Capitolo VIII di Alessandro Marchi Stampa
Capitolo VIII di Alessandro Marchi

Laura richiama dalla lista delle telefonate recenti il numero del maresciallo Ricchiuti, ma attende ancora un attimo prima di premere il tasto verde. Non può farsi trovare così, nuda e bagnata. È l'intuito di donna a parlare. Scivola fuori dalla vasca, felpata come un gatto, per andarsi ad avvolgere nell'accappatoio, giusto dietro la porta. Riflettendoci, la posizione potrebbe essere favorevole per sorprendere l'intruso. Si asciuga piano, con l'orecchio teso. Chiunque sia entrato non pare particolarmente attento a fare silenzio: Laura sente il rumore di un mazzo di chiavi sbattere. Poi un rumore sordo, e più nulla. L'investigatrice che è in lei vorrebbe capire tutto e subito, la giornalista invece si rammarica di non avere una telecamera a disposizione. Le sarebbe andato bene persino il cameraman muto! La cronista si infila la tuta: è pronta all'azione. O quasi, se solo fosse in grado di prendere una decisione rapida. È preferibile uscire e sorprendere l'intruso o aspettarlo al varco? No, il bagno è cieco, e senza finestra Laura rischierebbe di ritrovarsi come un topo in gabbia. Meglio tentare l'effetto sorpresa, e coglierlo alle spalle. Ma prima ci vuole uno strumento contundente, qualcosa che possa assomigliare ad un'arma. Il phon, in effetti, assomiglia ad una grossa pistola. Ma non spara. Scartato. Lo scopino da water sembra una piccola mazza chiodata, ma potrebbe offendere solo l'olfatto e il senso dell'igiene del ladro. Scartato. La cosa più minacciosa è l'acido muriatico. Si figura già i titoli sul Carlino del giorno dopo "Ladro fa irruzione in casa: ha la faccia sciolta".

Così Laura afferra il flacone. Ma la mano, sulla maniglia, non è ancora pronta a girarla. Un respirone forte, un secondo. Un terzo, e via!

Spalanca la porta:

"Fermo o sei fottuto!"

...

"Mamma?!?! Che cazzo ci fai qui???" - non può fare a meno di portare una mano alla bocca, a correggere quella parolaccia. La mamma è sempre la mamma, per lei sei ancora una bambina.

"Oddio cara, mi hai fatto prendere un accidenti! Ma cosa ci fai conciata così?" - dice la madre riferendosi ai capelli mezzi bagnati, e alla felpa infilata all'incontrario. Probabilmente anche alla bottiglia di acido muriatico che Laura continua a stringere.

"Mamma" - riprende Laura, già spazientita - "non mi hai risposto: perché sei qui?"

"Cara, forse una madre non può nutrire il sano desiderio di vedere la propria figlia prediletta quando il suo cuore glielo chieda con tanto ardore?"

"Mamma, sei ubriaca? Perché parli così? Comunque, lasciamo perdere" - dice la cronista, chiudendosi i capelli a crocchio - "Prima di tutto non sono la tua figlia 'prediletta', ma l'unica. Inoltre, non credere che non lo sappia, il tuo cuore non ti dice mai di vedermi, al massimo il tuo senso di colpa. Terzo... Non puoi entrare in casa mia quando ti pare e piace, senza avvertire! E se fossi stata con un uomo?"

L'espressione della madre commenta, senza bisogno di aggiungere nulla, la remota possibilità.

"Sentiamo un po'. Veramente, cosa sei venuta a fare?"

"Ma tesoro mio..." - non fa in tempo a proseguire che Laura la interrompe.

"Mamma dacci un taglio col cinema: cos'hai combinato, stavolta?"

**

Quando Grazia Negro riaggancia il telefono tiene la mano poggiata sulla cornetta ancora qualche secondo, immobile, pensierosa. Quasi sorpresa, si direbbe, incredula più che preoccupata.

Gli altri uomini nella stanza, invece, hanno la bocca semichiusa e gli occhi fissi su di lei. Gargiulo freme, ma sa che non può essere il primo a chiedere qualcosa. Coliandro sta per sbottare, ma viene anticipato da De Luca, che ha l'autorità giusta per chiedere un resoconto dettagliato.

"Ispettore Negro" - usa il cognome per conferire alla sua richiesta una certa marzialità - "ci relazioni immediatamente della conversazione avuta ora."

Coliandro guarda il Commissario con una punta di ammirazione: nemmeno lui avrebbe saputo chiederlo con tanta fermezza.

La Negro sembra risvegliarsi.

