"Roberta camminava" di Ida Ferrari - Vincitrice del Concorso Image le Bistrot PDF Stampa E-mail

Roberta camminava di Ida Ferrari

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Roberta era una che camminava.

Sempre. Che ci fosse il sole o che piovesse, d'estate e d'inverno. Si alzava presto, prima delle sei; faceva colazione con latte, fette biscottate e kiwi.  Preparava la colazione per Michele, lo svegliava, lo accompagnava a scuola e iniziava la sua camminata di sette chilometri per arrivare in ufficio. Ci metteva un'ora a passo svelto.

Avrebbe potuto servirsi dell'autobus, ma ci avrebbe trovato conoscenti con cui parlare di cose futili che non la interessavano. Camminare, oltre che a mantenerla in salute, le permetteva di pensare in santa pace e organizzarsi mentalmente la giornata.

Roberta era una che camminava e pensava.

Pensava al suo matrimonio finito, all'altro uomo che era entrato nella sua vita e poi se n'era andato. Pensava a sua madre, la sua migliore amica. A quando, un paio di anni prima, le era stata strappata per un destino crudele ed era stato uno strappo così violento da farla vacillare e finire in un luogo molto buio per un bel po'. Durante le sue lunghe camminate, mentre macinava metri su metri, le parlava come fosse lì con lei. Le diceva delle ingiustizie del mondo e se la immaginava mentre le rispondeva, con la sua voce dolce, di sperare in una vita migliore perché lei, Roberta, se la meritava. Pensava a quel suo figlio, Michele, che aveva nove anni. Maturo, sì, forse, o forse era solo un'idea sua. E siccome lo caricava di responsabilità, compensava con coccole più del dovuto perché chissenefrega, abbracciarlo, sentire il suo profumo sano e l'odore della vitalità infantile la faceva stare bene.

Roberta era una che camminava, pensava e osservava.

Immagazzinava informazioni sul percorso in un'eccezionale memoria fotografica. Osservava ogni casa, ogni tapparella alzata, ogni donna che metteva le lenzuola a prendere aria, la barista che serviva cappuccini oltre le vetrate del bar, l'uomo fuori dal bar stesso a fumare. In sequenze ripetute, perché ogni mattina, alla stessa ora, le persone si ripetevano nei gesti. Era quasi sempre così e se così non era, lei se ne accorgeva.

La ragazza dagli occhi chiari e i capelli neri usciva sempre alle sette e trenta. Che fosse estate o inverno. Roberta incrociava il suo sguardo. Non si salutavano perché non c'era nessun tipo di conoscenza tra loro, ma lei sapeva di avere alcune affinità con la ragazza.  Intanto gli occhi: carichi di pensieri pesanti che schiacciavano ogni guizzo di serena futilità. Occhi vigili e un po' sospettosi, quando era sola. Perché qualche volta sola non era, con lei usciva un uomo che non era suo padre (i padri non baciano, avidamente, sulla bocca le figlie) ma avrebbe potuto esserlo. Anche quando era con lui, lo sguardo della ragazza manteneva la consuetudine della pesantezza.

La seconda affinità riguardava le scarpe. La ragazza aveva un paio di scarpe identiche alle sue. Le calzava spesso. Roberta no. Aveva messo quelle scarpe solo un paio di volte, una delle quali quando il  suo ex fidanzato l'aveva portata al ristorante Le Bistrot a Dozza. Erano scarpe un po' kitsch, polacchine nere tacco dodici di camoscio con la suola rossa, pseudo stile Louboutin-Sex and the City. Le aveva viste dalla vetrina, le aveva provate per curiosità  e si era accorta che slanciavano la figura e le facevano le gambe belle.

Quando era passato a prenderla, Il suo uomo l'aveva guardata con ammirazione. E quando erano entrati nel ristorante, altri uomini avevano soffermato lo sguardo sulle  scarpe nere dalla suola rossa e sulle sue gambe che avanzavano e che si infilavano sotto il tavolo, apparecchiato con petali di rose e candele.

La ragazza portava quelle stesse polacchine con i leggings neri e miniabito e anche la sua figura ne risultava slanciata.

Quel giorno però, la ragazza non era uscita dalla villetta.

C'era uscito l'uomo che avrebbe potuto essere suo padre, con cappotto e guanti. Teneva in mano una borsa di plastica del supermercato, arrotolata su qualcosa di ingombrante. Si era avviato per la strada a passo veloce, un passo che era una marcia.  Roberta l'aveva seguito a breve distanza senza che lui se ne accorgesse. Non se n'era accorto nemmeno quando si era fermato al cassonetto della spazzatura e aveva fatto per gettare la borsa, ma una scarpa nera con la suola rossa era scivolata fuori ed era caduta sull'asfalto con un rumore secco.

L'uomo l'aveva raccolta frenetico e poi l'aveva gettata.

Ma Roberta l'aveva vista. La macchia di sangue sulla scarpa.

Lei aveva l'occhio allenato.

Roberta era una che camminava, pensava, osservava e all'occorrenza, prima di arrivare al suo ufficio in questura, esibiva la  tessera di ispettore di polizia.

 

***

Ida Ferrari è nata e vive a Brescia. Ha frequentato per due anni un corso di scrittura creativa alla Holden di Torino. Ha al suo attivo sette racconti su riviste femminili a diffusione nazionale (Donna - Madre),  un racconto finalista al concorso nazionale "Voci di donne",  un altro pubblicato nell'antologia Natale in Noir. E' vincitrice del  II cap. del romanzo TRIBU' per Coloradonoir e del III cap. del RT "Chi ha ucciso Lucarelli". Ha vinto il III premio Turno di Notte 2011 e il II premio Lama e Trama 2011. Ha scritto un romanzo giallo e ne ha in stesura un altro. Ha collaborato con la rivista Economy (Mondadori) e collabora saltuariamente con il portale Blogosfere cultura e l'Angolonero.

 
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