"Estrella Roja" di Diego Ernesto Ojos Ibarria PDF Stampa E-mail

Estrella Roja

Alle prese con il mio ultimo romanzo ero finito in un vicolo cieco. Stava tutto nella mia testa, ma il filo che mi legava alla storia si era spezzato e nonostante gli sforzi non c'era modo di riannodarlo, facendomi consumare senza fortuna pagine su pagine di carta riciclata. Avevo così deciso di abbandonare le mie consuetudini, la mia famiglia, la mia casa, gli amici. Lasciata Cartagena de Las Indias, Colombia, dove adoro vivere, mi ero trasferito a Buenos Aires, dove adoro vivere. Ospite nella casa di un conoscente che si trovava in Europa per lavoro, nel barrio Don Torquato, isolato dal mondo come un anacoreta nella sua grotta. A volte faccio così. Mi denudo per penitenza della mia quotidianità, costringendo le storie che mi hanno abbandonato, per mera compassione, a ritornare da me. Devo anche ammettere che, se mi abbandonano, la colpa è quasi sempre mia e della mia indolenza. Le storie sono amanti esigenti.

A Buenos Aires scrivo soprattutto la sera. Anzi, di notte.  Come se nella calma di quella città sterminata e frenetica, finalmente addormentata, le parole riescano a muoversi più agili fra il silenzio e i rumori minimi dei sogni. Oltre che scrivere cose senza senso e massacrare pagine, trascorrevo gran parte del tempo alla grande finestra dello studio, guardando lo scorrere ipnotico del traffico lungo l'avenida, le ombre scure dei cani - oddio, almeno ho sempre pensato che quelli fossero cani -  scivolare veloci e furtive nel parco di fronte a casa. Stavo a quella finestra anche perché, tutte le notti, avevo un appuntamento.

Arrivava spingendo un carretto che doveva essere fatato perché, a dispetto dell'apparenza scassata, non emetteva il minimo rumore scivolando silenzioso sull'asfalto. Era un cartonero, uno di quella moltitudine di esseri umani che la vita, l'avidità e l'egoismo dei propri simili ha costretto alla strada. Scrivere le loro storie è raccontare della pena e dell'orgoglio del mondo. Interessa a pochi, i più preferiscono fuggire la realtà e leggere di sogni e illusioni. Noi che scriviamo lo sappiamo bene e quasi sempre diamo loro quello che vogliono. Di giorno, non possono girare per le strade di Buenos Aires. La polizia e il traffico non lo permettono. Ma a notte fonda escono dai loro tuguri di cartone  e teli di plastica, sotto le arcate dei viadotti delle superstrade, alla ricerca di tutto ciò che ha dignità di essere riciclato. Carta, legno, stracci e cibo. Quel cartonero vantava l'esclusiva sulla mia spazzatura. Era sua, come fosse stato il suo orto, la personale riserva di caccia. Padrone assoluto dei miei rifiuti. Dalla vetrata lo osservavo, scalzo, in pantaloncini e canottiera, frugare fra la mia roba con un curioso rispetto. Scioglieva i nodi dei sacchetti, attento a non rovesciare nulla e con cura selezionava ciò che poteva tornagli utile, prima di richiuderli. Era strano, di solito passavano e gettavano tutto sul carretto per poi selezionarne con calma il contenuto altrove. Fu spiandolo che mi accorsi di un fatto ancora più insolito.Quell'uomo, recuperava con metodo le mie pagine accartocciate, le stirava, le ripuliva, e appoggiato al carretto, su di una gamba sola come un uccello di palude, le scorreva attento, alla luce tremolante e giallognola del lampione.

Cartonero_I

 

Che qualcuno potesse leggere e disporre dei miei fallimenti, lo ammetto, all'inizio non mi piacque affatto. Pensai di ridurre le pagine in piccoli coriandoli, ma poi riflettei su come avrebbe potuto apparire a quell'uomo un ennesimo affronto, una nuova umiliazione. E poi, uno che va in giro a dire di fare lo scrittore può condannare la curiosità altrui per ciò che scrive? Iniziai a non appallottolare più i fogli. Li mettevo in un sacchetto a parte, in buon ordine. Spesso, ne numeravo le pagine per facilitarne la lettura. L'uomo sembrò apprezzare, tanto che una notte mi parve di cogliere un cenno di saluto, un vago gesto della mano, all'indirizzo della finestra. Finché una notte non fu il destino, come sempre accade, a fare le presentazioni.

