IV Capitolo di Gianluca Morozzi PDF Stampa E-mail

IV Capitolo di Gianluca Morozzi

 

Ah, buongiorno a tutti. Scusate se mi intrometto, ma visto che da un bel pezzo si parla di me, mi arrogherei il diritto di intervenire in prima persona per spiegare questo bizzarro mistero della scritta rotante.

Per spiegarlo bisogna risalire a qualche tempo fa, quando non avevo ancora fatte mie due regole di vita fondamentali per la salute psichica di un uomo. Regola numero uno: mai dire di sì al Massacratore. Regola numero due: mai mai mai mai mai mai mai mai mai mai mai uscire con le attrici di teatro sperimentale.

La regola numero uno adesso riesco ad applicarla abbastanza bene: mi telefona il Massacratore, mi propone uno dei suoi agghiaccianti progetti, ed io me la cavo con qualche scusa, tipo: No, mi dispiace, sto finendo il romanzo nuovo, è una trilogia, anzi, una pentalogia, No, mi dispiace, parto per la remota Islanda per trovare ispirazione e torno tra sei anni, No, mi dispiace, ho visto per scommessa Alex l'ariete trentasei volte di fila e sono diventato analfabeta per lo shock.

Sulla regola numero due sono ancora un po' debole.

Dipende dalle attrici.

 

Capita dunque che un giorno di qualche anno fa mi chiama il Massacratore. Oh, vecchio, oh bomber, come va la vita di là, e il calcio?, e le donne?, be', finalmente il Massacratore arriva al dunque. In questa sua veste di sordido regista teatrale, vuole mettere in scena una sua versione di Clerks, il film di Kevin Smith. Ha già scelto gli attori, dice, gli manca solo un testo come si deve, che naturalmente dovrò scrivere io. Di soldi, ovviamente, non si parla. Ma questo era scontato.

"Non lo so" protesto io "Non è proprio il mio campo, il teatro, avrei un romanzo da finire", ma qui il Massacratore sferra il colpo diabolico.

"Hai presente la ragazza che dice la battuta dei trentasette cazzi? Ecco: l'attrice che la interpreterà è una tua grande fan e ti vuole tanto conoscere."

Qui, incauto, esito. "Oh, be'" dico "in fondo in fondo ho sempre sognato di scrivere per il teatro..."

E mi metto a buttar giù il testo a tempo di record.

Mezz'ora dopo la consegna, il Massacratore mi telefona di nuovo. Ma non per farmi i complimenti, ma per urlacchiare nel cellulare: "Senti, senti, grandi notizie, grandi notizie, ho trovato gli spazi anche per un'altra messa in scena a cui tenevo tantissimo, Tenera è la notte, in uno spazio inusuale, dai, vecchio, dai, bomber, adesso che hai la mano calda perché hai appena scritto Clerks quando ci metterai mai a scrivere anche Tenera è la notte, un weekend?"

Qui provo di nuovo a nicchiare. "Mah, ecco, non lo so, ho sempre quel romanzo da finire, l'ho interrotto per via del testo teatrale, ma sai..."

"Ti ho già messo in cartellone a tua insaputa."

"Ah, be'. Quand'è così..."

 

In una bella sera d'estate, dunque, va in scena la prima delle due tragedie annunciate: la mia versione teatrale di Clerks.

Con grande astuzia e lungimiranza, il Massacratore ha deciso di rappresentarla in uno scantinato che doveva essere il deposito di damigiane di vino di qualche anziano, a giudicare dal pungente odore. Orpelli quali aria condizionata o ventilatori, in una stanza chiusa a metà luglio, potrebbero apparire mollezze borghesi. Quando ne faccio un vago accenno, il Massacratore parte con tutta una pippa su Brecht e Ibsen e il significato e il significante, e va bene, mi rassegno al lieve senso di soffocamento. Io, e gli altri nove spettatori.

Prima di andare in scena, il Massacratore mi fa conoscere la mia grande fan, quella della battuta dei trentasette cazzi (che potete trovare con vostro grande divertimento su youtube). E scopro che non è esattamente una mia grande fan, in realtà. Cioè, mi si presenta con emozione, entusiasmo e una certa aria da groupie letteraria negli occhioni blu, ma quando passa ad elencare i personaggi dei miei libri che le sono piaciuti di più, e nomina il commissario Costa, e poi il capitano Santonero, e poi l'agente segreto Marc Ange, ecco: alla citazione dell'agente segreto Marc Ange mi viene il leggerissimo sospetto che mi abbia scambiato per Gianfranco Nerozzi.

