Diego Ernesto Ojos Ibarria - Voglio un nome PDF Stampa E-mail

Voglio un nome di Diego Ernesto Ojos Ibarria

Guerrigliero-giovane_grande

Horatio percepì occhi nascosti e attenti che lo spiavano. Lanciò con noncuranza una manciata di mais nel pollaio e attese scrutando i margini della selva collinosa, oltre la striscia sottile di orticelli che la separavano dalle prime casupole del villaggio. Era il tramonto, l'ora incerta di ogni ritorno.

"Vamos, vamos mias chicas" gridò sovrastando il brusio di fondo della vita quotidiana, composto in quel preciso istante da latrati di cani, ragli lontani e i colpi cadenzati di martello con cui qualcuno cercava di piegare ai propri voleri un pezzo di lamiera

.

Riconobbe Luzma scattare fulminea dalla macchia di banani abbandonati a se stessi di tio Alves. Era partito mesi addietro per il sanatorio senza più fare ritorno. Nessuno sapeva cosa gli fosse accaduto, quindi nessuno si prendeva la briga di occuparsi delle sue cose.

Dietro a lei, Josefa e Isaura, inseparabili compagne d'avventurosi, girovaghi razzolamenti. Poi scorse Rosalba e Pacha, galline cittadine e un po' snob, pettegole amanti della vita della piccola piazza principale, precipitarsi lungo l'unica strada di terra battuta che attraversava quello sputo d'imprecazioni e sogni, smarrito ai piedi della selva.

Horatio osservò contento le sue galline rientrare una ad una. Quando chiuse la rete gettando all'interno qualche altro chicco di mais, si sentì pervadere da una seppur misera felicità. Nessuna mancava all'appello, era stata una buona giornata.

Poi, levò lo sguardo là dove la strada, fattasi sentiero, svaniva nell'onda mutevole della selva.

A dire il vero alla conta mancava ancora qualcuno.

Suo padre era partito all'alba, come ogni mattina, con Luzio e Thomas, per il consueto giro di pattuglia nel distretto di competenza. In tre, rappresentavano la legge, il potere e lo Stato in quel pezzetto di mondo così lontano dalla capitale. Svolgevano il lavoro con buona coscienza poiché indossare una divisa logora e imbracciare un vecchio moschetto rappresentava una valida alternativa alla zappa e alla vanga. Un mestiere come un altro che permetteva di mantenere con onesta dignità una famiglia numerosa. Suo padre poi, era amato e rispettato da tutti. Tutte le persone per bene almeno.

Horatio si riparò gli occhi dal riverbero. Nulla. A volte suo padre si fermava alla posada e lasciava che l'asino raggiungesse casa da solo, mentre lui rientrava a notte fonda barcollante per il troppo rum.

Ma quella sera non si vedeva ancora arrivare nessuno dei due.

La selva non nascondeva grandi pericoli. Suo padre raccontava a volte dello scontro con alcuni banditi o della caccia a qualche ladro o a un tale che, uccisa la moglie, per anni aveva vissuto come un selvaggio, nascosto nelle profondità di quel misterioso oceano verde. Negli ultimi tempi però giravano strane voci su gente venuta da fuori, con la ferma intenzione di stravolgere la vita tranquilla dell'isola. Rebeldes, fuorilegge e assassini della peggior specie. Dalla capitale avevano messo sull'avviso tutti i piccoli posti di polizia sparsi per la sierra, ma gli avvistamenti erano stati rari.

Horatio rincasò.

"Tuo padre ancora non si vede" mormorò la madre sospirando e si appostò alla finestra, come una delle sue galline in attesa del lancio di qualche chicco di mais.

"Non stare in pensiero" cercò di tranquillizzarla Horatio sorridendo "e non arrabbiarti troppo quando arriverà come al solito strisciando carponi per il troppo bere."

La madre mosse appena il capo con lo sguardo che vagò dal piatto sul tavolo alla selva.

Poi riprese a fare la guardia alle proprie paure.

Il mattino dopo non erano ancora tornati e tutto il paese era in subbuglio. La madre di Horatio non aveva abbandonato il suo posto di vedetta e occhi cerchiati di grigio rivelavano come nel cuore oscuro della notte avesse sgranato un rosario di lacrime e tristi presagi.

