Fame e Sazietà di Patrizia Marchesini PDF Stampa E-mail

Fame e Sazietà

 Deglutisce. Il boccone raschia l'esofago. Lo immagina farsi strada, meteora irregolare di cracker e cioccolato, mentre il display del cellulare si illumina per la quarta volta in venti minuti. Meglio rispondere. «Pronto?»

«Finalmente. Dov'eri?» «Sotto la doccia.» E una.

«Le altre sono già arrivate. Sicura di non venire?» «Sicura.» «Va tutto bene? Hai una voce...»

«È l'emicrania.» E due.

«Ambra ci ha portato il menù. Non sai cosa perdi.»

«Se mi passa vi raggiungo per il dessert,» bugia numero tre «altrimenti ci vediamo domani in ufficio.»

«D'accordo, stellina.» Brusio di sottofondo, poi di nuovo la voce di Gabriella: «Oh, scusa, ma è arrivata Ambra a prendere le ordinazioni...»

«Certo, Gabri. Salutami le altre.» Riaggancia, apre una volta di più i messaggi ricevuti e legge: no non verro. Rimane a fissare il testo, poi nasconde il cellulare sotto un cuscino. Si sente stupida come non mai. Poteva andarci, all'Osteria del Vicolo Nuovo, invece di starsene raggomitolata sul divano come un feto abnorme. Ma, dopo aver ricevuto il messaggio - quella mattina - e con il dipanarsi delle ore, l'idea di una serata fra colleghe le era parsa irrealizzabile, neanche avesse dovuto scalare un ottomila himalayano senza bombole. Aveva rinunciato alla cena, incolpando la solita cefalea e glissando le insistenze di Gabriella.

Annaspa sotto il cuscino in cerca del cellulare e rilegge le tre parole. Guarda verso la cucina, incerta se mettere i piedi giù dal divano e prepararsi un altro spuntino. I suoi romanzi prediletti pullulano di eroine dal requisito irrinunciabile, quello di non mangiare un fico secco in caso di delusione amorosa.  Ma lei fa parte dell'altra schiera: mangia pur non avendo fame, ingoia snack e lacrime e riempie la pancia per non sentire il cuore vuoto. Un rimedio banale quanto illusorio. Almeno gran parte delle eroine ottocentesche aveva la decenza di togliersi dai piedi in tempi ragionevoli: la tubercolosi era attributo più o meno imprescindibile, come la mancanza di appetito.

Gli aveva chiesto: «Ci vediamo, il prossimo fine settimana?»

Forse è un no non verro esasperato: quando una cosa è finita, è finita; magari è un no non verro dispiaciuto, del tipo non posso e lo sai. Le piacerebbe crogiolarsi in questa remota probabilità, invece è quasi convinta sia un no non verro infastidito, perché lei non è un'eroina ottocentesca, non ha la tubercolosi e non ha ancora avuto il buon gusto di togliersi dai coglioni.

Niente accento, neppure la maiuscola all'inizio: era di fretta. Chissà se le ha risposto mentre era connesso a Facebook. Perché di certo lui si è iscritto e avrà vagoni di amici, tutti in fila nei loro quadratini. Lei, al contrario, è risoluta a non farsi coinvolgere in quella moda ridicola che - ne è sicura - si sgonfierà come un residuo di frappé. E poi lei, di amici, ne ha. Persone vere, in carne e ossa. Azzarda un elenco veloce, ma dopo Claudia-Rossana-Alberto l'anulare non vuole saperne di alzarsi. Inoltre, a dirla tutta, Claudia si è trasferita in un'altra città e non si sentono da mesi; Rossana parla solo dei figli e con Alberto, in fondo, spartisce unicamente la passione per l'astronomia. A nessuno dei tre ha raccontato di lui.

I calzini antiscivolo l'hanno portata in cucina, di fronte al pensile. Afferra i wafer e torna sul divano. Mastica, metodica. La cialda sembra carta vetrata contro il palato. Quei calzini sono proprio orrendi. Ne sfila uno e d'impulso ci sputa il boccone. Afferra il cellulare. «Sono io, Gabri. Arrivo.»

 
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