Io, comunque, glielo lascio credere. Mettiamo caso che abbia sempre sognato di concedersi fisicamente a Gianfranco Nerozzi, chi sono io per negarle la soddisfazione?

 

Comunque, durante lo spettacolo, pur provato dai circa quarantadue gradi di temperatura e vagamente inebetito dai fumi del vino, non rimango tanto colpito dalla fan di Gianfranco Nerozzi - che non è proprio questa grande attrice, diciamocelo -, né da tutto il resto del cast, né dalla regia demenziale del Massacratore. Mi colpisce l'unico attore bravo, quello che interpreta Randal, il ragazzo del videonoleggio col cappellino sempre in testa. Quello che ordina una sequenza interminabile di film porno al suo fornitore di fronte a una madre con la sua bambina, prima di aggiungere "e anche Piccolo Pippo cucciolo eroico". (Trovate anche questa scena su youtube. Non seccatemi con le descrizioni, che qui la gente ha altre cose da narrare).

Insomma, ogni volta che Randal dà voce alle battute di Kevin Smith che ho adattato per la forma teatrale, ecco, quantomeno la temperatura scende a quarantun gradi e mezzo, e la puzza di mosto diventa un familiare odore di osteria. Poi, purtroppo, in scena ci sono anche gli altri.

Quando lo scempio arriva al termine, finalmente, penso che andrò nel camerino a fare i complimenti a Randal e a spacciarmi ancora un po' per Gianfranco Nerozzi con quella cagna dei trentasette cazzi.

Ma, a sorpresa, quando il cast si inchina a ringraziare quel che resta del pubblico, l'attore bravo si toglie il cappellino.

E dallo sbucare di chiome, mentre esce dal personaggio, scopro con stupore che Randal è una donna.

 

Invece, dietro le quinte - cioè, in pratica, nei cessi - evito di approcciare la fan di Gianfranco Nerozzi: è isterica e sta singhiozzando per aver sbagliato il tempo di una battuta. Invece mi si avvicina all'istante la ragazza che interpretava Randal. Si è tolta la fascia che le schiacciava il seno. Schiacciava tanta roba, mi sento di dire in modo poco brechtiano.

"Tu sei l'autore del testo?" mi chiede.

"Oh, sì, molto piacere" gongolo.

"Io mi chiamo Fiore, e se ti va vorrei parlare di come si potrebbe migliorare qualche battuta." Si guarda intorno. "Magari non qui, che ne dici?"

Sorrido, squaliforme come sono.

* * *

Dunque eravamo usciti, io e questa Fiore, e già il cambio di tempo verbale dovrebbe segnare il distacco tra il me stesso attuale e gli eventi di quella serata.

Eravamo usciti, io e questa Fiore molto simile a Elizabeth Olsen. Cercate su google immagini: Elizabeth Olsen, e avrete più o meno presente il volto di Fiore.

Io avevo messo in pratica tutti i più sordidi trucchi appresi negli anni. L'avevo portata al pub Black Fire, intanto, dove l'avevo irretita con il solito trucco della specialissima birra flambè. I nostri discorsi sul testo e sulle battute migliorabili si erano dissipati di fronte al miracolo sulla fiamma che bruciava lo zucchero sull'orlo del bicchiere, e si erano fatti aria ai primi sorsi di quel liquido ingannevole, in apparenza innocuo ma in realtà pronto a sdilinquire il cervello delle fanciulle non temprate da anni ed anni di birre flambè.

A metà bicchiere, casualmente, avevo cominciato a decantarle la bellezza incredibile di una certa collinetta poco sopra Villa Spada, un mistico luogo raggiungibile solo con una precaria scalinata di legno e dalla vista mozzafiato. Ho devastato le gonadi a tutti i miei fedeli lettori in svariati romanzi e racconti, con questa dannata collinetta. E se l'ho fatto, è perché funziona sempre.

