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Inganni del cuore
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"Perché la ferocia è in un punto del cuore,
non negli artigli della tigre."
(E. Medina Reyes)
"Non - farlo - più!"
A ogni parola, scandita con rabbia, corrispose un calcio al fagotto piagnucolante, rannicchiato in un angolo del corridoio, tra il comò e una poltroncina.
Nell'aria rimasero solo singhiozzi e un ansimare più vicino a un rantolo che, piano, piano, andava quietandosi.
L'uomo l'afferrò per i capelli e, tirando con forza il capo all'indietro, la obbligò a fissarlo dritto negli occhi. Erano profondi, colore del mare. Mare che sapeva cullare con dolcezza o essere crudele dispensatore di naufragi nei giorni di tempesta.
"Non provare di nuovo a scappare, capito?"
Un ennesimo schiaffo la colpì in pieno volto, aggiungendo un nuovo livido alla mappa di dolore che portava disegnata sulla pelle. Dal naso colava un rivolo di sangue che s'andava mescolando alle lacrime, precipitando dal mento come alla fine del mondo.
"Io ti voglio bene, Emma" furono le ultime parole dell'uomo, appena sussurrate, prima di voltarsi e sparire in cucina.
La donna restò immobile. Ogni movimento le provocava fitte dolorose e poi aveva paura che tornasse indietro, giudicando la punizione insufficiente. Per questo se ne stava accucciata nell'angolo, le ginocchia contro il petto unite ai gomiti, la testa protetta dagli avambracci. Una tartaruga nascosta in una fragile, ridicola, corazza di poca carne e ossa.
Solo quando lo sentì aprire il frigo e togliere la linguetta a una lattina di birra, capì che anche quella era passata. Riuscì a mettersi a sedere, la schiena poggiata al muro. Le gambe, lunghe e distese, come gli steli di un fiore spuntavano dalla corolla della sottoveste bianca, di cotone grezzo. Era stata della mamma, una delle sue preferite. Si chiese se le macchie di sangue lavate a novanta gradi sarebbero andate via.
***
"Te l'ho ripetuto mille volte: non voglio che cerchi di uscire da sola. È così difficile da capire?"
Batté la mano sul tavolo e vuotò un'altra lattina, mentre Emma, ripresasi da un sussulto, iniziò a sparecchiare. L'uomo aveva ancora gli occhi arrossati. Una volta in cucina, l'aveva sentito piangere, domandandosi cosa dovesse fare con lei. Le era sfuggito un sorriso, mentre rimessasi a fatica in piedi, aveva raggiunto barcollando il bagno per darsi una ripulita. Dopo quelle sfuriate scoppiava sempre a piangere tormentato dal rimorso: alla fine restava lei la più forte e lo sapeva.
"Se hai voglia di uscire, se hai voglia di comprarti qualcosa me lo dici che ci andiamo insieme. Capito? Non ci sono problemi."
Emma scosse la testa. Fissò la finestra. La tapparella era abbassata e la sagola tagliata. Gli infissi erano stati inchiodati fra loro con delle fascette metalliche affinché non si potessero aprire. No, quello che lei voleva non avrebbero mai potuto comprarlo assieme. Mai!
***
"Emma io vado al lavoro, prometti che farai la brava? Eh?"
"Sì" sussurrò lei.
"Bene, bacio" e indicò col dito la guancia.
Emma vi appoggiò per un attimo le labbra. Il profumo del dopo barba la stordì. Le piaceva quella vertigine, l'eco di un volo.
Come che faceva? ... Tale al principe dei nembi è il poeta che avvezzo alla tempesta si ride dell'arciere, ma esiliato in terra, fra scherni, volar non può per le sue ali da gigante...
Fu il rumore degli scatti della serratura a inchiodarla alla realtà . Lei era proprio come il povero albatros di Baudelaire: esiliata in quella casa senza alcuna possibilità di fuga. Almeno fino al prossimo tentativo.
***
Ricontrollò una per una tutte le finestre della casa alla quotidiana ricerca di un punto debole. Lui doveva aver fatto la stessa cosa prima d'uscire. Infatti, una fascetta sulla finestra della sala cui aveva lavorato paziente con una piccola lima da unghie scovata in una vecchia borsa della mamma, era stata sostituita.