Era fermo con il suo carretto sotto il lampione, e sembrava molto interessato alla brutta copia di un breve racconto che avevo scritto su Che Guevara, quando un furgoncino della policia gli si fermò accanto. Non gli diedero nemmeno il tempo di parlare, e presero a colpirlo con i manganelli. In ogni parte del mondo è sempre la stessa storia. Quel fantasma silenzioso doveva aver dato fastidio. Forse deturpava il decoro notturno del barrio, forse il suo frugare nelle cose più intime della gente aveva irritato qualcuno geloso pure della propria merda. Che lo facesse un cane poteva essere tollerato, ma un essere umano capace di giudizio, no. Che dire, sono di parte, odio i militari. Un sentimento di cui a volte provo vergogna, ma odio le divise, i manganelli, i tanti contro pochi, odio la violenza, i soprusi. A Buenos Aires, c'è ancora la Escuela de Mecanica de la Armada con le sue sagome di cartone appese alla cancellata a ricordare i desaparecidos, e il Rio de La Plata sul cui fondo riposano parte dei sogni di una generazione d'argentini. Il mio odio ha radici profonde, anche se mi sforzo sempre per rispetto nei loro confronti, di pensare solo alla fioritura di ciò che amo. Per questo sono uscito di casa, patetico e ridicolo, in mutande e canottiera con una scopa in mano urlando che lo lasciassero in pace. Sono saltati sul furgoncino e se ne sono andati. Democrazia e libertà per fortuna mettono loro sempre paura. Aiutai l'uomo ad alzarsi. Perdeva un po' di sangue dal naso, ma mi sembrava stesse abbastanza bene nonostante le botte. Si capiva che era uno abituato a incassare. Gli chiesi se voleva entrare per sciacquarsi la faccia e tamponare l'emorragia con un po' di ghiaccio. Lui sorrise scuotendo la testa e mi porse con educazione la mano presentandosi: "Gracias. Mi chiamano Estrella Roja ed è un piacere alla fine fare la sua conoscenza, signor scrittore."

Lo chiamavano così per via di un vistoso tatuaggio che aveva sul bicipite sinistro: una grande stella rossa a cinque punte sotto cui capeggiava la scritta: venceremos. Era uno dei tanti argentini che la crisi economica del 2001 aveva gettato sul lastrico. Non mi ha mai voluto raccontare cosa facesse prima del tracollo, ma era fuori d'ogni dubbio un uomo colto. Aveva letto tantissimo, conosceva bene la storia e la filosofia, e s'era fatto più di un'idea sul perché non riuscissi ad andare avanti col mio romanzo. Diventammo amici e Estrella Roja si rivelò per sensibilità e competenza il migliore degli editor con cui abbia avuto occasione di lavorare. Quando passava davanti a casa si fermava un po' da me a bere un bicchiere di vino e fare uno spuntino. Dopo due chiacchiere sul mio lavoro, qualche suggerimento, riprendeva con coscienza e professionalità a spingere il suo carretto per le strade notturne di Buenos Aires.

Fu una sera, agli inizi dello scorso dicembre, che nella sua baracca sotto il cavalcavia che dal Boca porta a Puerto Madero, ingombra di libri, alla luce di qualche candela, finimmo col discutere con trasporto proprio sul significato del Natale. La città si stava addobbando di luminarie e festoni e le vetrine erano piene di decorazioni. Il fatto che a Natale si sia tutti più buoni a me proprio non andava giù. Che diavolo, troppo comodo! Un po' brilli, grazie a un paio di bottiglie di un generoso vino patagonico, cominciammo a dissertare sul concetto della bontà. Io mi impaludai nella confutazione di tutta una serie di luoghi comuni legati al Natale. Fanculo al Natale! Lui invece, come sempre, mi sorprese: "Credo che essere buoni nella speranza di un paradiso, di un premio, non abbia alcun valore etico, umano. Per l'assoluto o il divino, prudentemente mi astengo. Ma la bontà in vista di un tornaconto personale l'ho sempre vista come il beau geste (lo disse proprio così, in francese) più prossimo al peccato. Credo che il condurre una vita buona, abbia senso solo nella misura in cui apporti dei benefici a un altro essere umano, prima e dopo questa nostra fugace esistenza. Mi piace credere che se siamo buoni, risparmieremo a chi verrà dopo di noi tutti i nostri dolori e le nostre sofferenze, tutto il brutto della vita che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Essere buoni per garantire una briciola di paradiso in terra a uno sconosciuto che verrà dopo di noi. Questo è il vero significato della bontà. Nel giorno di Natale e in ogni giorno di questa nostra vita."

Estrella Roja è morto in pace, proprio la vigilia di Natale dello scorso anno, nella sua reggia di cartone. Una coincidenza troppo strana, per non dovervi trovare un senso. Ho chiesto allora in giro e ho scoperto che qualche pilone prima, in una baracca di teli di plastica e lamiera, quella stessa notte era nata una bambina.  Non credo che la sua venuta a questo mondo sia stata annunciata nel cielo di Buenos Aires da una qualche cometa. Ma sono certo, assolutamente certo, che la piccola sia nata sotto una buona estrella.

 

Diego Ernesto Ojos Ibarria (traduzione di Luca Occhi)

 
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