Come ogni sera, poi, a un certo punto la musica metal in sottofondo al Black Fire aveva cominciato a salire di volume. Come tante ragazze prima di lei, Fiore aveva detto "La musica è un po' alta." E io a ribattere "Andiamo da un'altra parte?"

Dove, secondo voi?

 

Come sempre, la salita nel buio sulla scalinata di legno era stata il prologo agli eventi successivi: quelle scricchiolanti assi di legno unite alla birra flambè avevano provocato il solito repertorio di scivolate vere o finte, e di soccorsi maschili con contatti tra mani, fianchi, spalle. Tutta la salita fino alla cima della collinetta, da che mondo è mondo, è preparatoria ai contatti più importanti che avvengono di sopra. Quando la ragazza, arrivata in cima senza fiato, dice "OOOOH!" davanti allo spettacolo della città illuminata di sotto e di San Luca vicinissimo, e il vento gentile tra gli alberi sembra sussurrare "c'è una panchina, proprio qui, tra di noi, in questo punto fiocamente illuminato."

Sì, sì, era andata proprio così fino a quel punto, la serata. Come tante serate prima di questa.

Poco dopo io e Fiore ci stavamo baciando con grande naturalezza sotto gli alberi sussurranti, benedetti dal santuario luminescente, dalla luna, dalle stelle, e tutto andava bene.

Anche quando avevo superato ulteriormente le barriere autore-attrice facendo per puro caso capitare le mani sul suo ragguardevole seno, e un sospiro lascivo aveva accolto la mia iniziativa, tutto aveva continuato ad andare bene.

Poi era arrivata la follia.

 

A un certo punto ci stavamo baciando e io accarezzavo quelle parti che di lì a poco avrei liberato di due strati di indumenti, e un istante dopo non ci stavamo più baciando.

Cioè, lei aveva smesso di interagire, e le sue mani, che poco prima si aggiravano tra i miei fianchi e il mio petto, erano ricadute inerti.

Allora avevo aperto gli occhi. Mi ero staccato. E avevo visto un'altra faccia, alla luce della luna.

Non nel senso che Fiore d'improvviso somigliava alla signora Pina, o a Kathy Bates. No, il volto era il suo, ovviamente, ma l'espressione spaurita, gli occhi terrorizzati, la bocca semiaperta, il labbro inferiore tremante...

"Fiore...?" avevo sussurrato. E lei aveva risposto con una voce stridula da bambina terrorizzata.

"Chi è Fiore? Chi sei tu? Dove mi hai portata?"

Voi cosa avreste risposto? Niente, direi, come me. E così lei aveva continuato: "Ma è buio! Mi hai portata fuori di notte! Mi vuoi fare male! Mi vuoi fare male!"

Ed era schizzata via come un razzo, correndo giù dalla scalinata di legno a grandi passi, scomparendo presto nelle tenebre giù per la collinetta.

Ecco uno sviluppo della serata che non avevo previsto.

 

Quando con calma e dignità l'avevo seguita, l'avevo trovata accanto alla mia macchina a braccia conserte e arrabbiatissima.

"Non posso mica tornare a casa a piedi! Stupido! Portami a casa immediatamente!"

"Fiore..."

"Non mi chiamo Fiore! Mi chiamo Susanna!"

 

Voi che avreste fatto?

Io avevo portato a casa Fiore/Susanna. Poi mi ero infilato all'osteria la Frasca per bere una birra gigante, in modo da rilassarmi. Avevo cercato il cellulare. E avevo chiamato il Massacratore.

 

"Senti, scusa l'ora..."

"Non c'è problema, bomber, dimmi pure."

"No, volevo dire, ecco, sai, la tua attrice, Fiore..."

"Ah, te l'ho detto? Fiore ha una particolarità curiosa: è schizofrenica."

"Oh. Ma dai. E non ritenevi utile dirmelo, per esempio?"

"Non me lo hai mica chiesto, bomber."

Non faceva una piega. Comunque non c'era problema: bastava non vedere Fiore mai più. Tanto il cast di Tenera è la notte era completamente diverso, e non correvo il rischio di incontrare la schizofrenica Fiore/Susanna.

Già.

 

Il Massacratore, per predispormi bene alla prima di Tenera è la notte, aveva detto: "Rosemary la fa un'attrice davvero molto carina che somiglia a Maddalena Corvaglia."

