II Capitolo di Giulia Alberti PDF Stampa E-mail

II Capitolo di Giulia Alberti

 

Il romanzo del quarantenne con la camicia a quadri e gli occhiali da sole si intitola "Il professore morirà domani", chiaro elogio alle opere colossali di Gianluca Morozzi, il suo unico scrittore preferito, e alla sua opera preferita in assoluto: "Lo scrittore deve morire".

Aveva meditato la sua stesura per anni, aveva riportato alla mente episodi quasi sepolti della sua adolescenza, aveva attinto dalle "cose conosciute", dalle esperienze pi√Ļ importanti del suo passato, cos√¨ come il grande maestro gli aveva insegnato, ma non era bastato. Morozzi non aveva preso il suo plico.

Adesso, nel suo sordido capanno vicino agli orti, il quarantenne deluso respira l'odore di marcio a pieni polmoni, cercando di evacuare sulla prima pagina del suo romanzo preferito, autografata dal maestro stesso, posizionata con cura in una buca nel terreno.

-Ti sei appena fatto un nemico, bello.- dice alla luna.

Dentro tutto è pronto per la sua vendetta: ha avvitato alla parete le manette di alluminio foderate di pelo sintetico, sia in alto, che in basso, per immobilizzarlo mani e piedi; ha testato lui stesso la loro resistenza tirando e scalciando come un cane alla catena che vede un gatto dall'altra parte della strada.

Infine, ha disposto in bell'ordine sul tavolaccio di legno gli attrezzi di tortura, oliandoli accuratamente.

Sarai costretto a leggere tutto il mio romanzo, pagina dopo pagina. Poi morirai, pensa aggrottando le sopracciglia e stringendo gli occhi, per concentrarsi meglio.

Il fresco della sera gli accarezza le natiche. Inizia a sentire lo sforzo di mantenere la posizione, prova a resistere ancora un po', poi si alza con un nulla di fatto.

Tirandosi su i pantaloni, viene colpito di nuovo dalla sensazione che gli ha torturato lo stomaco dentro alla libreria, mentre Gianluca scriveva il numero di telefono sopra la sua opera intonsa.

Si volta di scatto e cerca lì attorno qualcosa con cui distruggere quella firma e quella dedica falsa e ipocrita che lo scrittore aveva vergato qualche mese prima: A Sebastiano, con affetto, Gianluca.

Alla fine si china, estrae il pezzetto di carta dalla buca nel terreno e lo riduce in briciole con i denti. Cerca di ridacchiare come un pazzo, mentre compie il gesto definitivo, ma gli esce solo un suono moscio, attutito dalla carta bagnata.

Entra nel capanno ad ungere ancora un po' gli attrezzi, poi spegne la luce e se ne torna a casa.

* * *

Teresa aspetta Gianluca ormai da ore, infilata sotto la coperta a fiori, con addosso un completino di pizzo rosso e volant neri.

√ą decisa a fargli una sorpresa, per farsi perdonare la freddezza dell'ultima volta, quando non √® riuscita ad empatizzare con la sua tensione pre-partita e l'ha lasciato solo per uscire con Paola, la sua isterica collega di lavoro.

Si è raccolta i capelli sulla nuca, lasciando scoperto il collo, come piace a lui, e facendo scendere sulla fronte un ciuffo sbarazzino che le dona almeno una decina di anni in meno.

Si tortura le unghie, stando ben attenta a non scheggiare lo smalto, per riuscire ad ignorare i rantoli che provengono dal suo stomaco.

Mormora qualcosa di incomprensibile, si infila le ciabattine con i pon pon e si dirige verso la cucina.

Un rumore di chiavi e una voce sul pianerottolo.

Eccolo!

D'istinto si volta verso la porta d'ingresso, conta i secondi, ma nulla si muove. Sente la porta del vicino chiudersi di colpo.

Fa una smorfia con la bocca e sbuffa, sollevando in alto il ciuffo ribelle. Si appiattisce lo stesso contro il metallo blindato e prova a guardare dallo spioncino: il bottone dell'ascensore è cerchiato di rosso.

Allora sta arrivando davvero.

Si tuffa nel letto e assume una posa da diva: sguardo malizioso, gambe allungate, l'indice appoggiato a un angolo delle labbra.

Le lancette della sveglia sul comodino rimbombano nelle sue orecchie. Conta fino a 90, poi si alza di nuovo.

Chiude un occhio e vede dallo spioncino il cerchio rosso di chiamata ancora acceso.

Che sia guasto?

Si infila la vestaglia e socchiude la porta, sposta lo zerbino di traverso, in modo da non rimanere chiusa fuori, e chiama:

-Gianluca?-

Nessuna risposta.

Me lo sarò immaginato, pensa sporgendosi dalla tromba delle scale.

Rimane in ascolto, ma non sente aprirsi l'ascensore; si avvicina alle porte, applica l'orecchio al metallo e chiude gli occhi.

