Fame e Sazietà di isa Tamagnini PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

«Il faut etre absolument moderne (Rimbaud)»

 

«Allora, Suor Ortensia? E' arrivato il corriere, oggi?».

La madre superiora entrò con lo sbuffo deciso di una raffica di tempesta e altrettanto nera.

Le catenelle di semi che formavano la tenda stavano ancora berciando nel loro secco fruscio mentre la suorina vestita di bianco cercava le parole per non allarmare oltre la madre che, alle sue spalle, sbirciava l'ingresso della nursery della missione. Non riusciva più a nascondere la disperazione nello sguardo.

«No, non s'è visto nessuno, ma può essere che l'aeroporto di Busia sia ancora chiuso. O magari l'autista s'è fermato lungo la C31.»

«A Mambare a trovare i parenti che non vedeva da tempo, eh? Poi la pista è piuttosto malmessa dopo le ultime piogge». Suor Ortensia la precisazione l'aveva fatta più per tranquillizzare sé, che per la madre superiora che negli occhi azzurri e nel fisico robusto portava tutta la rocciosa solidità delle popolazioni alpine. Ma erano scuse  e suonarono proprio come tali.

«Ma lo sa, però, che qui noi stiamo aspettando e non abbiamo più tempo.»

Avevano finito le scorte della prima fornitura di latte in polvere già da una settimana e gli ultimi 10 giorni avevano razionato le quote a tutte le ragazze per poter tirare avanti e coprire un possibile ritardo. Erano state diligenti come nella redazione di un bilancio di spesa e avevano per tempo avvisato Santa Teresa,  la casa madre, che informasse la Pailè che a breve avrebbero avuto bisogno della seconda fornitura e che la multinazionale provvedesse all'invio delle scatole del latte in polvere che aveva promesso.

Erano stati tutti solerti e disponibili quando con visite a tappeto in tutte le missioni del Kenia avevano illustrato i vantaggi e la modernità di un'alimentazione artificiale, tanto che la casa madre aveva di lì a poco siglato  il contratto ufficiale di fornitura. La Superiora ricordava bene di aver portato tutti i dirigenti a pranzo all'Hotel Molino Rosso e rammentava anche che quel giorno soddisfatta degli accordi strappati si era concessa qualche peccato di gola dal ricco menù.

Le ragazze della missione di Buhuyi si fidavano delle suore e avevano aderito all'iniziativa ascoltando miti gli insegnamenti che venivano loro impartiti per sterilizzare l'acqua, riempire la tettarella e nutrire i piccoli con pasti, caldi, abbondanti e sicuri. «Qualcuna riesce ancora ad allattare?»

La madre superiora sperava nel miracolo di una risposta positiva. «Solo a Marthe è tornato. La sua piccola è più grossa e riesce a succhiare con forza. Questo ha fatto tornare il latte. Le è ricominciato piano già da ieri, ma le altre niente. I piccoli non succhiano più, non hanno più forza. A stento piangono. Madre, non andremo ancora avanti molto.» Entrambe si girarono verso la porta della nursery, in penombra in fondo alla missione. Silenziosa. Troppo silenziosa. Vagiti nessuno, da ore. «Basta, chiama Mbala che faccia il pieno alla jeep. Vado in città. Faccio un telegramma, telefono alla Pailè, insomma, qualcosa mi debbono dire.»

Due giorni dopo, Suor Maria tornò dalla città scura come l'ombra nelle notti di luna. Muta e cupa come le stanze che percorreva, testimone impotente di giochi più grandi di lei.

Il bonifico era partito in ritardo e aveva raggiunto l'ufficio spedizioni quando il funzionario che doveva occuparsene era andato in ferie. La multinazionale più ricca del mondo non si era fidata di spedire a credito.

In Kenia 750 mila angeli ci guardano da una bianca nuvola di polvere di latte .

 
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