"Chi cazzo è Maddalena Corvaglia?" avevo chiesto io, e lui "La velina bionda". Rivelando così, tra un Brecht, un Ibsen, un significato e un significante, anche una passione insospettabile per le veline.

Lo spettacolo si svolgeva nel vagone ferroviario di un treno regionale, con gli spettatori (pochi, ovviamente) sui sedili ai due lati e gli attori a muoversi con cautela nel corridoio centrale. Avevo fatto un discreto lavoro, se posso dirlo, nell'adattare il romanzo di Scott Fitzgerald. Anche perché avevo dovuto rinunciare a qualche piccolo orpello della vicenda, tipo: la Costa Azzurra, gli alberghi della Costa Azzurra, la spiaggia della Costa Azzurra, la clinica psichiatrica, Roma, e tutti quegli inutili dettagli che rovinano il vero teatro, secondo il Massacratore.

Comunque, sì, mi era piaciuta la sosia di Maddalena Corvaglia, ma mi era piaciuto molto meno Davide, il fidanzato commercialista che l'aveva accompagnata allo spettacolo. Per cui mi ero concentrato sull'altra attrice, quella che interpretava Nicole. Questa tipa un po' somigliante a Helena Bonham Carter, dalla pelle lunare e dai capelli corvini, che funzionava bene nella parte della moglie dell'affascinante Dick Diver, ma ancora meglio, avevo notato, funzionava nella sua precedente versione di pazza. Il che avrebbe dovuto inquietarmi.

Comunque, a fine spettacolo, mentre la sosia della velina bionda tornava a casa con il suo commercialista canticchiando un'aria della Carmen, il Massacratore aveva sogghignato "Se non sbaglio non hai mai staccato gli occhi da Elettra, eh, vecchio porco."

"Chi sarebbe Elettra?"

"Nicole Diver, la mora. Vedrai che vi troverete bene, tu e lei, quando uscirete a cena."

"Mah, sai, a dir la verità, visti i precedenti con le attrici, io forse..."

"Ho già combinato un appuntamento a tua insaputa."

"Ah."

 

Il Massacratore, nella sua follia, mi aveva prenotato un ristorante non troppo economico. E io, che avevo previsto di offrire la cena a Elettra e sudavo freddo alla vista dei prezzi, mi ero trovato dall'altra parte del tavolo di questa bellissima ma un po' inquietante attrice. Rimarchevole nel suo abituccio nero scollato, spaventevole nella sua caratteristica di non sbattere mai le palpebre, apprezzabile nella sua ottica risparmiosa, visto che non aveva mangiato quasi niente, perché, aveva detto, "mangiare è un atto molto intimo, non potrei mai farlo davanti a un'altra persona, sarebbe come urinare in mezzo a un ristorante". Bene, che si saziasse col suo gambo di sedano, allora. Ma che lo accompagnasse con il vino bianco, in modo da diventare più sciolta e disposta all'avventura.

(Sì, ho una gamma limitatissima di tecniche di seduzione.)

"Sai" mi aveva detto a un certo punto "ho degli strani flash precognitivi su di te, ma non riesco a inquadrarli bene..."

Io ero rimasto col mio gamberetto a mezz'aria. "Flash precognitivi?"

"Sì, sono un po' sensitiva, e colgo un'aura strana che ti circonda... sai che cosa dovremmo fare, io e te?"

"Che cosa dovremmo fare, io e te?"

"Andare al Blupetrolio. Lo conosci, il Blupetrolio?"

"Cos'è? Un locale nuovo?"

"Non proprio. In pratica, ci si immerge insieme, nudi, in una vasca d'inchiostro..."

"Nudi? Io e te? In una vasca d'inchiostro?"

"Sì, ma non preoccuparti, è inchiostro vegetale, non è tossico..."

"No, non dicevo per quello... ma vai pure avanti."

"Ecco. Dopodiché, una volta coperti d'inchiostro, si esce dalla vasca e ci si ritira in un privé."

"E lì?"

"Si fa sesso."

"Prego?"

"Si fa sesso. Coperti d'inchiostro."

"Ah. Sembra interessa..."

"Ma non è il sesso l'importante. Quello, come puoi capire, è il meno."

"Certo, certo, figurarsi."