Si chiese come diavolo avesse fatto a scoprirlo visto che aveva persino raccolto la limatura di ferro in un pezzetto di carta igenica, fatto sparire nel cesso per non lasciare tracce. Inutile pensarci. I fallimenti andavano dimenticati in fretta se voleva sopravvivere e bisognava escogitare qualcosa di nuovo per fuggire, anche solo per un po', da quella prigione. Non ce la faceva più. Passava le notti insonni, a tormentarsi, sempre più inquieta. Doveva uscire o sarebbe impazzita. Era proprio questo che lui sperava, di vederla ammattire.
Un'idea le esplose improvvisa nella testa con tanta forza da non riuscire a trattenere un grido di trionfo. Il bagno! La ventola d'aerazione, come aveva fatto a essere tanto stupida da non pensarci prima.
***
Le era sempre piaciuto il circo. Quando lo davano in televisione non se lo perdeva mai.
Ora si sentiva proprio come un'equilibrista sul filo della propria vita. Avrebbe voluto indossare una gonnellina di tulle e un body di paillettes scollato e aderente, ma non c'era tempo. Nella pausa pranzo lui sarebbe rientrato per il solito giro di controllo e ogni minuto poteva rivelarsi prezioso.
La ventola era in alto. Per questo aveva dovuto prendere un tavolino, metterci sopra una sedia e salirci in piedi. Tirandosi sulle punte riusciva ad avere il viso proprio all'altezza della piccola elica. Dilatò le narici: l'aria che filtrava profumava di libertà .
Prese a lavorare sulle viti che fissavano la ventola al muro. Erano vecchie e arrugginite. Per puro caso si accorse che mancava un quarto d'ora all'una e mezza.
***
"Come mai pasta in bianco? Oggi non avevi voglia di cucinare?"
"No."
"E allora cosa hai fatto tutta la mattina?"
Mangiava, una forchettata dopo l'altra, ostentando una distaccata indifferenza, ma lei sapeva che doveva stare attenta a come rispondeva. Dopo l'ultima volta era diventato ancora più sospettoso.
<Psicopatico!> pensò.
"Ho pulito casa, guardato la televisione, letto un pochino. Ho preparato la pasta in bianco solo perché non sto tanto bene di stomaco. Saranno tutte quelle pillole. Ma se vuoi posso cucinare anche due cose diverse, una per te e una per me."
"No, no, va bene così" mormorò l'uomo soprapensiero. Vuotò il bicchiere di vino rosso e fece schioccare la lingua, soddisfatto.
Emma lanciò uno sguardo furtivo all'orologio appeso alla parete. Ancora dieci minuti e si sarebbe tolto dalle palle. Prese a sparecchiare cercando di celare l'impazienza.
"Cosa hai letto?" chiese l'uomo all'improvviso, rompendo la silenziosa tregua.
"Sputi, storie di disprezzo... dei racconti" rispose lei, pronta. <Prevedibile!>Â Quella domanda se l'aspettava.
"Un racconto in particolare?"
"Il Re Serpente di un certo Ottaviani."
Il libro l'aveva letto qualche settimana prima, ma si era guardata bene dal dirlo sapendo che prima o poi le avrebbe fatto comodo.
"Di che parla?"
"È ambientato in Colombia, racconta di una ragazza a cui ammazzano il fidanzato e lei..."
"Va bene, va bene. Volevo solo sapere se ti era piaciuto."
"Sì, molto." Era la storia di una vendetta, ma non c'era bisogno di raccontarlo. Era certa che lui avrebbe controllato di persona.
***
Spentosi l'eco metallico dell'ultima mandata, rimase qualche minuto con l'orecchio incollato alla porta trattenendo il fiato. Era accaduto altre volte che avesse fatto solo finta di andarsene per poi rientrare all'improvviso, per controllare cosa stesse facendo.
Quando fu certa di non ritrovarselo fra i piedi corse a prendere tavolino, sedia e in equilibrio precario sulle punte riprese il lavoro.
