. Le dobbiamo chiedere una cosa importante.

Il Capo si volta. I suoi occhi di ghiaccio si fissano prima su quelli del commissario, e dopo su quelli di Coliandro. Tace.

- Ecco - De Luca è in difficoltà. Ora che è lì, i dubbi di Coliandro gli sembrano privi di senso. Non doveva farsi trascinare da quell'idiota. Rischia di fare una figuraccia. Si fa forza e riparte: - Volevamo chiederle...

Si blocca di nuovo. Coliandro sbuffa.

- Il commissario ed io vogliamo chiederle da chi ha saputo che Lucarelli è stato avvelenato con la tetradotossina.

Il Capo li fissa ancora entrambi.

- Tutto qui?

Coliandro si volta verso De Luca, poi annuisce.

- Beh, sì.

Il Capo si gira di nuovo verso la finestra, voltando le spalle ai due poliziotti. Coliandro pensa che non ha nessuna intenzione di rispondere. De Luca abbassa la testa, come a dire che lui lo sapeva. Stanno facendo una figura di merda. Poi il Capo parla, a bassa voce, ma con chiarezza.

- Una telefonata anonima. Presumibilmente dell'assassino.

- Sì - dice Coliandro, disinvolto. - Io me l'ero immaginato. Che ti dicevo, De Luca?

L'altro lo ignora.

- È strano, però, che l'assassino abbia fornito questa informazione, dopo essersi preso la briga di usare un veleno difficile da individuare.

Il Capo si volta a guardarlo.

- Infatti. È anche per questo motivo, oltre che per facilitare le indagini, che avevo deciso di non divulgare la notizia - e lancia un'occhiata significativa a Coliandro. - Ma non è tutto. Il medico legale che ha eseguito l'autopsia su Lucarelli è stato trovato morto, per cause non ancora precisate.

- Minchia! - esclama Coliandro. - Non è che toccare quel cadavere porti sfiga?

Il Capo fa finta di non averlo sentito.

- E, dal referto autoptico, lo scrittore risulta deceduto per cause naturali.

 

Gelsomino è a casa. Sta ascoltando un brano di musica classica. Forse è il Rondò Capriccioso di Mendelssohn, o magari è il Rondò K 511 di Mozart. Siccome ha le cuffie sulle orecchie, non si sente nulla, perciò non sappiamo che cazzo stia ascoltando, in realtà.

D'altra parte, siccome ha le cuffie sulle orecchie, nemmeno lui sente nulla, a parte la musica. Così non si accorge che qualcuno gli è entrato in casa e gli si sta avvicinando alle spalle. Ignaro del pericolo, il ragazzo si crogiola nel suo bagno sonoro fatto di note. A modo suo sta festeggiando. Festeggia il suo imminente avanzamento di carriera. Perché è evidente che, morto l'anonimo medico legale, il suo posto non può che essere assegnato a lui, che è un tipo decisamente più brillante e più giovane. E poi, vivaddio, lui un nome ce l'ha!

Nella soggettiva dell'intruso, la nuca di Gelsomino si avvicina sempre di più, con una lentezza alla Hitchcock. Adesso è in primo piano. Si vedono due mani che tengono un sacchetto di plastica trasparente. Il sacchetto viene infilato sopra la testa del ragazzo. Lui cerca di divincolarsi, in preda al panico, ma le sue esili braccia vengono bloccate contro il suo torace dalla stretta dell'assassino. Dopo un po' Gelsomino smette di divincolarsi, e infine si affloscia come un pupazzo di stoffa.

L'assassino aspetta ancora un minuto, per sicurezza. Poi, con calma, sfila il sacchetto dalla testa di Gelsomino. La testa ricade in avanti, appesa al collo ormai molle. L'assassino si tira indietro, e scompare rapidamente dal campo visivo. In primo piano rimane la parte alta delle spalle del cadavere, con la schiena appoggiata alla sedia. Le cuffie, ancora serrate contro le orecchie, continuano a trasmettere imperterrite una musica che nessuno sente più, ormai. O forse, invece, la musica sta accompagnando Gelsomino nel suo ultimo viaggio.

 

Antonino Fazio ha pubblicato articoli e racconti su varie riviste e antologie, tra cui: "TTM", "Futuro Europa", "Nova sf*", "Robot", "If", "Urania", "Aleph", "Next Station", "Bewildering Stories". È autore di "CyClone" (Perseo, 2005), un'antologia di fantascienza speculativa. Insieme a Riccardo Valla, ha curato "L'incubo ha mille occhi" (Elara, 2010), una raccolta di saggi sullo scrittore noir Cornell Woolrich.

 

 
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