"Hanno detto di essere gli Autori" - sussurra Grazia.

"Cosa?" - alza la voce Coliandro - "non ho capito una minchia."

"Ho detto che si sono presentati come gli Autori... di tutto questo."

I quattro si guardano a vicenda, smarriti.

"Non capisco" - azzarda Gargiulo - "Tutto questo... Cosa?"

"L'omicidio."

"Cioè, avevamo l'assassino in linea?"

"Pare di sì" - risponde Grazia - "ma non sembrava affatto avere fretta di riattaccare. Non ho avvertito il timore di essere intercettato."

**

"Ahahah! Oh mio Dio, quanto mi fanno ridere quei poveretti! Sentili, come si affannano... Certo che non abbiamo paura di essere intercettati, noi non saremo mai intercettati..."

"Sei terribile Roberto, davvero. Cazzo, sembra che tu faccia tutto questo per divertirti... Tipo esperimento con le cavie."

"Beh, in fondo hai ragione. Lo faccio prima di tutto per quello. Io non posso andare più su di così: qui sei tu a guadagnarci, caro. Lasciami almeno il divertimento. In fondo mi basta una microspia là dentro per ringiovanire di dieci anni..."

L'altro alza le mani:

"E io te lo lascio il divertimento, ci mancherebbe. Ma non credi di esagerare? Anche la telefonata..."

Roberto Alfano fa spallucce. Si alza e scosta un po' la tenda, pesante, che oscura completamente la stanza. Apre solo un piccolissimo spiraglio. Guarda dall'altra parte della strada.

"Peccato" - dice - "anche loro hanno le tende tirate. Non vedo niente."

Si gira, con un ghigno obliquo che sa di follia.

"Mi sarebbe piaciuto vederli agitarsi. Vedere De Luca lisciarsi compulsivamente il risvolto della giacca. Vedere la Negro giocare con la collana e sbottonarsi il collo della camicetta, oppure Coliandro battere i pugni sul tavolo."

**

Ed effettivamente l'ispettore sta battendo i pugni sul tavolo. Un pugno, almeno. Nell'altro stringe il telefono.

"Cazzo! Porca puttana! Siete rincoglioniti? Cosa vuol dire che non siete riusciti ad intercettare la chiamata? Siamo stati al telefono una vita, porca troia! No, no, ... No non me ne frega un cazzo se era criptato! Siete degli imbecilli!"

Il telefono vola contro la parete, con un fracasso incredibile. Ma nessuno ha un sussulto, se l'aspettavano tutti. Era solo la logica conclusione dello sfogo di Coliandro.

"Bene, adesso che hai fatto il tuo numero, puoi contribuire al nostro ragionamento?" - lo fredda De Luca.

Per tutta risposta l'ispettore si accende una sigaretta e pianta i talloni sul tavolo.

"In questo momento abbiamo un piccolo vantaggio su tutti. Il manoscritto" - dice Grazia Negro - "credo sia il punto dal quale ripartire. Il manoscritto e la telefonata."

"Va bene Negro, ripeticelo ancora una volta. Come ha detto esattamente la voce al telefono?"

"Ha detto: 'potete essere vicini ad un colpevole, se volete. Ma dovete scegliere voi'. Così ha detto."

De Luca si limita a mugugnare, Coliandro a passarsi la mano sulla barba pungente. Gargiulo ha nella testa una confusione assurda. Si guarda attorno, smarrito, cercando qualcuno che indichi una via. Una qualunque, a lui sta bene.

"Con la morte del medico legale e del suo assistente" - ragiona De Luca - "ci rimane solo il loro referto. Oppure potremmo far fare una nuova perizia."

"Domani non c'è la camera ardente?"

"Faremmo in tempo."

"Non so. Prendiamo per buono quello che ci ha detto il Capo. Da qualche parte bisogna cominciare. La telefonata anonima lo ha informato che per l'omicidio di Lucarelli sia stata usata la tetradotossina. Secondo me, è plausibile. Questo spiegherebbe l'omicidio di Gocciadoro. Magari sapeva qualcosa" - dice Grazia Negro - "e gli hanno voluto tappare la bocca. Che ne pensate?"

"Ma lui che ne poteva sapere, se il referto l'ha fatto il medico legale?"

"Cosa vuoi dire Coliandro?"

"Che l'ordine delle cose dice che avrebbe dovuto morire prima il medico legale, e poi il ragazzo."

"Ma infatti è stato così..." - interrompe Gargiulo.

"Gargiulo, non perdi mai occasione per tacere? Il medico legale è morto per cause naturali, sveglia!"

