Fame e Sazietà di Diego Chillo PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

(Una scelta radicale)


Digiunare è stato il primo insegnamento del Maestro. Anche se non lo dice, sono il migliore dei discepoli, il più ligio al dovere. Mi ha insegnato a condurre una vita serena, spirituale, staccata dai bisogni e dalle cose. Ho imparato a rinunciare al caffè, alle sigarette, a tutto quello che la gente chiama, sbagliando, «i piaceri della vita». Faccio a meno della televisione, dell'auto, del sesso, e mi sento compiuto.

Posso stare giorni interi senza mangiare: saranno almeno trenta ore che non tocco cibo, e non ne avverto alcun bisogno.

Cammino tranquillo, in pace col mondo, e assisto con distacco alle miserie degli uomini. Come quella gallina che ride sguaiata su una panchina, assediata da un pollo che le fa la corte. Con la scusa di una scarpa slacciata, mi fermo a origliare. A quanto pare la ragazza non mastica l'italiano e lui, tutto miele, cerca di fare colpo con un penoso inglese maccheronico. Il classico tipo tanto fumo e niente arrosto, malgrado il colorito bronzeo del volto lampadato. Non meritano la mia attenzione.

Pienezza dello spirito, cerco solo questo. Non come quella commessa ansimante che strofina con foga il vetro del negozio di fiori. Mi fa una gran pena: lo vorrebbe così trasparente da far dubitare che ci sia. Mi guarda sottecchi. Si guardasse lei, che farei prima a saltarla che a girarle intorno. Rimetta la mela in bocca e torni sul girarrosto da cui è appena scesa.

L'anima e il corpo sono tutt'uno, vorrei dirlo a quei capannelli di vecchi bercianti che pontificano sulla solita minestra riscaldata della politica e condiscono i discorsi con paroloni che neanche capiscono. Ne avrei compassione, se almeno quel wurstel con le zampe e il cappottino la smettesse di abbaiarmi contro.

Privazione significa armonia. E questo mendicante, afflosciato contro una colonna come una crêpe mal riuscita? Una bambina vestita di stracci saltella sotto al portico come spaghetti in padella, mentre l'uomo biascica una lingua sconosciuta. Gli stranieri proprio non li digerisco. Se ne stessero a casa loro, invece di trasformare l'Italia in un'insalata di culture.

Tutto sta nel non pensarci. Non pensare al cibo, non pensare di non pensarci, niente. Ma è dura davanti a E Parlaminté, ed è giusto mezzogiorno. Potrei tirare dritto, ma sarebbe un'esibizione inutile della mia virtù. L'umiltà è il secondo insegnamento del Maestro: mai ostentare superiorità. Non mi lascerò sedurre dalle mie doti.

Mi accomodo al tavolo e chiedo un antipasto, solo un antipasto. Inghiottirlo non mi provoca alcuna soddisfazione, dunque nulla può minare la mia integrità. Ordino un primo, un secondo, il dolce e il caffè.

Satollo, mi incammino di nuovo verso casa. La bambina è ancora lì che saltella: piccola, allegra gitana, ho ancora in mano il resto del conto, ecco qualche moneta per te.

Il vetro della fioraia è davvero lindo: dall'altra parte ammiccano splendidi fiori blu con lo stelo lungo. La ragazza siede serena al bancone, ci scambiamo un sorriso e non posso fare a meno di entrare. Compro un paio di quelle meraviglie color del cielo e la bacio sulle gote rubiconde.

Poco più in là, sulla panchina è ancora in corso il corteggiamento. Faccio un cenno al ragazzo, lo prendo da parte e gli allungo un fiore:

«Prova con questo». Mi guarda come fossi un alieno, torna da lei con quel dono e la conversazione diventa più facile.

Ecco uno strano mistero: dovrei sentirmi appesantito, invece sono più leggero di prima.

 

 
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