"Il rispetto delle regole" di Luca Occhi Stampa

Il rispetto delle regole

 

Fino a quando ero stato alle regole, le cose sul lavoro avevano sempre funzionato. Poi, Vesna e le sue labbra gonfie di silicone se n'erano andate appresso a uno di quei tizi diventati famosi per essere stati su qualche isola del cazzo a giocare ai boy scout e io m'ero ritrovato, la vigilia di Natale, a riempirmi di mojito e pina colada all'Habana Vieja. Già di per sé, il giorno più triste dell'anno. Dopo quello di Natale, ovvio.

Una delle prime regole dice: 'mai accettare un contratto, se hai bevuto'.

Quando quello schianto di femmina era entrata nel locale m'era rimasta in mente però una sola regola, che 'ogni lasciata è persa'. Certo, non era una fatina di primo pelo e doveva aver passato la cinquantina ma, diavolo, o era un usato garantito o aveva un chirurgo plastico dalle mani d'oro. A un corpo che schiantava i pali per la strada, stretto in un tailleurino nero d'Armani di una taglia più piccola, univa uno sguardo in grado di sfilarti i pantaloni come in un gioco di prestigio. Io continuavo a bere guardandola attraversare la sala riflessa nello specchio. Non bisogna aver paura dei sogni, continuavo a ripetermi a mo' di scongiuro, vanno e vengono proprio come gli incubi. Quella invece s'era accomodata sul trespolo accanto al mio e con una voce roca e sensuale, che dalle orecchie t'arrivava giù, lungo la spina dorsale fino... ci siamo capiti insomma, sussurrò: "Avrei da proporle un contratto."

La fissai. L'unico contratto che avrei voluto stipulare con lei era uno di quelli che terminavano con 200 euro sul comodino e il bisogno di farsi una doccia a casa propria.

"Non lavoro sotto le feste" borbottai guardando il ghiaccio sciogliersi nel bicchiere. Lei mi appoggiò una mano sulla coscia e avvicinò le labbra al mio orecchio facendo fare alle mie poche certezze la stessa fine del ghiaccio.

"Io posso ricompensarla molto bene" mormorò.

Il suo profumo sensuale mi intossicò come un veleno, aizzando i miei ormoni e rendendomi ancor più stupido di quel che già ero.

Il mio cervello aveva chiuso per ferie e a comandare era il piccoletto che abitava in cantina. Uno che non capisce un cazzo, se mi passate la pessima battuta.

"Che tipo di lavoro?" chiesi senza quasi accorgermene.

"Uccidere..." ansimò lei con le labbra incollate al mio orecchio mandandomi a fuoco.

Mi scostai e buttai giù quel che rimaneva del caipirinha, frantumando il ghiaccio fra i denti.

In fondo poteva andarmi peggio. Poteva chiedermi d'aggiustarle la macchina o sturarle un lavandino. Ammazzare è una delle poche cose che mi riescono bene.

"Facciamo le presentazioni" dissi cercando di recuperare un minimo di controllo. "Come la debbo chiamare?"

"Befana! Puoi chiamami Befana!"

Riuscii a non ridere. Ordinai una bottiglia di rum Medellin, pura Colombia, e le riempii un bicchiere. Lei buttò giù tutto d'un fiato: bere, sapeva bere. Si passò la lingua sulle labbra scarlatte rese oscene da un rossetto waterproof vietato ai minori. Poi sfiorò le mie con un tocco rapido

"Eccellente" commentò.

In assoluto, pensai che sarebbe stato il migliore rum della mia vita.

"Bene, piacere Miss Befana. Io sono invece il Coniglio Pasquale, e devo ammettere, che me l'ero sempre immaginata un tantino diversa."

"Le cose spesso non sono come le immaginiamo" rispose estraendo un accendino di Cartier e un portasigarette d'argento. Avrei dovuto dirle che non si poteva fumare e che era meglio non attirare l'attenzione, ma il locale era quasi vuoto e vedere la sigaretta consumarsi nervosa fra le sue labbra aveva un non so che di simile a un gioco erotico in un peep show, tutto per me.

"Non che faccia differenza, ma si tratta di uomo o donna? I bambini, l'avverto subito, io non li tratto."

"Lo so, mi sono informata su di lei e so molte cose. L'orfanotrofio, il riformatorio, il lavoro in banca, il gruppo di scrittura collettiva e tutto il resto. Un uomo. Lei deve uccidere un uomo per me."

"Questo conta ancora meno, ma perché, e perché proprio la vigilia di Natale?"

"Affari, solo affari. Lavoriamo nello stesso ramo e io voglio che sia tutto mio."

"Ho capito, è solo una questione di business."

"Esatto."

"A proposito di business, ammesso che io sia così stupido da accettare, parliamo del compenso?"

Lei sorrise come chi sapeva bene d'aver già vinto. Poi tirò fuori dalla pochette di Chanel, una busta con l'indirizzo di un fermo posta e un foglio bianco.