"E se non fosse così?" - ipotizza De Luca - "Se fosse un omicidio abilmente mascherato?"

Gargiulo ringrazia con lo sguardo il Commissario, soppesando la sua ipotesi.

"Potrebbe essere. Sarebbe il secondo della faccenda, tanto per rendere facili le cose."

 

**

"Non avremmo dovuto far fuori il ragazzo."

"Sapeva troppo. E poi aveva alzato il prezzo."

"Alzato il prezzo... Roberto, ci chiedeva una cifra ridicola, un rimborso spese. Ci potevamo stare, li abbiamo i soldi, lo sai. E ancora di più ne avremo. A lui interessava solo la promozione. E poi ci ha fatto un bel lavoro col medico... No?"

"Sì certo, ha fatto un bel lavoro. Però sai come funziona... Se gli dai un dito si prendono il braccio, questi ricattatori da quattro soldi. Sinceramente non mi andava l'idea che un bambino come quello mi tenesse per le palle. E poi mi sono divertito" - dice Alfano, piantando i suoi occhi freddi in quelli dell'altro uomo, che ha la pelata imperlata di gocce.

"Che c'è adesso Carlo, hai paura?" - insiste Alfano - "Non ti ricordi? L'idea l'hai avuta tu, pensavi fosse un gioco? Pensavi di poterti fermare quando volevi tu, come nei tuoi libretti? Sei venuto tu a dirmi che eri stanco di dover fare un milione di cose per campare. Che non ne volevi sapere di quelle tristissime presentazioni di libri davanti a quattro gatti, di dover scrivere migliaia di pagine all'anno per guadagnare quanto un rappresentante di lampadari. Ti sei forse scordato di come è nata questa storia?"

 

No, Carlo Lucarelli non poteva dimenticare quel giorno. Quello in cui aveva deciso di diventare davvero famoso. Quello nel quale aveva scelto di morire per diventare immortale. Voleva godersi, da vivo, la fama che si concede a quegli artisti che non sono più fra noi, e che per questo sembrano diventare automaticamente infallibili. Ora come ora, amava raccontarsi questa storia. Quella romantica, dello scrittore a caccia di gloria. Ma dentro di sé sapeva perfettamente che la molla iniziale erano stati i soldi. Il denaro, il vecchio, caro, vile denaro. Gli era capitato di leggere in un articolo che - in media - un autore vendesse, dopo la morte, un numero di copie anche cento volte superiore a quando era in vita. Guadagnare cento volte tanto! Voleva emigrare, andarsene via con la sua donna, cittadina americana, magari in Argentina, o in qualche posto dell'Africa. Non ne poteva più dell'Italia. Dei casi giudiziari mai risolti, delle risse politiche, degli anni di piombo da raccontare in tutte le salse, di quel che trasmetteva la sera la tv e persino, sì, persino dei cibi congelati. Ormai per lui esisteva solo il cibo giapponese, da quando l'aveva scoperto. S'era appassionato a tal punto da fare del pesce un veicolo per entrare nella cultura del Sol Levante: odiava chi parlava a vanvera di 'sushi', per intendere il pesce crudo: quello si chiama 'sashimi'. Il 'sushi', in Giappone, è - genericamente - un piatto a base di riso al vapore. Per uno scrittore, le parole sono importanti. Documentandosi, Lucarelli scoprì la forza letale del veleno del Fugu, il pesce palla.

Non riuscì a trovare la quadratura del cerchio sino a quando non incontrò Mario Doppio ad una presentazione. Era un suo fan, Mario. Anche troppo. Tanto da lavorare su una sorprendente somiglianza estetica con Lucarelli sino a diventarne la copia, quasi identica. Quando se lo trovò davanti, con alcune copie di I veleni del crimine da firmare, i pezzi del puzzle si ricomposero velocemente nella testa dell'autore. Non fu difficile dosare quel giusto distacco che una star deve avere e al contempo un po' di interesse per i vaneggiamenti di Mario, che sognava uno show a due col suo idolo letterario. Non fu difficile nemmeno fargli prendere la giusta confidenza con la casa di Carlo, e con le cene a base di Quattro Salti in Padella.

 

"No Roberto, non l'ho dimenticato."

Ma il Procuratore Capo non sembra già più ascoltarlo. Rivolge la sua attenzione alle voci che vengono dal trasmettitore.

"Sembrano persi, poveracci. Ma se non gli serviamo su un piatto d'argento un assassino io non ci faccio una gran figura. Ci sei Carlo? Mi ascolti?"

