"Le polpette di Teresa" di Vanes Ferlini - Secondo Classificato Stampa

Le polpette della Teresa di Vanes Ferlini

13

Ricordo bene la prima volta che mio padre mi lasciò solo nella trattoria della Teresa. Avevo dodici anni e le gambe come stecchini.

- Trattalo bene - le disse - il ragazzo ha bisogno di fare buon sangue. Tornerò a prenderlo nel pomeriggio.

La Teresa, piacente quarantenne dalle curve morbide e i capelli neri, era saldamente in testa alla lista dei pensieri degli uomini del paese.

Su di lei correvano voci peccaminose, generate dalla fantasia dei maschi ingabbiati nel matrimonio, e alimentate dalle calze nere e i tacchi a spillo che portava mattina e sera, un vezzo inusitato per quell'ambiente provinciale.

Quelle fantasie, per quanto riuscivo a origliare, erano una saporita combinazione erotico-culinaria. Si diceva che la Teresa preparasse il suo piatto forte (le polpette al sugo) standosene tutta nuda in cucina e passando le palline di carne sulle rotondità del proprio corpo. Ciò sembrava avvalorato dal gusto sapido, inimitabile, delle sue polpette, la cui fama si era estesa ben oltre i limiti ristretti del paese.

Si diceva pure che la Teresa avesse il vezzo di farsi il bagno in una vasca speciale, riempita con Sangiovese di Romagna. Dopo, il Sangiovese veniva imbottigliato da suo marito Teodoro e così finiva dalla vasca da bagno direttamente sui tavoli della trattoria.

Teodoro se ne stava quasi sempre in cantina con la scusa di travasare il vino ma sbucava fuori ogni qual volta un avventore si permetteva una parola o un pizzico di troppo alla Teresa. Non diceva nulla, si limitava a sollevare il lembo della giacca mostrando alla cintura la pistola americana che si era tenuto per ricordo della seconda guerra mondiale.

Tutti sapevano che la Teresa e il Teodoro erano ai ferri corti, desiderosi di separarsi ma nel contempo entrambi decisi a mandare avanti la trattoria senza l'altro.

Conoscendo tutto questo e ritrovandomi da solo nel locale, la mia eccitazione crebbe a dismisura.

- Ci penso io a te - mi disse la Teresa, sguainando un sorriso denso di promesse.

La vidi entrare in cucina come una sacerdotessa nel Sancta Sanctorum del tempio. Dopo pochi minuti ritornò con un enorme piatto di polpette fumanti, sugose. Emanavano un aroma da redimere i diavoli dell'inferno. Mi versò poi un bicchiere di Sangiovese sussurrandomi:

- Questo sì che fa buon sangue...

Gustai la prima polpetta con la forchetta che tremava un po' e in testa il chiodo fisso di come era stata preparata, secondo ciò che dicevano gli uomini.

Lo stesso per il vino: il primo sorso mi grattugiò la gola (non ero abituato) poi prese ad andare giù liscio, tra una polpetta e l'altra. Nell'istantanea ebbrezza che mi procurò, credetti persino di riconoscere, nel retrogusto del Sangiovese, il profumo della sua pelle.

Fu quella la mia prima esperienza erotica, anche se allora non me ne rendevo bene conto.

Alla fine fui satollo come un porcellino e completamente ubriaco. Quello stato di euforica esaltazione mi proiettò nell'impossibile, così le proclamai:

- Sposami e andiamo a vivere in una grande città, a gestire un vero ristorante... lo chiameremo Ristorante le Bistrot.

Avevo iniziato a studiare francese a scuola e quel nome mi sembrava alquanto bohemien.

La Teresa si avvicinò, ero ancora seduto a tavola, i seni profumati proprio all'altezza del mio viso, ma non ebbe tempo di replicare perché, assai prima del previsto e con mio enorme disappunto, ritornò il genitore.

- Ha mangiato come un lupo - gli disse la Teresa.

- E pensare che a casa sembra un grillo... vorrà dire che te lo porterò più spesso.

Seguirono infatti altri deliziosi pranzetti che ogni volta scatenavano le mie fantasie più audaci (mi consideravo ormai il suo fidanzato), finché un giorno, proprio mentre stavo mangiando le polpette al sugo, entrarono nel locale due carabinieri che si portarono via la Teresa senza nemmeno darle il tempo di togliersi il grembiule.

Alcuni giorni dopo lessi sul giornale che, stanca delle violente litigate con il marito, aveva deciso di eliminarlo mettendogli dell'arsenico proprio nelle polpette (si diceva con l'aiuto del farmacista). Ma siccome l'uomo era di fibra robusta e non si decideva a tirar le cuoia, lo aveva trafitto alla schiena quattro volte con il coltellaccio per il taglio della carne, giusto per non farlo soffrire più del dovuto.

Da quel giorno i miei gusti culinari cambiarono in modo radicale. Ancora oggi, quando mia moglie si ostina (nonostante le mie proteste) a preparare le polpette per non sprecare la carne avanzata, ne faccio prima assaggiare una a Socrate, il soriano di casa.

***

Vanes Ferlini. 47 anni, vive e lavora tra Bologna e Imola. Dopo aver svolto studi tecnici ha coltivato interessi in campo letterario e delle scienze umane, soprattutto in psicologia.

Ha ricevuto significativi riconoscimenti in premi letterari nazionali per opere inedite.

A seguito di questi ha pubblicato:

- nel 2006 il volume "D'oltresogno - raccolta di novelle per ragazzi" (Edizioni Montedit, Melegnano);

- nel 2008 la silloge poetica "Ritratti" (Edizioni ETS, Pisa)

- nel 2009 un racconto all'interno del "Giallo Mondadori" (mese di luglio 2009);

- nel 2010 la silloge poetica "Schegge di silenzio" (Edizioni Carta e Penna, Torino);

- nel 2010 la silloge poetica "Duetto" (Ibiskosulivieri, Empoli).

Partecipa a progetti di scrittura on-line, tra i quali "Romanzo Totale" in collaborazione con il Gruppo Kaizen (www.romanzototale.it/rt2008) e "Chi ha ucciso Carlo Lucarelli?" in collaborazione con il sito ufficiale dello scrittore (www.carlolucarelli.net).

 
Joomla SEF URLs by Artio