Capitolo I di Vanes Ferlini PDF Stampa E-mail

Capitolo I di Vanes Ferlini

 

 Con passo lieve, come non avesse peso, il commissario De Luca si affaccia sulla scena del delitto, osserva i presenti quindi avanza verso il cadavere tra l'andirivieni degli agenti della Scientifica.

Si china a scrutare il volto asimmetrico: il lato destro stampato nella fissità dell'ultimo momento, quello sinistro contratto in un ghigno beffardo, persino ridicolo... se non si trattasse di una salma.

- Ictus. Non c'è dubbio.

L'affermazione lapidaria, per quanto pronunciata a voce bassa, è sufficiente a rendere De Luca presente e visibile, facendolo partecipe di una realtà che non è la sua ma alla quale ormai non può più sottrarsi.

Un carabiniere gli corre incontro:

- Commissario De Luca, che sorpresa! Mi hanno avvertito del suo arrivo ma pensavo fosse uno scherzo... con tutto il rispetto, s'intende.

Si rivolge poi all'angolo più lontano della stanza:

- Ispettrice Negro, sovrintendente Coliandro... perdonatemi, non vi ho veduto giungere, sono mortificato...

Mentre il militare si profonde in scuse, De Luca continua a studiare il cadavere. Deve esser stata una morte dolorosa ma per fortuna l'agonia è stata breve, altrimenti avrebbe avuto modo di trascinarsi almeno giù dalla poltroncina, nonostante la paralisi del lato sinistro.

È proprio uno spettacolo pietoso. Non che da vivo fosse una gran bellezza, per la verità. De Luca però gli deve molto, anzi: tutto. Peccato si fosse messo in testa di scrivere quel dannato ultimo romanzo. Sarebbero potuti andare d'amore e d'accordo ancora per molto tempo, incontrandosi nel limbo della fantasia circoscritto dal tocco dei polpastrelli sulla tastiera. Peccato davvero.

De Luca si riscuote e richiama l'attenzione del carabiniere che nel frattempo ha attaccato bottone alla Negro:

- Scusi, lei...

- Maresciallo Ricchiuti, comandi.

- Senta maresciallo, mi domandavo una cosa: dato che si tratta chiaramente di decesso per cause naturali, come mai è stata messa in moto tutta questa macchina investigativa?

- Ordini del Capo: eseguire i rilevamenti prima che la scena venga inquinata, che poi non si abbia a fare la figura dei minchioni... cioè, volevo dire: dei dilettanti.

- Capisco. Quando lei dice il Capo si riferisce proprio a... lui? Insomma, quello che tutti conosciamo?

- Sì, mi ha chiamato sul cellulare, si figuri. Pensavo fosse lo scherzo di qualche cornuto, con tutto il rispetto s'intende. E se posso azzardare - il maresciallo prosegue con un filo di voce - non pareva per niente tranquillo... che poi di scrittori ne muoiono spesso e non vedo il motivo di tutto questo trambusto, non aveva neppure vinto il premio Nobel.

- Grazie maresciallo, basta così.

Nel frattempo Coliandro ha preso a girovagare per la stanza con le mani in tasca e l'espressione da turista annoiato di fronte a panorami consueti. Con uno scatto si china sul cadavere e gli solleva la palpebra sinistra:

- Mi gioco le palle che è stato avvelenato.

L'enfasi quasi teatrale di questa uscita attira l'attenzione dei presenti. Quelli della Scientifica interrompono il lavoro, tutti gli sguardi convergono su di lui.

- Potrei anche dirvi in che modo - prosegue nel ruolo del prim'attore - ma non voglio umiliarvi prima dell'esito dell'autopsia.

De Luca si avvicina alla Negro, le sussurra:

- Coglione di un Coliandro. Te l'avevo detto che non c'era da fidarsi.

- Non potevamo fare diversamente. Male che vada, lo usiamo come capro espiatorio.

- Non mi piace, Grazia. Non mi piace per niente.

Il maresciallo, all'apparenza indaffarato nella catalogazione dei reperti, osserva quei tre personaggi scaraventati dal limbo della fantasia a una realtà che non potrà più essere addomesticata dal tratto di penna del maestro.

Siete in gamba ma il maresciallo Ricchiuti non si lascia fottere da nessuno. Con tutto il rispetto, s'intende.

 Il sorrisetto del medico legale rivela tutta la soddisfazione di trovarsi nel bel mezzo di un caso epocale, destinato a durare anni e forse a rimanere irrisolto, con le tivù che fanno a gara nell'ospitare protagonisti e comprimari... persino un anonimo medico legale.