"Io ti ascolto. Sei tu che non mi ascolti. Non sono ancora riuscito a capire davvero come mai hai accettato la mia proposta."

"Te l'ho già detto Carlo. Sono vecchio. Annoiato. Ho fatto la carriera che volevo. Ho soldi abbastanza per morire in pace. Ho scopato tutte le donne che avrei potuto, l'ultima stamattina. Ha cinquant'anni meno di me, ad occhio. Cosa posso volere? Divertirmi..."

"Giocare a fare Dio."

Ah, come parlano questi scrittori. Condensano tutto in una frase.

"Carlo, Carlo, come sei duro... Io ti ho solo aiutato caro mio. Tu avevi un problema, e un'idea per risolverlo. Io ti ho solo aiutato a realizzarla. Ma era nella tua idea che si prevedeva di uccidere qualche persona..."

Messa così, la cosa non piaceva affatto all'autore.

"Non 'qualche persona', ma una sola!"

Debole difesa. Il Procuratore scacciò quell'affermazione con un gesto vago della mano nell'aria, come fosse una mosca fastidiosa.

"Piuttosto, raccontami un po' della scena del delitto. M'è dispiaciuto perdermela, nei rapporti di polizia che ho letto ne esce così fredda..."

"Mi fai paura quando fai così."

"Non essere sciocco. Avanti."

Lucarelli ha bisogno di sfogarsi. Anche se sa che non servirà a molto. Il gioco si sta facendo troppo grande per lui. I morti, gli omicidi, il sangue... Tutto facile nei libri, ma la realtà è un'altra cosa.

"L'ho invitato a cena, come spesso accadeva. In questi mesi ho cercato di costruire un rapporto per cui fosse facile, per lui, fidarsi di me. Non è stato poi troppo complicato: quel poveraccio non aveva nessuno, era solo come un cane. Ogni volta accettava con entusiasmo, e mangiava come un porco. Quasi più di me. Ci siamo scaldati sei porzioni di lasagne congelate. Le sue le ho condite con il veleno del Fugu, è stato facile. Avevo calcolato il tempo perché facesse effetto, e mi sono alzato da tavola. Non volevo assistere alla scena. Sono tornato che era già riverso sulla sedia. Gli ho infilato le mie pantofole, ho ritirato il mio piatto e l'ho lavato. Così come il mio bicchiere e le posate. Insomma, sembrava una cena da single disperato perfetta."

"Bravo Carlo" - si complimenta Alfano, offrendogli una sigaretta.

"No grazie, non fumo."

"Ah già. Ma allora vedi che la fantasia non ti manca? Questa storia avrebbe potuto diventare un bellissimo libro!" - sghignazza sadicamente il Procuratore.

A Lucarelli è persino passata la voglia di mangiare. Quell'uomo gli sta sfuggendo di mano. S'è preso la sua idea criminale e l'ha ingigantita. Doveva essere una sostituzione di persona. Un morto. Nessun colpevole. E lui e la sua donna in un paradiso terrestre, ad intascare i diritti di autore per tutte le ristampe dei vecchi libri, o di qualche 'inedito' spuntato per caso. Invece Alfano aveva voluto stare dalla parte dei bottoni. E offrire una promozione a Gelsomino Gocciadoro in cambio di una sostituzione del referto legale. Se si fosse reso necessario uccidere il medico legale, al ragazzo sarebbero andati anche un bel po' di soldi (di Lucarelli, ovvio). Il tecnico di laboratorio non si è certo fatto pregare, preferendo le soluzioni drastiche. Salvo poi eccedere nelle richieste. E allora, morto pure lui. E così già tre persone avevano pagato con la vita l'avidità e l'ambizione di Lucarelli.

Però cazzo, lui non aveva più uno straccio di spunto: nel giro di pochi anni si sarebbe ritrovato a fare  lezioni ad aspiranti scrittori per campare. Persino l'idea del manoscritto 'finale' e della frase I PERSONAGGI NON SOPRAVVIVERANNO ALL'AUTORE gli era stata suggerita dallo stesso Procuratore Alfano. Fare un po' di casino sui giornali servirà a far crescere la tua fama, gli aveva detto, e vedrai che quei coglioni dei vari De Luca, Coliandro, Negro e chissà chi altri si scanneranno per trovare una soluzione per salvarsi il culo. Riempi quelle pagine di cazzate, tanto quelli non sanno distinguere una poesia di Quasimodo da una lista della spesa. E così Lucarelli aveva fatto. E aveva perfettamente funzionato, stando all'agitazione creata nei media di comunicazione e fra le forze di polizia.