Un¬† rumore pi√Ļ in basso, una sorta di dondolamento, un cigolio sinistro, poi un tonfo.

Sta a vedere che...

Scende le scale in fretta, bussando sulle porte dell'ascensore ad ogni piano.

-Gianluca!- chiama.

Una voce lontana, poi il grido dell'allarme si diffonde rapido e penetra nelle sue orecchie.

Teresa appoggia una mano sul petto e si avvicina alle porte del quinto piano. La vestaglia si apre scoprendo le gambe lunghe e abbronzate. Appoggia le labbra dove intravede la fessura di congiunzione.

-Gianluca amore, sei lì dentro?- grida.

E attende la risposta senza fiatare.

* * *

La luce della cabina si spegne di colpo.

Gianluca sente il sibilo della lama che sfreccia verso il suo corpo. Si butta su un lato e si scontra con le porte della cabina.

-Cazzo!-

-Sei lento, scrittore.-

Un altro sibilo e il coltello incontra la sua carne.

Un urlo strozzato, l'odore del sangue. Gianluca sente la rabbia montargli dentro: non vuole perire come uno qualunque, non vuole fare la figura del vigliacco con questo ragazzino pelle e ossa che lo minaccia. Lui è un uomo.

Sferra un pugno, poi un altro. Ogni suo colpo va a segno e sente i gemiti di Jacopo che tenta di fermarlo. Il coltello cade sul pavimento sospeso.

Ancora colpi e il corpo del ragazzo si accartoccia contro la parete dei pulsanti. Gianluca sente l'allarme suonare e perde il controllo.

Ora non √® pi√Ļ uno scrittore intrappolato in un romanzo, ma √® una macchina da combattimento ad energia illimitata. Continua a colpire duro, finch√© la voce di un angelo non penetra nel suo campo uditivo.

-Amore?- lo chiama- Sei qui dentro, amore?-

Molla il cappuccio della felpa di Jacopo e si ascolta respirare. Rivoli di sudore gli scendono dalla nuca fino al collo.

Deve calmarsi, deve riprendere il controllo.

Cerca a tentoni la pulsantiera, inizia a spingere a caso tutti i tasti e l'ascensore sale. Supera il settimo, supera l'ottavo, arriva all'ultimo piano.

Quando le porte si aprono la luce artificiale del pianerottolo gli fora le pupille.

Gianluca si volta a guardare il ragazzo: un corpo spalmato di sangue, riverso su se stesso. L'adrenalina pian piano si dissolve e lascia il posto ad una sensazione nuova, mai provata prima.

Gianluca respira l'aria viziata del nono piano, si passa le dita sulla ferita del braccio, annusa il suo stesso sangue e sorride.

Quello che è successo qui dentro non lo saprà mai nessuno, pensa.

Si sporge dalla tromba delle scale e grida a Teresa di rientrare.

Poi estrae il corpo gemente di Jacopo, lo afferra sotto le ascelle e inizia a salire i gradini acquattato contro il muro.

C'è una porta a fianco a quella del terrazzo condominiale, dalla serratura sporge una chiave attaccata con una catenella. Gianluca la gira e spinge Jacopo dentro uno spazio angusto, che dà sul vano ascensore.

Lo sistema con molto riguardo in quel metro scarso che finisce nel vuoto, in un salto di decine di metri, ora occultato dal tetto della cabina fermo sotto di loro.

I cavi dell'ascensore vibrano ancora per la recente salita. Gianluca ne è incantato, vorrebbe toccarli, ma si ritrae. Sputa nel vano ascensore, conta i secondi che impiega a spiaccicarsi. Non è un salto impensabile, ma il tetto della cabina non ha porticine segrete o simili, è una lastra metallica continua, senza fessure.

Lo scrittore chiude la porta sogghignando.

Al suo risveglio il ragazzo avrà una splendida sorpresa, pensa.

Sfila la chiave dalla serratura, poi stacca la catenella dal perno con un movimento fluido e controllato. Senza smettere di sorridere fa sparire tutto nelle tasche dei jeans.

Mentre scende le scale, sente Teresa che lo chiama, la vede corrergli in contro con il volto distorto dall'ansia. La ignora finché non sono ad un respiro l'uno dall'altra.

-Sei ferito?- chiede la ragazza.

Lui le infila la lingua in gola, senza rispondere. Con un gesto deciso le apre la vestaglia e inizia a toccarla.

-Non qui.- riesce a dire Teresa. Ma lui non la ascolta.

Passa le labbra sulla pelle morbida del suo collo, poi sulla spalla. Quando entra dentro di lei sente le ginocchia della ragazza tremare.

Non le permette di cadere. La appoggia contro le porte metalliche dell'ascensore e inizia a spingere.

Tutto si confonde e svanisce.

C'è solo la voce roca di Teresa che gli sussurra all'orecchio:

-Ti aspettavo, amore, non farmi pi√Ļ aspettare tanto.-

* * *

Il mattino dopo la fitta al braccio è così forte da farlo gridare.

