Fame e Sazietà di Alessandro Marchi PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

(La protesta dello stomaco)

 

«Voglio raccontarvi una storia» disse l'oste poggiando sul bancone tre bicchierini di vetro grosso e un fiasco di rosso, scostando la copia de l'Unità sulla quale troneggiava un ADDIO a caratteri cubitali. «Una storia vera. Oggi là fuori trovate scritto 'E Parlaminté', ma questa un secolo fa era l'osteria Baccarini... E qui veniva spesso Andrea Costa, che non c'è bisogno che vi spieghi chi fosse.» Nel vetro luccicarono i riflessi rubino del vino, una teglia di sarde in saor profumava il locale, ma nessuno degli uomini fiatò. Tutti aspettavano che da sotto i baffi dell'oste uscissero altre parole. «Andrea Costa era un grande uomo, come questo qui» riprese, sbatacchiando il quotidiano con la foto a tutta pagina «e anche allora non si scherzava. La fame c'era davvero, addirittura più di adesso! I sindacalisti dovevano lottare col coltello fra i denti per strappare qualcosa per i lavoratori! Insomma, lasciamo stare. Un giorno il Costa entrò qui. Era quasi ora di cena, e l'osteria era pienissima. Come al solito c'era un baccano infernale, e ognuno beveva e gridava, gridava e beveva. Quando varcò la soglia calò un silenzio tombale. Improvviso. L'avevano riconosciuto tutti, naturalmente, anche se non era stato facile: aveva l'aspetto stravolto.»

L'oste si girò verso la porta d'ingresso, protetta dalla serranda semi-abbassata, dalla quale filtrava una luce bianca, forte abbastanza da ferire lo sguardo. Socchiuse gli occhi, e con le mani fece un gesto ampio e misurato, come a fissare la scena davanti agli uomini che l'ascoltavano.

«Andrea Costa aveva la blusa strappata, le mani sporche, la barba sfatta e i baffi in disordine. Nessuno l'aveva mai visto così - un uomo come lui, solitamente distinto e rispettabile. Fece qualche passo all'interno, e si lasciò crollare sul bancone. Si prese la testa fra le mani. Nessuno emise un singolo suono. Sembrava destinato a non muoversi più da lì. Si udì persino un singhiozzo. Invece poi si alzò, cercò di ergersi il più in alto possibile salendo coi piedi sul battitacco del bancone. Signori - scandì con voce profonda, affaticata e serissima - il governo ci vuole ridurre alla fame. Il prezzo del pane aumenta, i salari no. Il popolo non può sopportare oltre. Deve reagire

L'oste si era immedesimato, alzando la voce e facendo trasalire i tre amici. Riempì i bicchieri vuoti, mangiò una sarda infilzandola con un lungo stuzzicadenti, e proseguì.

«Nessuno nell'osteria pensò che avesse finito di parlare, s'era solo preso una pausa: ricominciò dopo un boccone di pane. Torno ora dal ravennate. Là sono sicuri di poter cambiare le cose. È stata una battaglia, ed è solo l'inizio. La gente è stanca, davvero stanca, di vedere pochi riempirsi la pancia fino a stare male mentre i lavoratori muoiono di fame. Paga sempre la povera gente. Dobbiamo riuscire a non perdere la capacità di indignarci. Questa volta non ci lasceremo abbindolare. Vogliamo tutto. Venne interrotto da un uomo, che gli chiese cosa, secondo lui, avrebbero dovuto fare. Scendere in piazza. Protestare - rispose Costa -. Fare la voce grossa. Non sono il solo a pensarla così. Andremo a Milano» continuava a parlare come se la storia fosse un gomitolo già ben delineato, solo da dipanare «e vinceremo. Otterremo la riduzione del prezzo del pane. O faremo cadere il governo. All'interno della Trattoria Baccarini si levò un urlo all'unisono, siamo con te! gridò la gente. «Questa è la protesta dello stomaco», disse Andrea Costa sbattendo il palmo della mano sul bancone.

«Era la protesta dello stomaco» mormorò molto lentamente l'oste, passando in rassegna le facce dei tre uomini, la teglia ripulita e il fiasco vuoto. «E com'è finita?» chiese uno.

«Com'è finita sumaraz?» rispose l'oste da sotto i baffi «È finita che siamo sempre qui a godere per un buon boccone, a scendere in piazza, e ad aspettare un nuovo Andrea Costa.»

 
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