Carmelo Romano - "Turno di Notte" 2010 PDF Stampa E-mail

 

Devi morire.
Sì, lo sai che devi morire.
Morirai per quello che hai fatto, per quello che mi hai tolto, per avermi spezzato il cuore.
Le storie cominciano sempre con una ragazza e finiscono tutte le volte per una ragazza.
No, la pistola non è finta e la userò per ucciderti, per chiudere il cerchio, per dare un senso a questa storia, ammesso che questa storia un senso c'è l'abbia.
Io la amavo.
Sì, era giovane per me, troppo giovane, ma io la amavo e anche lei mi amava prima che arrivassi tu.
Meriti di morire. Ti ucciderò.
Ma prima di ucciderti ti racconterò la storia.

La incontrai una mattina, in primavera, aveva il viso triste come una giornata di novembre, piovosa.
Non era quello un periodo facile per me, qualche sera prima avevo scribacchiato su un foglio di carta, bianca, innocente:
Del giorno che nasce, non bisogna aspettarsi nient'altro che il "Niente".
Il Niente deve essere una filosofia di vita, una scelta di vita, non certo per vivere ma almeno per sopravvivere.
Il mattino quando ti svegli, quando sei costretto a svegliarti e alzarti, del giorno che arriva non devi aspettarti nient'altro che il niente.
Quando apri le persiane aspettati una giornata fredda, nuvolosa, cupa come una giornata di novembre, triste come tu sei dentro.
Se aprendo le imposte, vedi anche solo un raggio di sole che sposta le nuvole per apparire, è un raggio di sole guadagnato, un plus valore aggiunto rispetto al niente che ti devi aspettare, al niente che ti aspetta, al niente che ti ha riservato quella giornata.
Anche quella mattina non canticchiavo sotto la doccia, era da qualche tempo che non canticchiavo, era da troppo tempo che non gioivo al pensiero di una giornata di lavoro. Eppure amavo il mio lavoro, avevo avuto la fortuna di fare nella vita quello che da sempre avevo voluto fare.
Mi guardai a lungo davanti allo specchio senza decidere se radermi o no.
Lo feci senza convinzione, solo per il rispetto che ancora avevo verso le persone che avrei incontrato quella mattina.
Arrivai puntuale in ufficio, mi aspettava una lunga e faticosa giornata di lavoro.
Non è sempre facile selezionare e giudicare delle persone e decidere se sono idonee per un posto di lavoro presso l'azienda in cui ero incaricato di selezionare il personale.