"Vado a cercarlo" aveva sussurrato il ragazzo uscendo di casa, senza il coraggio di guardarla.

Miguel, compagno d'avventure da sempre, lo stava aspettando sul sentiero che conduceva alla sierra. Lui la conosceva come pochi, visto che ci lavorava, tagliando legni pregiati. Oltre a un sacco di tela con acqua e un po' di cibo entrambi portavano, infilato nella fascia stretta in vita, un pesante machete per aprirsi la strada fra la folta vegetazione.

"Cosa credi sia accaduto?" chiese Miguel ansimando per la salita. Erano partiti da un pezzo, ma nessuno dei due aveva osato infrangere il rassicurante silenzio delle domande non poste.

"Non so, non ne ho idea. Ma il fatto che non sia rientrato nessuno dei tre, mi fa temere il peggio."

"Magari avranno incontrato qualche mercante o cacciatore e si sono ubriacati."

"Magari..."

Il sole era salito alto nel cielo e il caldo iniziava a farsi soffocante. Horatio, che aveva accompagnato spesso suo padre nel giro di ronda, stava ripercorrendo il medesimo sentiero e a volte, nell'attraversare qualche rigagnolo melmoso, poteva notare le tracce lasciate dai muli il giorno prima. Era, al momento, tutto ciò che aveva di suo padre.

A metà mattinata si fermarono sotto un enorme guajaba a bere e mangiucchiare un pezzo di pane con un po' di formaggio rancido. Non avevano incontrato nessuno, nessuna voce o odore di fumo, a conferma che in quel deserto verde erano forse le uniche forme di vita umana ad aggirarsi silenziose. Durante tutto il tragitto avevano scambiato solo poche parole sulla fatica e il tempo.

"E se avessero incontrato i banditi di cui tutti parlano?" chiese all'improvviso Horatio.

"Non so" scosse la testa Miguel "da queste parti non li hanno mai segnalati. E poi, banditi..."

La frase rimase sospesa.

"Intendi forse dire che non lo sono?"

"Ti sei mai chiesto, Horazio, che razza di vita facciamo noi campesinos? Ci ammazziamo di lavoro come muli, ma chi guadagna sono quelli che stanno comodi in città seduti ai caffè a parlare d'affari. Noi siamo i loro affari. Ti sembra giusto?"

Horatio guardò l'amico stupito.

"Non ti ho mai sentito parlare così, cosa sei diventato di colpo un professore? Vuoi cambiare il mondo?"

"No mio povero amico" e calcò più del dovuto sulle ultime due parole "mi sono solo stancato di sopravvivere giorno dopo giorno ad occhi chiusi."

Fra i due calò di nuovo il silenzio. In effetti, negli ultimi tempi Miguel era cambiato. Non era più allegro come al solito, aveva perso pure il gusto all'ubriacatura facile. Fortuna che la passione per le donne non gli era passata altrimenti ci sarebbe stato davvero di che preoccuparsi. Un giorno, l'aveva addirittura sorpreso a tentare di leggere un giornale, lui che aveva a malapena finito le prime due classi. Ma era sempre stato un ragazzo strano, Miguel. Troppa rabbia e troppi sogni.

"Ma chi non l'era in quello sputo di mondo..." concluse Horatio bevendo un ultimo sorso d'acqua.

Era passata un'ora dall'ultima sosta, quando con un gesto fece di colpo segno all'amico di fermarsi.

Rimasero in ascolto. Da lontano, giunse un gracchiare eccitato.

I due presero a correre. Horatio sentiva il cuore scoppiargli in petto. Quegli uccelli, quei maledetti uccelli che strillavano, azzuffandosi festanti, erano soliti divorare carogne. Nei loro versi striduli, echeggiava l'eterno ghigno beffardo della morte che si prendeva gioco della vita.

In una piccola radura, v'era un mulinate, nero groviglio di piume, becchi gialli, artigli. E occhi dallo sguardo vacuo. Horatio e Miguel provarono a scacciare le bestiacce urlando e agitando le braccia, ma quelle non volevano saperne di abbandonare l'ammasso senza forma, celato sotto le loro ali spiegate in gesto di sfida.