Teresa lo fissa con occhi languidi e ci manca poco che inizi a fare le fusa. Gianluca scansa la mano che sfiora il suo petto e va in bagno.

Davanti allo specchio gli occhi venati di rosso quasi lo spaventano pi√Ļ del sangue che ha ripreso a scendere lungo il suo braccio.

La ferita non è molto profonda, ma non è nemmeno un graffio. Gianluca rivede il volto del ragazzo, l'immagine che si sovrappone a quella di Aldo Ferro, e stringe la fronte con entrambe le mani.

Vorrebbe lasciarsi andare e piangere con tanto di singhiozzi, ma l'odore del sangue fresco gli fa rizzare i peli del braccio. C'è qualcosa in quell'odore che l'ha cambiato e lo cambia ancora.

Si lecca piano le labbra, poi afferra la vestaglia di Teresa ed esce di casa.

Sul pianerottolo il vicino anziano lo squadra da capo a piedi.

-Salve- dice tossicchiando ed entra in fretta e furia nel suo appartamento.

Gianluca pigia il tasto dell'ascensore. Quando le porte si aprono, dentro, non c'è traccia di sangue, ma solo odore di candeggina. La ditta di pulizie deve essere passata da poco.

Dopo due piani è a destinazione, esce sicuro e appoggia le mani sui fianchi, davanti alla porta della sala macchine.

Rumore di cavi e nient'altro. Sta per battere la mano contro il metallo, quando sente qualcuno parlare:

-Bastardo, fottuto bastardo! Fammi uscire!-

La voce arriva debole e inconsistente, quasi un bisbiglio.

Gianluca indietreggia e scende di corsa le poche scale che lo separano dall'ascensore, spinge il pulsante e aspetta torturandosi il pizzetto con due dita. Sente il panico attanagliarli la gola, sente il respiro divenire affannoso e incerto. Anche nei suoi pensieri balbetta, senza riuscire a produrre parole di senso compiuto.

Cosa sono diventato? Un mostro? Un pazzo?

La chiave l'ha lasciata in casa, nella tasca dei jeans: deve immediatamente prenderla e liberare il ragazzo, deve dargli dei soldi per farlo tacere.

Tutto questo non è mai successo, non...

La ferita sul suo braccio si è aperta di nuovo, il sangue si è allargato con una forma quasi rotonda sulla vestaglia di seta.

E se lo lasciassi lì dov'è? Nessuno lo troverà, nessuno farà il controllo dell'ascensore se non è guasto.

Tra qualche giorno potr√≤ sbarazzarmene senza alcuno sforzo. Quando avr√† smesso di parlare, quando non sentir√≤ pi√Ļ il suo respiro, lo prender√≤ e lo scaricher√≤ da qualche parte, pensa, guardando la sua immagine riflessa nell'acciaio delle porte automatiche.

Quando Teresa apre la porta di casa si trova davanti un viso indurito e crudele. Fa un passo indietro, poi lo riconosce.

-Gianluca?-

-Sei pronta per il bis, tesoro?-

* * *

Sebastiano sfoglia la sua copia non pi√Ļ autografata de "Lo scrittore deve morire".

Osserva con attenzione le parti siglate con G e con H, ripercorre il brivido della rivelazione, quando è riuscito a separare con una certa sicurezza le parti scritte dal maestro da quelle dell'altro autore, un certo Herman Zed: un omone muscoloso, che gli aveva fatto un certo effetto vedere alla presentazione insieme a Morozzi e riconoscere in lui uno scrittore.

Ricorda ancora quegli occhi riempirsi di luce e addolcirgli lo sguardo, nel momento in cui aveva iniziato a parlare dell'idea e dell'impegno speso nell'elaborazione della trama. Forse era lui il vero maestro, l'autentico guru da seguire.

Non appena avrò consumato la mia vendetta, gli chiederò un autografo, pensa Sebastiano riponendo il libro sul tavolaccio.

Poi inforca gli occhiali da sole e infila il piumino sulla camicia a quadri.

Deve iniziare la sua ricerca, deve scoprire dove abita Gianluca Morozzi, lo scrittore che deve morire.

Sale sul Ciao arrugginito che parte scoppiettando.

Si sente pieno di energie e carico di aspettative, sventola la mano in direzione delle schiene curve dei nonnetti che lavorano negli orti.

Poi guarda dritto davanti a sé.

Nulla potrà distoglierlo dal suo obiettivo.

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Giulia Alberti è nata a Bologna dove vive, lavora e scrive. Ha partecipato a vari concorsi letterari e i suoi racconti si possono trovare in alcune antologie cartacee e in formato e-book. Dopo aver partecipato ad un corso di scrittura creativa e diversi laboratori ha collaborato alla nascita di un collettivo di scrittori dal nome per ora segreto. Da qualche giorno è impegnata nella ricerca della fidanzata ideale di Gianluca Morozzi e spera di trovarla presto!


 
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