In piedi davanti alla porta, Carlotta aveva un viso preoccupato, come giusto che sia per qualsiasi persona che debba sottoporsi a un giudizio.
Prego, si accomodi, le dissi.
Presi il suo incartamento, svogliatamente guardai il suo curriculum, la mia mente si era resettata a pensare come fosse giovane e carina quella ragazza.
Forse, diversi anni prima, quando ero ancora un giovane dirigente, ci avrei provato, era quello un tipo di donna che sempre mi era piaciuta.
Piccola e proporzionata, viso dolce e femminile, scollatura pudica che non nascondeva all'immaginazione un seno a coppa di campagne, che immaginai fresco, profumato e... spumeggiante.
Mi ripresi subito dalle divagazioni per ritornare professionale, dietro un'anonima scrivania, dietro un monitor ad apparire distaccato nel ruolo che mi competeva.
Bene, tutto a posto Signorina Carlotta, le faccio le solite domande di routine.
Redigendo i moduli, Carlotta gli apparve meno tesa, quasi sorridente, aveva un bel sorriso quando sorrideva, solo i suoi occhi tradivano tristezza, tristi come un grigio mattino di novembre, tristezza profonda, quella dell'anima, quella che giorno dopo giorno ti porti dentro, quella che non ti abbandona mai, quella che ti accompagna anche tra le braccia di Morfeo e ti fa passare la voglia di dormire. Ebbi una stretta al cuore, non mi appariva giusto vedere tanta tristezza in occhi così giovani, m'infastidiva, Carlotta aveva solo trenta anni, quasi metà dei miei.
Con quella tristezza che si portava dentro, cucita addosso come un secondo vestito, come sarebbe arrivata a cinquantanove anni che erano quelli che avevo io?
Che cosa era successo, quale era stata la causa?
Probabilmente non l'avrei mai saputo, non rientrava tra i miei compiti istituzionali, non volevo e non potevo infrangere la privacy delle persone, andare al di là dalle mie competenze specifiche.
Forse tutto questo non era vero, probabilmente era la mia tristezza, la mia apatia che mi facevano vedere le mie fisime rispecchiarsi dentro gli occhi di altre persone.
Ero io che avevo una visione del mondo in Bianco e Nero, a volte anche bello, ma senza colori, senza profumi.
Bene, abbiamo completato la parte di burocrazia, si accomodi pure al computer per la prova pratica.
La guardai alzarsi e dirigersi verso la postazione indicata, capelli lunghi fin sopra le spalle, castana con delle sfumature rosso mogano, magliettina e gonna lunga con uno spacco laterale, caviglie sottili.
Per fortuna qualcuna portava ancora la gonna.
Era bella, una bambolina, una bambolina triste come una giornata di novembre.
Mi sedetti sulla sedia di fronte a lei, i nostri visi si trovarono a venti centimetri uno dall'altro, uno di fronte all'altro, separati da soli venti centimetri.
Non era truccata, appena un lucida labbra che risaltavano la sua bocca e il suo sorriso, quando sorrideva.
Da quella distanza potei percepirne il  profumo, profumo di donna, profumo di giovinezza, profumo da tempo dimenticato.
Non avevo altre scuse per prolungare il dialogo, dopo una stretta di mano le dissi che poteva accomodarsi.
Ci saremmo rivisti tra due settimane, per il secondo colloquio.
Carlotta uscì dall'ufficio lasciandomi dentro una sensazione di vuoto, solo il suo profumo era rimasto, profumo che solo io continuavo a sentire, che avevo memorizzato nei recettori olfattivi.
Quella mattina mi venne in mente un romanzo di Andrea Camilleri che avevo appena letto:
"L'Afa D'agosto", dove il commissario s'innamorava di una giovane ragazza, molto più giovane di lui, il romanzo terminava con lui che: " Natava e cianciva, cianciva e natava", l'avevo trovato bellissimo e... non volevo, come lui, provare quella stessa delusione.
Non ne avevo più l'età.