"Quel che conta è fotografarsi, alla fine, e vedere quali disegni si sono formati sui due corpi alla fine dell'amplesso. E poi, alla luce dei disegni, interpretare le proprie interazioni."

"Oh, che idea affascinante" avevo mentito, e in quel momento avevo avuto due visioni. Una, molto chiara, era: Woody Allen, seduto al tavolo accanto al nostro, che mi sussurrava "Tutto materiale da romanzo". L'altra, un po' più realistica, una coppia che entrava nel ristorante facendo girare l'intera clientela.

Lui, un ometto basso con una camicia azzurra con tanto di monogramma, i capelli ripieni di gel e ordinatissimi, le scarpe pitonate. Lei, una dark lady vestita di nero e di pizzi, con una gonna lunga dallo spacco vertiginoso, tacchi rumorosi, labbra rosse e invitanti. Non guardarla, avevo pensato mentre si sedevano al posto di Woody Allen accanto a noi, non guardarla, non è carino per Elettra, fai finta che sia una ragazza normale, Elettra.

Invece l'avevo guardata. E, accidenti, assomigliava tantissimo a Elizabeth Olsen.

Fiore mi aveva guardato di striscio. E mi aveva sorriso.

* * *

Allora, riassumendo e ritornando al buon vecchio presente storico: sono in questo ristorante, con una pazza che mi dice di fare sesso coperti d'inchiostro, quasi spalla a spalla con il pitonato e con vista diagonale su Fiore in versione dark lady.

"Pensavo che prima dovremmo dormire insieme, io e te" sta dicendo Elettra. "Solo dormire, naturalmente, ma con le teste molto vicine. Ho dei sogni molto vividi, pieni di guerrieri e oppositori onirici, e devo capire se i nostri sogni possono coesistere o meno."

"Mi sembra giusto" rantolo, mentre Fiore rompe la bustina dei grissini con una lentezza assurda, e poi, mentre il suo commensale blatera cose che non sento, estrae il grissino, mi guarda, lo infila di nuovo nella busta, mi guarda, lo estrae, lo rimette nella busta. Che carina. Sta simulando un coito con una confezione di grissini.

(Attrici di teatro. Quanto sono fantasiose.)

Elettra mi sta parlando di flussi di energia, in questo momento, ma io faccio molta fatica a non notare Fiore che ora, col grissino, sta simulando un atto di sesso orale di pregevole fattura. A mio uso e consumo, visto che il pitonato ha gli occhi fissi sul menù e si lamenta della lista dei vini.

Intanto Elettra, di punto in bianco, è passata a parlare di cose normali. "Ti piace andare al mare? Potremmo andare al mare. A me piace tanto ungermi di crema e poi stendermi per delle ore al sole, pensando e leggendo."
"Ah. Sì, certo" dico io, spiazzato da questo momento quasi umano.

"Potremmo spalmarci di crema a vicenda e poi leggere un libro insieme."

"Beh, si" dico io, mentre penso Meglio la crema dell'inchiostro.

Fiore, intanto, sorride maliziosa e si scosta dal tavolo. La tovaglia è corta, sul lato rivolto verso di me. Accavalla le gambe come in una commedia sexy con Edwige Fenech, e nel farlo lascia intravedere il bordo dell'autoreggente nera. Comincio ad avvertire vampate di caldo.

"Tutto bene?" chiede Elettra, in questi suoi tre minuti da persona normale. "Stai sudando."

"Sarà il vino. Vado in bagno un attimo..."

Vado verso la toilette con le mani in tasca, in modo da coprire, sì, insomma, gli effetti dello spettacolino di Fiore su di me.

Mi sto lavando la faccia nel lavandino, ed ecco che alle mie spalle si apre la porta. Eccola qui: Fiore versione dark lady, in piedi con la sua gonna lunga e lo spacco estremo, i tacchi alti e i capelli sciolti sulle spalle.

"Ti mancavo?" mi dice.

Trattengo il respiro. "No" dico.

Fiore si avvicina a me, mi passa accanto sfregando il suo seno contro il mio braccio. Dice "scusami" e si china per lavarsi le mani, piegandosi in avanti. Così facendo, struscia il sedere contro la mia gamba.

Ansimo. "Fiore..."