Fu solo quando iniziarono a cadere i primi colpi di machete, troncando ali e teste, che con versi simili a risate presero ad alzarsi lenti in volo, lasciando, fra nugoli di mosche e insetti, tre cadaveri quasi irriconoscibili stesi sull'erba resa scura dal sangue rappreso.

Horatio cadde in ginocchio. Rimase in silenzio, mentre le lacrime presero a rigargli il volto. Quei tre corpi straziati, crivellati di colpi, era ciò che restava di suo padre e dei suoi sventurati compagni. Trascorse un'intera vita, prima che Miguel s'azzardasse ad appoggiare una mano sulla spalla dell'amico.

"Dobbiamo andare, Horatio, dobbiamo tornare in paese e avvisare le autorità. Torneremo poi a riprenderli."

Horatio si scosse. Gli occhi erano di nuovo asciutti.

"No. Prima voglio sapere chi è stato."

Miguel lo guardò preoccupato.

"Non essere stupido" disse con voce calma "cosa vuoi fare? Non vedi che è gente pericolosa? Dammi retta, torniamo in paese e chiamiamo i soldati."

Horatio neanche lo ascoltava. Aveva preso ad osservare il terreno tutto intorno senza più gettare una sola occhiata al cadavere del padre.

"Un agguato vedi, li aspettavano. Hanno portato via moschetti, asini e hanno svuotato loro le tasche. Poi alzò lo sguardo. Di là" disse alzandosi e riprendendo deciso il cammino.

Miguel aveva tentato in tutti i modi di dissuaderlo, ma Horatio sembrava impazzito. Voleva sapere chi aveva ucciso suo padre. Questo era il suo pensiero fisso, l'ossessione cui si aggrappava per resistere al dolore.

Nel seguire le tracce se la cavava abbastanza bene, ma non quanto Miguel. Così fu lui ben presto a prendere in mano la situazione. Era impossibile far ragionare Horatio. Tanto valeva assecondarlo. E se possibile stancarlo.

La sera era calata in fretta e avevano acceso un piccolo fuoco, preparandosi a trascorrere la notte. Horatio sembrava tornato in sé e aveva ripreso a piangere in silenzio.

Miguel credé fosse arrivato il momento giusto.

"E a tua madre non pensi? Sarà sola, a casa che aspetta, mentre nessuno ritorna."

Horatio rimase assente a fissare il fuoco.

"Allora?" continuo Miguel. "Che vuoi fare? Si torna indietro?"

"Voglio il nome di chi ha ucciso mio padre" mormorò Horatio senza staccare gli occhi da quelle fiamme che riflettevano come in uno specchio ciò che lo stava consumando.

"E poi? Una volta avuto quel nome che farai? Lo denuncerai all'esercito? Lo ammazzerai con le tue mani? Che farai stupido di un contadino?"

"Voglio un nome" fu tutto quello che riuscì a dire prima di sprofondare di nuovo nei suoi pensieri.

La mattina ripresero il cammino, senza alcuna voglia di parlare. Horatio seguiva Miguel, assente.

Fu quasi a metà giornata che si bloccò di colpo.

"Cosa c'è?" chiese Miguel, sperando in cuor suo fosse giunta la resa.

Horatio indietreggiò di qualche passo. A Miguel non piacque per niente lo sguardo con cui lo stava fissando.

"Siamo già passati di qua. Perché stiamo girando in tondo?"

Miguel parve per un attimo perplesso.

"Ma che dici? Guarda che ti confondi, sarà la stanchezza."

"No, non mi confondo, mi ricordo bene di quell'albero a forma di croce" e indicò un vecchio tronco rinsecchito coperto di rampicanti.

La mano di Horatio sfiorò l'impugnatura del machete. Miguel lo imitò. Poi scoppiò in una risata nervosa.

"Ma bravo amico mio, sei stato proprio in gamba. Sì, stavo girando intorno, nella speranza che alla fine tu rinsavissi dalla tua follia e decidessi di tornare a casa. Da tua madre che ti aspetta, povera donna."

Horatio sembrò riflettere. Poi senza staccare gli occhi da Miguel che nel frattempo era indietreggiato di qualche passo, estrasse di colpo il machete.

"Perché? Perché li stai proteggendo?"

"Ma chi?" chiese l'altro "chi diavolo vuoi che protegga?"

"Quelli che hanno ucciso mio padre e gli altri" gridò Horatio avanzando prudente.