Quel mattino mi svegliai con il mezzo piede sinistro, barba e doccia, mi profumai.
Non so quanto me ne rendessi conto, ma ero contento di rivedere Carlotta.
La rividi davanti alla sala d'attesa, davanti alla porta insieme con altri pretendenti il posto, un posto fisso, un futuro garantito. Avevo voglia di rivederla, forse sarebbe stata l'ultima, avevo voglia di gridarle che in quei giorni aveva portato un sorriso nella mia vita, avevo voglia di dirle ... quello che ancora neanche io sapevo di provare per quella ragazza triste come una giornata di novembre.
Con particolare sfacciataggine le disse: " Venga signorina che guardiamo il suo curriculum" invitandola nello studio.
La vidi sorpassare la soglia della porta e dirigersi con grazia davanti alla scrivania.
Chiusi la porta, quasi con forza, come a impedire a qualcuno di intrufolarsi e cancellare questo mio ultimo momento quasi d'intimità.
La interrogai senza interrogarla, avevo altri pensieri che mi frullavano in testa rendendomi per niente professionale.
Alzandoci dalla sedia istintivamente la salutai abbracciandola, con affetto, come si accarezza una rosa, come si accarezzano i suoi petali, senza pensare che potrebbero nascondere anche delle spine, un abbraccio che Carlotta teneramente ricambiò.
Sentì il suo esile corpo aderire al mio, morbido, ne percepì il calore, aderì a me con spontaneità, la testa appoggiata alla mia spalla, come a dirmi grazie, anche se volli interpretare il gesto come una richiesta d'aiuto.
Avevo bisogno di un alibi, non ero io che aveva bisogno di quella ragazza triste, era lei che mi chiedeva di aiutarla.
La accarezzai, come un bocciolo di rosa, come una bimba, commosso dalla tenerezza che traspariva da quell'abbraccio, commosso di averla vicina, estasiato dal profumo che emanava.
Istintivamente abbassai la testa e mi ritrovai a poggiare le mie labbra lungo il suo collo, a sentire la sua pelle morbida, ad aspirare il suo odore inebriante, a baciarla ancora, sino alla spalla.
Gli appoggiai delicatamente le mie labbra alle sue, per assaporare e gustare la sua dolcezza, per assaporarne il profumo.
Un bacio veloce e furtivo, quasi rubato.
Carlotta si scostò, senza apparire offesa da questa eccessiva libertà che mi ero preso, solo imbarazzata, imbarazzata da questo gesto inaspettato.
Le sentii sussurrare: "Non posso, ho... un compagno".
Pretendendo rispetto per me, rispettavo gli altri.
Le sussurrai solo in un orecchio: "Parto per le ferie, tra quindici giorni ritorno, vorrei vederti e... non solo per il posto di segretaria".
Carlotta uscì dalla stanza senza rispondere, lasciandomi il vuoto intorno e un dubbio che era più pesante a sopportare di uno schiaffo.
Ebbi, con terrore, la sensazione che non l'avrei mai più rivista.

Le ferie sono sempre piacevoli e dovrebbero essere anche rilassanti.
Anche per me furono piacevoli, certamente non rilassanti.
In valigia mi ero portato tutto il fardello di dubbi che Carlotta mi aveva lasciato.
Mi maledivo d'averla baciata, d'averci provato. Bravo, bella figura di merda, un professionista che ci prova con una probabile dipendente.
Non mi perdonavo d'essere cascato nel più banale dei luoghi comuni, il più stupido, tutto questo non mi piaceva, me ne vergognavo, non era da me.
Ma, nonostante tutto, continuavo a pensare a quella ragazza triste come una giornata di novembre, magari le mie erano solo seghe mentali e che, forse anche lei, aveva voglia di rivedermi e, una volta rientrato al lavoro, chissà.
Volutamente prima di partire avevo lasciato il numero di telefono di Carlotta in ufficio, volevo mettermi nella condizione di non poterla in nessun modo contattare.
Mi conoscevo, non avrei resistito quindici giorni alla tentazione di telefonargli.
Avevo voluto interporre, volutamente tra noi due, un lasso di tempo per non pensare, o per pensare.
Non pensare a quella ragazza triste, non pensare che a lei:
"Non posso, ho... un compagno".
Il lunedì mattina rientrai in servizio, dovetti rientrare. Il bonus di due settimane di ferie era finito. Aveva trascorso le ferie al mare.
Anche in ferie il ricordo della ragazza triste non mi aveva abbandonato.
Era un ricordo angosciante perché troppe domande non avevano risposte.
Che cosa volevo da questa ragazza triste, cercavo solo ed esclusivamente un rapporto sessuale, per cercare di soddisfare la mia sessualità fisica e mentale?
Che cosa voleva da me quella ragazza triste, per me tropo giovane?
Non avevo risposte.
Sicuramente sapevo che avevo giudicato con severità quelle "Perdite di testa" da parte di persone mature verso giovane ragazze, li avevo semplicemente liquidati come individui senza carattere e senza schiena dorsale. Ridicoli.
Avevo da venti anni rifiutato, sfuggito a qualunque rapporto.
Non volevo beghe, in fondo ero un monotono, stessa macchina da diversi anni, stesse abitudini di vita, stessi amici, pochi, stessa moglie in un mondo circondato da separati, da "Singol".
Non so se la mia fosse, "Viltà" o "Coraggio" me lo ero chiesto spesso.
Ancora senza risposte.
Ero destinato nella vita a rimanere nel dubbio e... con qualche rimpianto.
Si sa la vita è piena di "Se" e di "Forse".
E in tutti questi voli mentali, Carlotta cosa veramente voleva, cosa cercava anche lei dal profondo della sua tristezza, cosa cercava dentro l'uomo dietro la scrivania che l'aveva analizzata e che era stato gentile con lei?
Ma poi, mi cercava?
Perché avrebbe dovuto?
Le domande senza risposte continuavano a invadermi la mente lasciandomi poco altro spazio per altri pensieri.