Anche le altre due viti resistettero tenaci, complottando contro la sua felicità , ma alla fine riuscì a estrarre, trionfante, la ventola dal buco. Attraverso quel foro, appena più piccolo del suo volto, intravide uno spicchio di cielo di un blu così intenso che non fu capace di paragonarlo a nulla che conoscesse. Sbuffi di nuvole cotonate vi si srotolavano e l'aria profumava di terra e fiori, gas di scarico. Un ragù da qualche parte si stava attaccando alla pentola. Vide l'alta siepe della villetta di fronte e proprio sotto il suo magico oblò, la ringhiera del viottolo lastricato in pietra che portava al cancelletto d'ingresso di casa. Non c'era da sperare che passasse molta gente. A parte la loro vicina che era però una vecchia sorda e non sarebbe servito a nulla chiamarla. Ma prima o poi qualcuno doveva arrivare e lei sarebbe stata pronta. Poi, notò la buchetta della posta. E il suo cuore ebbe un sussulto di gioia.
***
Due giorni! Due giorni e non era ancora riuscita a parlare con qualcuno. Non poteva restare tutto il tempo di vedetta perché c'era anche la casa da rassettare. Guai se al rientro lui avesse trovato in giro un granello di polvere. Poi c'era da lavare, stirare, cucinare: niente lavastoviglie o lavatrice "che così non ti annoi". Erano state proprio quelle le sue parole.
Aveva quindi sbrigato in fretta, ma con cura, tutte le faccende domestiche per poi restarsene incantata a sbirciare il mondo dal suo buco.
Un gatto! Era appena passato un gatto, nero, bello grassoccio. Un gatto di casa in giro a bighellonare. Com'era fortunato!
Arrivò la signora Berti strascicando i piedi nelle vecchie ciabatte sfondate, con le borse della spesa.
"Brutta vecchiaccia, spia schifosa" prese a gridare con tutto il fiato che la precaria posizione le consentiva. "All'inferno andrai, maledetta..."
Ma la signora Berti era sorda e non s'accorse di lei. Una volta aveva infilato un biglietto con una richiesta d'aiuto sotto la porta di casa. Quel giorno sapeva che dovevano venire gli operai a cambiare i contatori del gas. Non era certa che qualcuno lo notasse e c'era il rischio che al rientro dal lavoro fosse lui a trovarlo. Ma almeno sarebbero state botte ben guadagnate. Invece quella sera si era seduto a tavola parlando del più e del meno, dando così ali alla speranza. Fino a quando, un paio di giorni dopo, non era suonato il campanello.
Era la vecchiaccia!
"L'ho trovato lunedì davanti alla sua porta... no, non l'ho letto sa... io non m'impiccio di cose non mie."
<Fottuta bagascia!>
Era rientrato livido di rabbia e lei s'era rintanata come un animale in un angolo, tra frigo e lavello, un posto scelto con cura, dove colpirla con calci e pugni non sarebbe stato facile. Lui sfilò la cintura dai pantaloni.
***
"Hei, ciao!"
Il postino si guardò attorno non riuscendo a capire da dove provenisse quella voce.
"Sono qui. Quassù! Yuhuuu? Guarda in alto, la vedi la mia mano?"
Lo sguardo del ragazzo vagò lungo il muro della villetta indugiando sulle finestre dalle tapparelle abbassate. Poi l'attenzione fu attirata da un movimento, in alto, verso l'angolo di destra. Una mano lo stava salutando.
"Ciao..." rispose stupito.
"È una bella giornata, vero?" proseguì lei. Preso all'amo non se lo sarebbe lasciato scappare. Ma non doveva avere fretta.
"Sì, certo, bella."
Era perplesso. Non capiva perché quella che doveva essere una ragazza gli stesse parlando attraverso quel piccolo buco nel muro.
"Di sicuro ti starai chiedendo perché ti parlo da qua, anziché uscire o affacciarmi alla finestra."
"In effetti..." rispose lui guardandosi attorno. Era una situazione surreale, ma lo incuriosiva. "Non è uno scherzo, vero?"
"No, no. Io sono una principessa prigioniera nel castello di un orco cattivo."
L'uomo si lasciò sfuggire un sorriso.
"Mi chiamo Emma e tu?"
"Vito."
"Bene Vito, ti lascio al tuo lavoro. Avrò tutto il tempo per scoprire se sei un principe azzurro."
Lo salutò con la mano e lo lasciò confuso a fissare la parete.
***
"Ma dai, non ci credo!"
"Ti giuro, una che mi parlava da un buco nel muro."
"Sarà una casalinga disperata in cerca di un po' di sano divertimento. Magari ha qualcuno in casa, che ne so, un marito paralitico con suocera per optional, e quel buco è l'unico posto tutto suo, con un po' di privacy. D'altra parte che i postini siano famosi per certe consegne pacchi a domicilio è ormai leggenda."