Miguel estrasse a sua volta d'istinto il machete dalla fascia stretta in vita.

"Ecco finalmente la tua prima risposta sincera" commentò il gesto Horatio con rabbioso sarcasmo.

Si fronteggiarono, minacciosi e cauti.

"Da cosa l'hai capito, amigo?" chiese Miguel rompendo il silenzio.

"Dal tuo sorriso, hermanito. Non c'era più calore nel tuo sorriso: la menzogna, dovresti saperlo, uccide ogni gioia."

"Ma smettila cabròn, quante storie! E ora che facciamo? Ricorda  nino che da me tu le hai sempre prese!"

I due continuarono a studiarsi muovendosi lenti.

"Mi dispiace per tuo padre" sbottò Miguel all'improvviso, serio.

Horatio fece un balzo in avanti calando un fendente rabbioso.

"Qualunque follia ti sia messo in testa, resti un maledetto stupido, Miguel. Non ti azzardare più a nominarlo, mio padre" e tirò un affondo che sibilò nel vuoto.

L'altro provò a sua volta a colpirlo. L'aria si riempì di respiri affannati, simili a ringhi o rantoli, e del cozzare metallico di ferri. Più colpi si perdevano, più aumentava la rabbia. Le distanze si ridussero. Horatio versò il primo sangue, un graffio.

Miguel balzò in avanti, l'altro schivò, e i due si ritrovarono a terra a lottare avvinghiati.

"Ora basta! Separate quei due gatti selvatici" ordinò all'improvviso una voce abituata a farsi ubbidire.

La radura si animò di colpo, e i cespugli presero a camminare. Senza tanti complimenti braccia robuste separarono i due ragazzi, disarmandoli e tenendoli fermi.

"Allora Miguel, quello chi è?" chiese un uomo dall'accento straniero indicando Horatio con la punta del fucile tenuto a tracolla.

"È... un amico"mormorò Miguel dopo un attimo d'esitazione, tenendo gli occhi bassi.

"Diablo, e tu li tratti sempre così gli amici? A colpi di machete?"

In molti nella piccola radura scoppiarono a ridere.

"È un mio amico" riprese Miguel "è il figlio di uno degli uomini che avete ammazzato ieri."

L'uomo in mimetica fissò a lungo i due ragazzi perplesso. Ogni mormorio o risata erano di colpo svaniti.

"Ora cosa devo farne di lui?" chiese alla fine l'uomo a Miguel accendendo un grosso sigaro.

Horatio continuava a tenere gli occhi fissi a terra, come se fuggire lo sguardo di quegli uomini fosse sufficiente a garantirgli salva la vita.

Poi gli occhi dei due ragazzi s'incrociarono. E per la prima volta, in tanti anni, non si riconobbero.

"Lasciatelo andare. È solo un tonto, ci metterà giorni prima di trovare la strada di casa. Per allora saremo già lontani."

Un brusio di disapprovazione accolse la proposta. Fu uno degli uomini che tenevano fermo Horatio a parlare.

"Se lo lasciamo libero ci manderà dietro i soldati. E poi potrebbe riconoscerci. Fuciliamolo."

Quello che doveva essere il capo continuò a consumare in silenzio sigaro e pensieri.

Tutti rimasero in attesa.

"Torna a casa ragazzo. Hai già dato un padre alla revolucion, può bastare. Vai a casa."

Poi, rivolto all'uomo che lo voleva fucilare, aggiunse senza riuscire a nascondere un'improvvisa tristezza: "bisogna saper essere duri senza mai perdere la tenerezza companero, ricordalo" e accennò a un sorriso amaro.

Horatio fu lasciato libero. Rimase per un attimo a fissare Miguel. Il muto saluto che si scambiarono fu il loro primo addio da uomini. Poi, rivolto al tizio dall'accento straniero disse con un coraggio che non sapeva d'avere: "Hai ammazzato mio padre. Voglio il tuo nome."

 

" È giusto" mormorò l'altro, mentre rimetteva lo zaino in spalla "mi chiamo Ernesto Rafael Guevara de la Serna. Ma tu ragazzo, come tutti, puoi chiamarmi Che."

 

 
Valid XHTML & CSS | Template Design the science | Copyright © 2009 by officinewort