"Se decide di accettare, scriva una bella letterina alla Befana chiedendo ciò che vuole e la spedisca. Se farà il suo lavoro e il bravo bambino, il giorno dell'Epifania avrà quello che le spetta. Più un piccolo extra a sua scelta offerto dalla ditta."

La sua mano non era più sulla mia coscia, e con il piccoletto giù in cantina stava siglando un accordo, non proprio alle mie spalle, mentre i seni mi si strusciavano contro meglio di un idromassaggio giù al Thai Club.

Una delle prime regole dice: 'mai accettare un contratto se hai bevuto'.

Fanculo le regole!

"Accetto, lasci lettera e busta, ma non s'illuda di cavarsela a buon mercato."

"Mai pensato..." sussurrò alzandosi.

"Ehi!" le urlai dietro mentre ondeggiando sui tacchi vertigionosi di un paio di scarpe di Prada, si dirigeva verso l'uscita "non dimentica qualcosa?"

"Guarda nella tasca della giacca tesoro" rispose senza voltarsi, salutandomi con un cenno sfavillante della mano ingioiellata.

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Nella tasca trovai una foto e sul suo retro, un indirizzo.

Cazzo, Babbo Natale! La Befana mi aveva ingaggiato per fare fuori Babbo Natale. L'indirizzo era quello del centro commerciale.

Scrissi sulla lettera la solita cifra, più un extra per il lavoro in giornata semifestiva. Come postilla aggiunsi l'elenco di tutte le cose che una donna può fare a un  uomo. Tutte quelle che ricordavo, almeno.

Dissi al barman di segnare sul mio conto e che avevo mal di stomaco. Sarei rimasto chiuso in bagno qualche ora. Capì al volo e mosse appena la testa. Uscii. Faceva freddo. Alla chiusura del centro mancavano tre ore, dovevo sbrigarmi. Salii in macchina e partii. Cominciarono a cadere i primi fiocchi di neve.

Scovare un parcheggio fu un'impresa. Di solito mollo l'auto dove capita, sulle aiuole o davanti ai passi carrai, ma stavo lavorando e non era il caso di farmi notare. La macchina rubata mi sarebbe servita. Entrato, mi ritrovai travolto da un fiume in piena di gente, carrelli, bambini, passeggini, pacchi, pacchetti. Dio, come odio la folla. La folla non la puoi ammazzare, e tutto quello che non posso ammazzare, un po' mi spaventa.

Dirigo verso la piazza centrale, là dove c'è la fontana. Eccolo, il mio Babbo Natale. Col suo vestito rosso, la barba bianca, la slitta e tutto il resto. Ride e suona un campanaccio, mentre un bambino gli si avvicina per fare una foto. Bene, mi avvicino anch'io, passi lunghi, inspiro, espiro. La tensione ha fatto svanire di colpo l'effetto dell'alcol. In macchina ho indossato un paio di occhiali scuri, barba e baffi posticci e una parrucca. Non mi riconoscerebbe neanche mia madre, e non per il fatto d'avermi abbandonato in fasce. Adesso mi da le spalle. Approfitto di un attimo in cui è solo. Beve da una bottiglietta. Sono a un metro, si gira, sorride cordiale, pumf... pumf... un colpo in pancia e appena si piega uno in testa. Mi giro e via. Il silenziatore in tutta quella confusione ha fatto meno rumore d'una scoreggia. Qualcuno guarda il Babbo Natale riverso a terra. Pensano a un malore. Mentre loro pensano io mi allontano. Cara Befana preparati: fra tredici giorni esatti ti faccio saldare il conto.

La neve continua a cadere, ho gettato barba, baffi e parrucca in un cassonetto. È la vigilia di Natale e non so dove andare. Potrei tornare all'Habana Vieja a finire di ubriacarmi. Fra l'altro, è il mio alibi. Incrocio due volanti e un'ambulanza a sirene spiegate. Tutto inutile, sono un professionista, non commetto errori. Babbo Natale è bello che andato. Non faccio in tempo a congratularmi con me steso che nella piazzetta alla mia destra, sotto un immenso abete decorato da palline e lucette a intermittenza, scorgo... scorgo un altro fottutissimo Babbo Natale!

Cazzo... Controllo la foto. Sembra proprio lui. E se al Centro commerciale avessi sbagliato persona? Non posso rischiare una simile figura di merda, ne va della mia reputazione. Lascio la macchina in un posto riservato ai disabili e scendo. Sotto il giubbotto in pelle stringo l'automatica.

È con la coda dell'occhio che ne scorgo un altro, nel suo ridicolo vestito rosso, incamminarsi lungo la via principale con in mano un groviglio di fili che terminano in una marea di palloncini colorati.

"Puttana di una Befana" penso "mi hai proprio giocato un bello scherzo."

Fortuna che questa vigilia di Natale non avevo impegni.

Perché io sono un vero professionista, cazzo, e fino a quando sono stato alle regole le cose sul lavoro hanno sempre funzionato bene.

E l'ultima recita: 'mai, mai lasciare un contratto in sospeso'.

 

Luca Occhi

 

 
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