Lucarelli pensa tutto questo in un attimo, mentre Roberto sbircia ancora una volta attraverso la finestra, da un pertugio nella tenda, alzando un po' il volume del trasmettitore.

"Sembra che laggiù brancolino nel buio. Forse gliel'abbiamo messa un po' difficile. Cosa dici?"

Lo scrittore non ha voglia di rispondere. Ha persino un po' di paura di dove possa arrivare quell'uomo.

"Io avevo esagerato appositamente col veleno del Fugu, lasciando che lo trovassero nelle lasagne, per creare il caso mediatico, proprio come avevi suggerito tu... Ma non pensavo si sarebbero scaldati tanto per un parolaio come me."

"Carlo, Carlo, non fare il modesto. In fondo eri abbastanza conosciuto, con tutta quella tv che hai fatto. Non certo per i libri" - non si nasconde nell'ipocrisia il Procuratore - "Ma ora sarai famosissimo. Da un paio di giorni non si parla che di questo misterioso omicidio. E adesso che usciranno anche la morte del medico legale e del ragazzo... Beh... Se ne parlerà per mesi. Posso già vedere il plastico del tuo appartamento nello studio di Bruno Vespa. Sei a posto."

"Ma... Come fai ad essere così tranquillo? La situazione ci sta sfuggendo di mano."

"Cazzo Carlo, mi deludi. Sembravi così granitico nel tuo piano. E adesso?"

"Adesso non è più il mio piano! Abbiamo alle costole Polizia e Carabinieri - perché non dobbiamo dimenticare Ricchiuti - e ci sono già tre cadaveri in ballo" - dice, sudando copiosamente, Lucarelli.

"Stai calmo, sereno. Chi è il Capo di quei quattro scappati? Sono io. Quindi, non li abbiamo affatto alle calcagna. Li mando dove mi pare. Io ho detto loro della tetradotossina. Ora potrei suggerire loro di rivolgere le proprie attenzioni al Gocciadoro come omicida del medico legale, per esempio. Qualcosa inventerò. Mi sto divertendo troppo..."

Forse a Roberto Alfano non sarà richiesto inventare nulla.

**

Nel bugigattolo della Questura, ormai, c'è la nebbia. Fitta, padana.

I quattro stanno analizzando tutte le foto della scena del delitto. Ripassando i rapporti, confrontando opinioni e avanzando le ipotesi più disparate.

Il Commissario sta soppesando da parecchi minuti alcuni scatti che ritraggono la cucina e il tavolo da pranzo. Grazia Negro ha ormai la camicetta sbottonata in maniera oscena, ma non ci fa caso nessuno. Continua a rileggere i rapporti e i propri appunti, ma senza cavarne un ragno dal buco. Anche Gargiulo finge di leggere, ma ormai ha staccato il cervello da ore. Vorrebbe essere ovunque, ma non in quella situazione. Coliandro, invece, non dissimula affatto. Ha fame, e basta.

"Ci ordiniamo una pizza?"

Nessuna risposta.

"Un kebab? Dai su, che se ne chiedo uno solo non me lo portano nemmeno in ufficio... Chi ci sta?"

La Negro si degna di rispondergli.

"Fanno insalate?"

"Insalate? Se le patatine fritte possono essere considerate insalata, allora le fanno."

"Va bene Coliandro, pazienza. Ordinami un kebab con patatine. Ma mi raccomando, che ti portino un mare di tovagliolini, che la carta in cui ti mettono il kebab è una velina che si rompe subito..."

"Va bene Graz..."

"Ripeti che cos'hai detto Grazia?!" - interrompe a voce alta De Luca, risvegliandosi dal torpore e svegliando col suo vocione anche Gargiulo.

Negro si scambia un'occhiata interrogativa con Coliandro, prima di rispondere.

"... Che vorrei un kebab e delle patatine..."

"No, no, dopo..."

"I tovagliolini. Sennò mi sporco. Il kebab te lo servono dentro un incartamento così sottile..."

De Luca si dà una botta sulla fronte.

"La carta, ma certo!" - dice sventolando una foto, con un sorriso soddisfatto in faccia

 

Alessandro Marchi è nato nel 1979 a Bologna. Prima ancora di laurearsi in Storia Contemporanea comincia a collaborare con varie testate giornalistiche, poi si dedica al campo della comunicazione e delle pubbliche relazioni. Le righe che iniziano il capitolo VIII sono le primissime che abbia mai scritto di noir, giallo, o simili. Chiede indulgenza. Qualcosa su di lui si trova sul sito www.alessandromarchi.eu.


 
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