La notorietà della vittima sarebbe di per sé bastante ma le modalità rendono l'omicidio più intrigante di quelli che lui ha descritto nei romanzi.

Gli occhietti grigi e acquosi del dottore si spostano veloci dal volto imperturbabile del commissario De Luca , al tic dell'occhio sinistro del maresciallo, alla fronte lievemente corrugata della Negro.

Infine il responso:

- Tetradotossina.

- Teta... che? - esclama Ricchiuti.

- Tetradotossina - ripete il medico, soddisfatto dell'effetto conseguito: il viso del maresciallo è un punto interrogativo, mentre la Negro e De Luca hanno assunto un'espressione di contenuta sorpresa, quanto basta per non destare sospetti.

- Avvelenato?

- Sì, ispettrice Negro. La tetradotossina non perdona, è cento volte più potente del cianuro.

- Scusate - interviene Ricchiuti - ma io ne so quanto prima.

Il dottore gli indirizza un sorrisetto compassionevole:

- È un veleno contenuto negli organi interni del Pesce Palla, quello che i giapponesi chiamano Fugu e considerano una vera prelibatezza. Deve essere cucinato con cautele particolari: un milligrammo è più che sufficiente per uccidere un uomo.

Ricchiuti è sollevato:

- Allora è tutto chiaro: ha ordinato un po' di schifezze al ristorante giapponese e ci è rimasto secco.

Il dottore ridacchia:

- No, la sera in cui è morto ha mangiato solo lasagne alla bolognese. Quattro salti in padella, per la precisione.

- Ma come? - il maresciallo è scandalizzato - Lui che poteva permettersi i migliori ristoranti, si riscaldava i Quattro salti in padella? Come faccio io?

- Ne doveva essere anche goloso: quella sera si è sbafato tre porzioni, hanno trovato le confezioni sul tavolo della cucina.

- Oppure aveva ospiti - interviene la Negro - anche se...

- ...c'era un solo piatto sporco - conclude De Luca. Poi rivolto al dottore:

- Dove è stato rinvenuto il veleno?

- Nei residui di ragù sul piatto

Il tic all'occhio del maresciallo accelera all'improvviso:

- Che senso ha? Un veleno giapponese sulle lasagne alla bolognese... proprio un delitto della minchia, con tutto il rispetto s'intende.

- L'assassino voleva essere ben sicuro - replica il medico - non esistono antidoti per la tetradotossina, anche ammesso che l'intossicazione venga riconosciuta. Gli effetti primari sono simili a quelli di un ictus.

- Questo veleno è persistente oppure l'assassino poteva sperare di farla franca? - domanda De Luca.

- Non appartiene alla categoria dei veleni-fantasma tuttavia è sufficiente una quantità così infinitesimale che risulta quasi impossibile da identificare.

- E allora lei come ha fatto? - scatta Ricchiuti.

- Ho i miei metodi - il dottore gli indirizza un altro sorrisino malizioso, ricevendo in cambio un'occhiataccia.

- La tetradotossina è facile da reperire? - domanda la Negro.

- Al contrario: estremamente difficile. Viene prodotta in alcuni laboratori, in Oriente, utilizzando il fegato del Pesce Palla.

La risposta, immediata e circostanziata, fa pensare a Ricchiuti che il medico legale deve essere un pozzo di scienza. Oppure gatta ci cova. Sta per aprire bocca quando un vocione prorompe dal fondo della stanza:

- C'è un altro modo per produrla.

- Ah Gelsomino, vieni avanti che ti presento i nostri ospiti illustri - il dottore lo prende sottobraccio: - Questo è il mio assistente: Gelsomino Gocciadoro, un piccolo mago della chimica.

- Cosa stavi dicendo? - gli domanda la Negro.

- Esiste un altro modo per ottenere la tetradotossina.

La voce baritonale che esce da quel corpo mingherlino, con il viso pallido e le labbra sottili, produce uno strano effetto.

- Ce lo dici subito oppure organizziamo un gioco a premi? - sbotta Ricchiuti.

Gelsomino non lo guarda neppure, fissandosi invece su De Luca:

- Un batterio della famiglia Pseudoalteromonas è in grado di sintetizzare una sostanza identica al veleno del Pesce Palla: C11H17N3O8 , volgarmente detta tetradotossina.

- In gamba il ragazzo, eh? - il dottore gli dà una pacca sulla spalla.