Due secondi dopo, la dark lady che si è impadronita di Fiore mi ficca ventiquattro metri di lingua in gola.

E mi sussurra all'orecchio "ci vediamo domani sera al Dragon Pub. Alle otto."

Intanto che esce dal bagno -  ed io immagino l'effetto di Fiore versione dark lady al Dragon Pub - Woody mi sorride dallo specchio e ripete "Tutto materiale da romanzo."

 

Poi, dopo che ho ordinato il caffè molto in fretta e ho pagato il conto ancor più in fretta, provo a dare una conclusione alla serata sotto casa di Elettra. "Allora, be', vogliamo dormire insieme questa sera, vedere se sono un oppositore onirico...?"

"No. La tua aura è troppo forte. Dobbiamo prima fare un'altra cosa. Vediamoci domani sera."

"Sì. No! Dopodomani sera, va bene?"

"Dopodomani va bene."

 

Poi telefono nel cuore della notte al Massacratore, sperando di averlo svegliato o di averlo interrotto a metà di un convegno amoroso. Dopo il suo solito Oh, bella bomber, eccetera eccetera, vado subito al sodo. "Senti, scusa, tanto per sapere, Fiore è schizofrenica, okay, ma quante personalità avrebbe, di preciso?"

"Oh, tre, mi sembra."

"Tre?"

"Quattro, con quella originaria."

"E perché non me lo hai detto, che ha quattro personalità?"

"Perché non me lo hai chiesto, bomber."

Già.

 

Per cui, con un po' di comprensibile timore, alle otto della sera dopo entro al Dragon Pub aspettandomi di tutto. Ho studiato tutto sulla schizofrenia, perlustrando internet in lungo e in largo, quindi sono ben deciso a essere attento e comprensivo. Stasera sarò buonissimo e paziente. Me lo sono imposto.

Un tizio seduto a un tavolino d'angolo con una pinta di birra rossa davanti mi sta facendo segni di sedermi con lui. Guardo questo sconosciuto con una camicia dalle maniche arrotolate, la cravatta allentata, il cappello da Pete Doherty, e cerco di capire se l'ho mai conosciuto. Poi vedo che somiglia, pure lui, a Elizabeth Olsen.

 

Mi giro per vedere se c'è Woody Allen che mi dice "Tutto materiale da romanzo" nell'angolo delle freccette.

C'è Woody Allen, in effetti.

Ma è piegato in due dal ridere.

 

Poco dopo sono seduto con l'identità maschile di Fiore, anch'io con la mia birra e tante, tante buonissime intenzioni nel cuore.

Mentre lei mi parla delle ultime trattative di calciomercato, io la guardo con tale tenerezza e attenzione che mi sembra di essere davanti ad una statua sacra. A un certo punto le prendo la mano, dolce e paterno.

"Ma che fai?" sobbalza lei, ritraendola. "Stai bene?"

"Ma sì, ho studiato, ho capito tutto... non devi più avere timore. Ti starò vicino." Le riprendo la mano per accarezzarla. Lei la toglie di nuovo. "Ti ringrazio ma..."

"Non devi ringraziarmi. Sono qui per aiutarti e supportarti." E tento l'accarezzamento della mano per la terza volta.

"Scusa, potresti piantarla? Mi stai mettendo in imbarazzo."

"Dai, io e te siamo già oltre una carezza sulla mano, no?"

"Da quand'è che io e te siamo oltre una carezza sulla mano?"

"Be', ci siamo baciati sulla collinetta, mi hai baciato ieri, pensavo che..."

"Pensavi male. Perché mai, poi, scusa, dovrei voler accettare tutta questa tenerezza da un uomo? Sono lusingato da questa tua improvvisa dimostrazione di attaccamento a me, ma io sono etero."

La guardo esterrefatto. Parlo pianissimo. "Fiore... tu... non so come dirtelo... tu non sei un uomo."

Fiore mi guarda allibita. Mi fissa dritto negli occhi. Poi batte un pugno sul tavolo, richiamando l'attenzione dell'intero locale.

"Si può sapere perché pensi di capire meglio di me cosa voglio essere e che cosa sono? Sei molto arrogante, sai? Vuoi litigare? Vuoi fare a botte?" Sbatte un altro pugno sul tavolo, ancora più forte. "Allora vieni fuori e fammi vedere cosa sai fare, su!" Ora sta letteralmente urlando.