La sveglia squillò anche quel mattino, come tutte le mattine.
Arrivai puntuale in ufficio, come sempre, mi fermai al Bar per gustarmi il secondo caffè.
In ufficio, uno dopo l'altro vidi arrivare i colleghi più giovani, tutti abbronzati e con la stessa espressione nei loro visi, volevano ancora essere in ferie.
Dal primo cassetto della scrivania trassi un foglio che avevo riposto prima di andare in ferie, avevo scarabocchiato sopra un numero di telefono, furtivamente e illegalmente sottratto dal fascicolo personale di Carlotta.
Al solo pensiero di telefonargli mi vergognavo moltissimo, mi vergognavo dei miei pensieri, di quello che mi accingevo a fare, mi vergognavo di quello che volevo fare, ma era più forte di me. Non ebbi in coraggio di telefonarle subito, rimandai al primo pomeriggio.
In cuor mio avevo la voglia e la paura di sentire Carlotta, paura che, pur trattandomi con gentilezza e cortesia, mi avrebbe fatto capire che non voleva essere importunata.
"Non posso, ho... un compagno".
Quelle parole mi ronzavano in testa. Che quel bacio rubatogli fosse stato solo una parentesi da dimenticare, dimenticare per entrambi.
Paura, ma anche speranza, speranza che fosse lei a ridefinire i confini di quella situazione, "Non posso, ho... un compagno" e che fossi costretto, costretto ad accettare una decisione che altri, anche questa volta, avrebbero preso per me.
L'avrei accettata, senza tentare nuove azioni, con rassegnazione e rimpianto.  Anche questa volta avrei avuto un alibi forte per non prendere nessun treno, un treno visto arrivare, fermatosi davanti e ripartire senza di me che restavo fermo, inchiodato ai binari della stazione, poteva essere l'ultimo. La mia coscienza avrebbe avuto ancora una volta un alibi.
Alzai la cornetta e chiesi alla centralinista di compormi, per favore, un numero, era il numero telefonico di Carlotta.
Il telefono era libero, speravo di sentire la voce sterile di un'anonima signorina che diceva: "... Il telefono della persona chiamata potrebbe essere spento o non raggiungibile, la preghiamo di riprovare più tardi".
Invece iniziò a squillare.
Pronto?
Buon giorno signorina, scusa se la disturbo, come va?
Bene, grazie, tutto bene, come sono andata?
Dal tono della voce volli credere che Carlotta era contenta di risentirmi, mi sentì tranquillizzato, audace, in un attimo scomparvero tutte le mie paure.
Direi che il primo colloquio è andato certamente bene.
Avrei bisogno di vederla, può venire in ufficio?
Certo, quando?
Le fissai l'appuntamento per il giorno successivo, anche se avevo voglia di vederla immediatamente.
Va bene, allora ci vedremo domani alle 16,30, arrivederci e buona serata.
Riposi la cornetta ed emisi un urlo liberatorio di gioia, ebbi la strana sensazione di sentirmi felice.
Per fortuna era da solo in ufficio.