- È possibile procurarsi quel batterio? - domanda De Luca.

- Volendo si trova... al mercato nero.

- C'è un contrabbando anche per queste cose? - esclama stupefatto il maresciallo.

- Adesso vado, ho da fare.

Gelsomino si allontana rapido, senza salutare.

- È un tipo riservato - lo scusa il dottore - del resto tutti i geni sono un po' strani.

A me fa venir voglia di prenderlo a schiaffi pensa Ricchiuti.

La Negro si rivolge di nuovo al dottore:

- Ha trovato qualcos'altro di strano durante gli accertamenti?

- Nulla degno di nota. Colesterolo un po' alto e tracce di cocaina, però al di sotto della media degli altri scrittori che ho sezionato in questi ultimi due anni. C'è stata una vera morìa, non vi pare?

De Luca e la Negro fanno finta di guardare l'orologio, l'occhio sinistro del maresciallo sembra impazzito.

- In definitiva godeva di ottima salute - prosegue il medico - ma forse era affetto da altro genere di depravazioni. Con l'inchiesta verranno fuori tutte le magagne, capita sempre così.

- Non le era molto simpatico, vero?

- Cosa vuole, commissario... mi ha usato una sola volta in un racconto, giusto perché aveva bisogno di un personaggio di contorno, uno di cui nessuno deve ricordarsi. Infatti non mi ha dato neppure un nome. Persino il mediocre autore di questo capitolo mi definisce un anonimo medico legale.

- Capisco. Grazie di tutto, se avremo bisogno torneremo a disturbarla.

In quel momento sopraggiunge il fattorino del take-away con due vassoi di cartone. Il dottore si frega le mani:

- Ecco il mio pranzo. Posso offrirvi un po' di sushi?

- No, grazie - risponde secco il maresciallo avviandosi alla porta, seguito dagli altri due.

Mentre il medico si lancia sulle specialità giapponesi, dalla finestrella del seminterrato Gelsomino osserva gli investigatori dirigersi al parcheggio. Compone un numero sulla rubrica del cellulare. Due squilli, comunicazione aperta ma nessuna voce dall'altra parte.

- Sono appena andati via, c'erano tutti tranne Coliandro. Il dottore ha smaronato alla grande, lo avevo avvertito e minacciato ma lui niente, ha vuotato il sacco. Non è affidabile, farebbe qualsiasi cosa per diventare un protagonista.

Dalla parte opposta Gelsomino ode solo il rumore lieve di un respiro. Prosegue:

- Intercetto il referto dell'autopsia e poi lo sistemo a dovere.

Chiude senza attendere risposta e si rimette al lavoro sulla coltura di batteri.

 

Coliandro aveva immaginato l'ingresso trionfale in Questura sotto gli sguardi invidiosi di colleghi e superiori.

Aveva pregustato la rivincita su coloro che lo avevano sempre ostacolato e messo da parte.

Aveva sognato di coronare la sua aspirazione: entrare nell'Interpol, al fianco di uomini veri. Altro che i signorini della Squadra Mobile.

Invece si ritrova in mezzo a marmi grigi e croci sparse sul terreno.

Cammina con le mani in tasca e la testa incassata nel bavero rialzato del giubbotto per difendersi dalla nebbiolina di fine autunno.

Ha la sensazione fastidiosa di essere osservato: tutti gli sguardi che trasudano dalle foto in bianco e nero e lo scricchiolìo della ghiaia sotto i piedi, come ossa frantumate.

Un fantasma tra i fantasmi, ora che lui non c'è più. Cerca di convincersi d'avere la coscienza a posto:

È stato meglio così. Non poteva portare a termine quel romanzo schifoso.

Una figura famigliare si staglia sulla cima della collinetta, vicino a una lapide di granito rosa.

Coliandro accelera il passo, un po' per fingersi baldanzoso, un po' per darsi coraggio.

- Deve essere una cosa seria, vero Capo? Se non si poteva parlarne al telefono...

- Ti avevo ordinato di stare zitto, invece stai urlando ai quattro venti che lo hanno avvelenato.

- Le indiscrezioni sarebbero comunque trapelate.

- Hanno già montato un caso giornalistico.

- Mica possiamo imbavagliare l'informazione, le pare?

- Ho pure saputo che ti hanno invitato in tivù.

- Modestia a parte, sono diventato importante e sono pure fotoge... - avverte un metallo gelido al polso e un click famigliare. Si gira di scatto:

- Gargiulo!

- Scusa, mi hanno obbligato.

 
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