"C'è qualche problema?" interviene un cameriere, attirato dalle grida.

"Ce ne andiamo subito, non si preoccupi..." dico.

"No, vai tu, se vuoi!" strilla Fiore "Io ho diritto di restare quanto mi pare. Capito, stronzo di un cameriere? Ho pagato e qui ci resto quanto voglio!"

"Fiore ti prego..." supplico.

"Non ti va bene? Non ti vado bene? Io mi piazzo qui e per farmi uscire dovrai prendermi a calci in culo, se hai le palle!"

 

A quel punto esco davvero.

Pensando che, sì, è materiale da romanzo. Ma un romanzo lungo, da mille pagine, più o meno. Da fare uscire in tre volumi.

* * *

La sera dopo sono in via Fondazza, dove abita Elettra. Mi ha detto solo: vieni qua stasera e mi ha dato l'indirizzo, quindi tutto potrebbe accadere, per quanto ne so.

Quando suono il campanello e mi dice "Sali", be', un certo calorino mi si accende interiormente. Ma diventa ghiaccio secco non appena entro nell'appartamento e ci trovo Elettra insieme a uno che somiglia tantissimo a Nanni Moretti. Elettra me lo presenta, ma lo fa mentre sto valutando le vie di fuga nel caso mi propongano una cosa a tre, per cui il nome me lo perdo. Lo chiamerò Nanni, per semplicità.

"Vedi" mi sta dicendo Elettra "la tua aura è troppo forte, e non posso procedere nella nostra conoscenza senza sapere quali sono i nodi irrisolti tra noi due. Lui che è esperto di ipnosi regressiva, quindi, andrà ad esplorare le tue vite precedenti per sapere quando e come mi hai fatto del male."

"Prego?" dico io.

"Sarà facile" dice Nanni "Ti porterò indietro fino all'albergo, e poi più indietro ancora, più e più volte..."

Lo guardo sconsolato. "Di quale albergo stiamo parlando, abbiate pazienza?"

Nanni mi guarda stupito, come se non conoscessi cose elementari. Ma elementari per lui, nel suo particolare mondo, come se avessi detto che, no, non so che il cervello di Elvis è stato trapiantato nel corpo di Meat Loaf, o che, no, non so che grazie a una certa combinazione di note si può viaggiare nel tempo. Cose ovvie.

"L'albergo sull'oceano dove tutti noi soggiorniamo tra un'incarnazione terrena e l'altra" mi spiega Nanni come se io avessi cinque anni. "Ma procediamo, che il lavoro è lungo. Ascolta la mia voce."

 

Ecco: vorrei poter descrivere per bene cos'è successo dopo. Cioè, in quale modo mi ha ipnotizzato, di preciso, Nanni, e come mi sono trovato nell'albergo sull'oceano, e quali incredibili vite precedenti ho rivissuto. Ma in realtà è andata così: a un certo punto ho chiuso gli occhi, ho dormito per un po', e quando li ho riaperti c'era Elettra in lacrime, isterica, con Nanni che cercava di consolarla. E appena ho provato a dire qualcosa, lei mi ha preso a schiaffi urlando "VAI VIA! VAI VIA! TI ODIO TI ODIO TI ODIO!"

 

Okay, ho pensato, lontanissimo dal karma e dalla ruota delle incarnazioni e alle questioni spirituali in genere: non si scopa neanche questa sera.

E sono tornato in via Fondazza rapido come la luce.

Con tanto nuovo materiale da romanzo accumulato.

 

Per questo, quando ho visto ruotare la scritta nilatiR free, dapprima ho pensato a una bizzarra vendetta per via di quel vecchio articolo che mi era stato commissionato da una rivista, quello su un argomento di cui ben poco sapevo e che mi era costato, oltre che un servizio fotografico con facce discutibili e peli del braccio scomparsi grazie a photoshop, alcune invettive e crociate e insulti a mia madre e ai miei antenati da parte di qualche lettore della rivista stessa. Poi, invece, ho ricordato tutto.

Un comando postipnotico! Il sosia di Nanni Moretti mi aveva infilato in testa un comando postipnotico... sì, tutto è molto chiaro, adesso...

 

 
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