Fame e Sazietà di Elisa Pederzoli PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

 Sono qui tutti gli anni, e anche lei. La brezza della sera fa tremare la fiamma della candela sul tavolo apparecchiato. Arrivo sempre alle sette. Mi siedo. Aspetto.

Ambra saluta con la mano e, prima ancora che mi sia tolto il cappello di feltro, viene con la caraffa. Mezzo litro di bianco, fermo, della casa. «Il solito, avvocato?» «Il solito.»

Basta questo. Che sia l'unico cliente seduto sotto i tendoni bianchi o che ci siano altre candele accese nell'intimità di via Codronchi, Rosa non ci mette mai più di mezz'ora a comparire con il piatto fumante.

«Nidi gratinati con prosciutto e mozzarella, avvocato.»

Lo ripete ogni volta, come se non fossero trentanove anni che, il tredici luglio, scelgo questo tavolo - ultimo sulla destra, contro il muro dell'ex-convento - dell'Osteria del Vicolo Nuovo e ordino sempre lo stesso piatto. In una sorta di rituale, sorrido e sposto il tovagliolo sulle gambe per fare spazio all'esplosione di profumi antichi. Ed ecco che, con il sapore della pasta fatta in casa sulla lingua, la vedo arrivare.

I cinquant'anni le donano come un abito, di quelli che hai da un po' ma continuano a calzarti a pennello. Aggira i tavoli con grazia tale che nessuno fa caso a lei. Siede di fronte a me e la candela disegna un mosaico di luci e ombre sul viso. Gli occhi continuano a brillare della stessa luce che mi ha abbagliato quando ci siamo conosciuti. Bologna. Stazione gremita di gente. Lei scende dal treno. Incontro per caso il suo sguardo e, semplicemente, decido che il mondo non può più girare lontano dalla luce di quegli occhi color del cielo.

Tre anni dopo, io e Bea eravamo sposati. Tredici luglio 1969. Sorride. Rughe dolci ai lati delle labbra appena lucide. Mai stata tipo da rossetto scarlatto, la mia Bea. Non ricordo da quando ha smesso di ordinare. È strano, so quanto ami i nidi di rondine. Quando l'ho portata qui, il primo anniversario, ha scorso il menù e all'improvviso una scintilla è brillata nell'azzurro. «Arturo, non ci credo. Ci sono i nidi di rondine. Da bambina, non mi stancavo mai di mangiarli. La mamma li faceva tutte le domeniche, che ricordi! Li prendiamo, vero?»

In quel momento desiderai avere accesso ai ricordi della sua infanzia, vederla bambina, con i riccioli raccolti in un nastro, correre per l'aia. Perché Bea, a differenza di me, era cresciuta nelle campagne modenesi. Ne parlava di continuo. Gli alberi, le vigne, i monti sullo sfondo. Da allora, ogni anniversario, ci sono stati solo l'Osteria del Vicolo Nuovo e i suoi nidi di rondine per noi. Ora, però, solo io mangio. Occhi nei suoi occhi.

La pasta mi scalda, riempie lo stomaco. Ma tutti i nidi di rondine del mondo non possono saziare la fame di lei.  Quella non passa mai. Mastico lento, non voglio che questo momento finisca.

Un anno è lungo e ormai per me esiste solo il tredici luglio. Quando le altre candele, pian piano, si spengono, abbasso gli occhi sul piatto ormai vuoto. Li rialzo e se n'è andata. Di nuovo. La mia Bea sa come farsi desiderare. «Non dovremmo farlo alzare, Ambra?» «Ancora qualche minuto.»

Ambra e Rosa restano appoggiate al muro, a guardare la schiena curva dell'avvocato Girani.

«Quanti anni sono, ormai, che la signora Beatrice è morta?» «Dodici.»

Una lacrima solitaria scende sulla guancia di Rosa. «Secondo te, prima o poi, smetterà di venire?»

Ambra scuote la testa. «Non credo. Se l'amore fosse come la fame, sarebbe tutto facile. Un piatto di pasta e via.» «Già.»

Rosa si asciuga il viso, sfila il grembiule e indossa il sorriso migliore mentre si appresta, per la dodicesima volta, a riaccompagnare l'avvocato Girani nella sua casa vuota. 

 

 
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