Vidi Carlotta in sala d'attesa.
Ebbi un battito al cuore, la stessa sensazione avuta tanti anni prima, al mio primo appuntamento con la mia prima amichetta.
Quanto tempo era passato? Tanto, troppo.
Ed io non era più un ragazzino.
La trovai solare, vestita come un pomeriggio di primavera.
Mi accolse con un sorriso, e mi sembrò di non vedere più tristezza in quegli occhi novembrini. Prego signorina, si accomodi, gli disse, invitandola a entrare.
Carlotta mi apparve subito bella, ancor più di come l'avevo immaginata in tutti quei giorni di frenetica attesa.
Dimenticando le innumerevoli fisime che mi ero creato, sapevo che avrei tentato di baciarla, volevo baciarla, il suo sorriso m'incoraggiava a osare.
Mi sedetti di fronte a lei, senza guardarla negli occhi, mi avvicinai a lei e i nostri visi si trovarono a venti centimetri uno dall'altro, uno di fronte all'altro, un rituale che si ripeteva, una scena già vissuta, una pellicola che lentamente tornava indietro.
A quella distanza ne potei percepire il profumo, il suo profumo, profumo che avevo memorizzato e che adesso diventava reale. Come l'ultima volta, era appena truccata, solo un lucida labbra risaltava la sua bocca e il suo sorriso, questa volta Carlotta sorrideva. Un vestitino leggero di seta modellava il suo esile corpo, aderendo ai suoi fianchi, armonico e proporzionato, slanciato da scarpe con il tacco alto. La consueta pudica scollatura faceva immaginare più che vedere il seno seducente, spumeggiante come Champagne appena versato in un calice.
La mia mano si trattenne sul suo volto accarezzandolo, senza parole avvicinai il viso per cercare le sue labbra.
Carlotta rispose al bacio con fervore, con inatteso ardore.
Dal calore trasmessomi da quel bacio, mi resi conto che anche lei l'aveva desiderato, che si aspettasse e voleva essere baciata. Continuammo a baciarci seduti uno di fronte all'altra, senza essere più divisi da quei venti centimetri, le nostre bocche continuavano a cercarsi, a esplorarsi reciprocamente, a conoscersi meglio, ad avere confidenza e intimità, le salive si mescolarono scambiandosi sapori e profumi.
Ero estasiato, felice, eccitato, molto elettrizzato da quei baci.
Consideravo il bacio, l'intimità massima che un uomo e una donna possono scambiarsi. Ero arrivato a un punto d'eccitazione in cui non si riesce più a ragionare, quando tutti i neuroni sono in tilt e gli ormoni prendono il sopravvento sulla ragione.
Quanto avevo aspettato e desiderato questo momento.
Afferrai per mano Carlotta e mi diressi, quasi strascinandola, verso lo studio attiguo, in penombra e con le porte chiuse. Più sicuro.
In piedi, appoggiati alla scrivania, continuammo a toccarsi, a sfiorarsi, a scambiarci effusioni.
Le mie carezze si fecero più coraggiose, audaci, senza trovare in Carlotta freni o ostacoli. Ebbi finalmente la possibilità di toccare il suo corpo, sfiorarle le tette, sentirle effervescenti sotto le mie dita, gustarne con le labbra il sapore, saporosità di bollicine aromatiche, di gioventù, fresche come un pomeriggio caldo di primavera.
Ebbi la sensazione di trovarmi immerso in un giardino di ciliegi fioriti, estasiato dal loro profumo, dalla purezza dei petali bianchi.
"Non posso, ho... un compagno" furono le ultime parole che le sentì sussurrare, senza volerle ascoltare, senza volerle sentire, non sentendole, prima di prendere Carlotta quasi con violenza.

Sono stati nove mesi felici, nove mesi in cui ho vissuto, nove mesi in cui avevo ricominciato a vivere.
Poi sei arrivato tu a portarmela via.
Questa storia comincia con una ragazza triste che con me aveva ritrovato il sorriso.
Le storie cominciano sempre con una ragazza.
Sei arrivato tu a rubarci il sorriso.
Per questo meriti di morire.

 
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