Fame e Sazietà di Luisa Manzoni PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

 Era stato un richiamo improvviso: la Pradazza, la casa di campagna dove ero nata, mi aspettava.

Di rado vado nella stagione invernale e l'abitazione è lasciata alle cure di Desolina.

Mi piace la vecchia, piccola e rinsecchita come una foglia di dicembre, sempre in movimento sulle gambe arcuate, tra l'orto e il giardino, tra la cucina e il pollaio.

Desolina fa rima con acquolina. Il nome evoca crostate lievitate come guance di Budda, arrosti teneri e biondi, patate croccanti ubriache di aglio e rosmarino, cappelletti in brodo di pollo ruspante, creme annegate nel caramello. Chiudo gli occhi. Non posso lasciarmi tentare... Voglio, sempre voglio, fortissimamente voglio... Anche gli odori possono fare vacillare la mia determinazione.

Ero bambina e trascorrevo le vacanze in campagna. Al ritorno mia madre si sperticava in complimenti, lanciava gridolini: «Che bella la mia piccola! Desolina ha fatto miracoli. Guardate le guanciotte colorate! E le gambe? due colonne...»

Ogni giovedì pomeriggio, durante il tè, orgogliosa, mi esibiva di fronte alle amiche.

Cominciai allora a guardarmi allo specchio con occhi diversi. Vedevo il viso rotondo e aspiravo le guance per renderlo affilato. Spingevo avanti le spalle e sporgevano le clavicole. Guardavo l'addome di profilo e trattenevo il respiro in un'apnea infinita. Mi sentivo più bella.

La cucina sa di buono. Il profumo di carne alla brace aleggia, misto al sentore di pane ben cotto che solo la piadina romagnola riesce a sprigionare. Inspiro per saziarmi di aromi...

Non so come sottrarmi alle attenzioni di Desolina. Il piatto davanti a me trabocca. La costata gigantesca sembra sbeffeggiarmi, i pomodori strizzano l'occhio, le zucchine sorridono. Maledetti!

Assaggio, pilucco, sbriciolo. Molto è finito nel sacchetto di plastica infilato nella borsa; anche Pirata, il gatto rosso mi è venuto in aiuto. Ogni volta che Desolina si alza per mettere in tavola dell'altro, veloce, faccio sparire un po' di cibo. «Bambina, non mi piaci. Magra, magra, secca, secca. Una volta rubavi dalla madia gli avanzi di mezzogiorno. Ora sei lì che biascichi come se mangiassi una m...»

«Eh! Non si dicono le parolacce. Cosa facevi quando me ne scappava una?»

«Ti mettevo a lavare i piatti... Intanto tocca a me, comunque. Ma, dimmi, perché mangi così poco?»

«Mangio ciò che serve. Sai che buttiamo giù tre volte più del necessario?»

«Eh, carina! Si vede che la guerra non sai cosa sia stata». «Uffa! Ancora con 'sta guerra!»

«Sì, ancora e ancora, cara la mia acciuga... Compivo sei anni nel '44. Se potessi avere un euro per ogni volta che ho pronunciato la parola, fame, sarei ricca». «Davvero non c'era nulla?»

«Poco più di nulla. Una fetta di pane nero e latte in polvere annacquato erano il pasto. Chiedevo pane bianco, senza la paglia in mezzo. Piangevo e mia madre piangeva con me. Abitavamo di fronte all'Osteria della Pace, poco più avanti, a sinistra, c'era l'Osteria del Parlamintè. Lì andavano i tognini, i tedeschi. Sentivamo gli schiamazzi, le canzoni, le risate, ma soprattutto il profumo della carne grassa di maiale cotta sulle braci. Mia madre, una sera, spalancò la finestra e mi mise in piedi sulla sedia. Diventò un'abitudine. Chiudevo gli occhi e respiravo il fumo che sapeva di castrato, di pancetta, di fegato avvolto nella rete, di salsiccia. Mi riempivo di aromi, di nulla e andavo a dormire per continuare a sognare».

Tace, taccio. Le parole si imprimono nella mente e nel cuore.

Forse non andrò in bagno...

 
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