Carmelo Romano Carlotta PDF Stampa E-mail

Carlotta

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.

Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.

Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.

La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Dal caldo sole di quel piccolo paese del meridione, dove era nata ventitre anni prima, aveva ricevuto la bellezza.

La lunga chioma nera sembrava danzasse, ad ogni passo, a ogni movimento del suo corpo sul seno prorompente. Sapeva da sempre di essere bella e si era abituata agli apprezzamenti, a volte volgari, degli uomini.

Dopo la laureata, conseguita presso la facoltà d'Arte e Spettacolo, il suo sogno era rimasto quello di sempre, recitare. Il minuscolo paese d'origine era troppo piccolo per i suoi sogni, le sue ambizioni. Torino le sembrò la città idonea come trampolino di lancio per la sua carriera.

Arrivò in stazione con il suo zainetto di tela in spalla, la gonna corta, ai piedi sandali aperti, in una mattinata fredda di novembre.

Percorse la lunga panchina ferroviaria schivando valigie e passeggeri frettolosi che scendevano dal suo stesso treno. Con andatura morbida e sensuale, quasi senza fretta, indifferente agli sguardi altrui, guardava sorridendo i vagoni carichi di genti e di speranza.

Arrivò nel piazzale antistante alla stazione ferroviaria.

Il cielo di Torino le sembrò meno luminoso di quello che aveva lasciato diciotto ore prima in paese e la rumorosità che la città offriva, fu accolta da Carlotta come un segno di dinamismo in cui, anche lei nei giorni successivi, si sarebbe tuffata.

Aveva organizzato tutto prima dell'arrivo a Torino, alloggio in una pensione in centro e iscrizione alla scuola di recitazione per perfezionare quello che aveva studiato negli anni precedenti.

Con l'entusiasmo e l'incoscienza dei vent'anni affrontò quella nuova esperienza di vita.

Dopo qualche mese, grazie anche alla sua bellezza e solarità, si era inserita con successo nella Torino artistica e, pur con piccole comparse, aveva partecipato ad alcune importanti recite teatrali.

L'incontro con Filippo fu decisivo.

Quella sera, dopo una recita in un piccolo teatro di periferia, fu avvicinata da un giovane, preceduto da un mazzo di rose.

Ciao, sono Filippo, sei stata fantastica, e da un bel po' che non sento recitare con tanta passione, sono un impresario.

Carlotta rimase affascinata dal suo sguardo, dai modi e dal tono caldo della sua voce.

Come da copione seguì l'invito a cena e il continuo a casa di lui.

 

La casa di Filippo era arredata modernamente, con gusto, rispecchiava appieno il carattere dell'impresario e d'uomo ambizioso. Accese le luci e Carlotta, entrando, poté ammirare un ampio salone. L'angolo in fondo a sinistra, dove si arrivava salendo tre scalini in granito, era occupato da una cucina rossa che dava colore al bianco dominante dell'ambiente.

Un tavolo rotondo, di vetro, circondato da due sedie era già apparecchiato per la prima colazione.

 

Davanti al lavello della cucina erano state aperte due ampie finestre a semicerchio che dovevano dare, di giorno, una vigorosa luce all'ambiente, incorniciate da una grata di ferro battuto.

All'angolo opposto una scala a chiocciola, larga e comoda, anch'essa in ferro battuto, portava al piano superiore.

Accostato alla parete lunga, vicino al caminetto, era stato posto un divano bianco e due poltroncine con il tavolinetto in mezzo. Sopra era sistemata un'antica scacchiera con i suoi Re e le sue Reggine, le Torri, gli Alfieri e i Cavalli posti come in una partita interrotta che aspettava solo di essere ripresa.

Carlotta lo seguì sulla scala a chiocciola dove raggiunsero in un'ampia stanza da letto.

Era leggermente mansardata, con il pavimento e il tetto di legno, molto calda e accogliente.

La parete di fronte il letto era stata affrescata di un tenue azzurro, con sopra disegnate delle immagini raffiguranti grosse nuvole bianche.

Una di queste prendeva le sembianze di un florido bambino che soffiava aliti di vento verso cinque cicogne che si libravano in volo.

Il letto era ampio, rivestito con lenzuola di seta nere in cui risaltavano bianchi cuscini.

Si ritrovò, circa nove mesi dopo, da sola ad ansimare su un letto d'ospedale.

Non era più riuscita a dimenticare la faccia di Filippo quando gli aveva detto d'essere incinta, dal suo volto erano scomparse spavalderia e sicurezza, la sua bocca, che tanto in passato aveva amato, si era spiegata solamente per rovesciare una parola orribile e dal suono sgradevole come "aborto".

Comunque Giacomo era nato, bello come il sole, come il sole caldo del meridione.

Il suo coraggio era stato premiato, anche se, con Giacomo, erano arrivati una valanga di problemi che doveva risolvere da sola, senza un lavoro e con quei pochi soldi risparmiati ormai quasi finiti.

Una bella canzone di Fabrizio De Andrè recita: "C'è chi l'amore lo fa per gioco, chi se lo sceglie per professione ..." Carlotta lo scelse per necessità.

Con freddezza e distacco concesse il suo corpo ad animali arrabbiati che giornalmente la azzannavano senza mai coinvolgerla mentalmente.

La lunga doccia, effettuata a fine lavoro alle prime luci dell'alba, le facevano scivolare da dosso bava e sussulti che mezzi uomini perennemente insoddisfatti gli avevano vomitato addosso, con l'illusione e la presunzione d'averla soddisfatta, solo per averla pagata.

Dopo, di nuovo pulita e rinfrescata, era pronta per prendere l'autobus che l'avrebbe condotta, dopo tre fermate, a casa.

Aveva memorizzato il cammino, poteva percorrerlo a occhi chiusi.

Percorreva quel tragitto tutti i giorni, tutte le settimane, tutti i mesi dell'anno, da anni, con indifferenza e rassegnazione, senza che il suo umore nero, come i suoi occhi, i suoi neri capelli e i neri pensieri, venissero in qualche modo influenzati dalla pioggia, dal vento, dalla neve, che sfioravano il suo viso senza intaccarlo.

Tutti i santi giorni dell'anno tranne i venerdì.

Giacomo cresceva e cresceva bene. Frequentava un istituto svizzero, proprio subito dopo il confine, comodo ad arrivarci. La retta mensile da pagare era alta e poteva farlo solo grazie al suo sporco lavoro; ancora per qualche anno, dopo avrebbe smesso, quando il suo fisico non sarebbe stato più in grado di allettare i clienti e dopo il completamento degli studi di Giacomo.

Per adesso bisognava continuare.

Si recava a trovare suo figlio tutti i venerdì della settimana, tutti i venerdì del mese, tutti i venerdì dell'anno ...

Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

Autore Carmelo Romano

 
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