Scoppiarono a ridere.
"No, dai, devi ammettere che è una cosa strana."
"Vito, tu ti fai troppi problemi. Cerca solo di scoprire com'è, e se ne vale la pena, puniscila! Che le donne solo quello vogliono: dicono cuore, ma pensano minchia. Lo sai..."
"Già ..." commentò Vito facendo tintinnare il boccale contro quello dell'amico. Ma non era del tutto convinto.
***
"Ciao Vito, tutto bene?"
"Bene, tu?"
"Insomma, mi annoio un po'."
"Scusa ,ma perché non esci? Magari andiamo a prendere un aperitivo."
"Non posso Vito, anche se non immagini quanto mi piacerebbe."
"Non puoi!?"
"No, perché... non è facile da spiegare. E poi non posso mica star qui a urlarlo ai quattro venti. Mi prenderebbero per matta."
"Io non lo farei mai. Ascolta" continuò Vito mostrandole la tracolla "potresti scrivermi una lettera e raccontarmi di te."
"Una lettera? Ma sei un genio Vito! Come ho fatto a non pensarci prima. Certo, una lettera. Vado subito a scriverla così te la posso dare domani."
"Sta bene principessa, allora a domani."
"A domani."
Emma era raggiante.
***
"Prigioniera! Ti dico che la poveretta è tenuta segregata in casa da quel maniaco."
"Vito, è solo quello che ti ha scritto lei, la sua versione dei fatti. Non è detto che le cose stiano sul serio così. Ti sei informato un po' in giro?"
"Sì, ma la loro vicina dice che si fa i fatti suoi e lì intorno nessuno sa nulla. Neanche la conoscono. Non so che pensare..."
"Ascolta, se davvero le credi vai dai carabinieri. Però se prima cercassi di approfondire la cosa non sarebbe male. Così, tanto per evitare una figura da idiota."
"Idiota, idiota. Tu non le hai mai parlato. È dolce, ha una voce bellissima. E poi, ma hai sentito cosa scrive? Lei non è una solo tette e culo come le tue amichette, Emma ha un'anima."
"Oh Vito! Dindon: ci sei? Non ti starai mica innamorando di una che hai a malapena intravisto solo perché ha una bella voce e scrive... com'è?"
Gli strappò il foglio di mano.
"... nel deserto che mi vestiva e abitava tu mi hai regalato un tuo sguardo, e guardandomi mi hai ordinato di vedere e sentire di nuovo..."
"Ridammela! Subito..."
"... sogno di te, delle tue labbra, delle tue mani sulla mia pelle che arde di desiderio... voglio il tuo cuore tutto per me!"
"Dammela!" urlò scattando in piedi.
"Tieni, tieni ma non t'incazzare. A parte che io queste cose le ho già lette da qualche parte, non ti rendi conto di cosa ti sta accadendo? Torna in te."
"Sì, sì, torno in me. Ma tu smettila di prendermi in giro."
***
"Ho trovato un'altra fascetta segata nella finestra della sala."
Emma chiuse il libro. Aspettava quel momento, ma provò lo stesso un attimo di smarrimento.
"Dammi la lima. Subito!"
Oh, gliela avrebbe data, certo, ma non prima di ricevere una discreta razione di botte. In gergo militare si chiamava azione diversiva. Doveva in tutti i modi evitare che lui potesse pensare alla ventola nel bagno. Quella notte i lividi le parvero fare meno male.
***
"È bellissima!"
"Seee, ma l'hai intravista da un foro in un muro, Vito!"
"E allora? Ti dico che è un angelo."
"Vabbè, con te ormai non si può più ragionare. Ti sei persino travestito da operaio dei telefoni per poter salire su di una scala e avvicinarti a quel maledetto buco. Ohé, ma ti rendi conto?"
"Io... io sono innamorato."
"Alé, è andato. Io non so più che fare con te, mi arrendo. Adesso entreranno dei miei vecchi amici, vestiti di bianco, con una bella camicia. Certo, le maniche saranno un po' lunghe ma tu non ti preoccupare. Tranquillo, ci penseranno loro a te visto che a me non dai più retta."
"Smettila di prenderci in giro."
"Come vuoi, ma tu stai sul serio andando fuori di brutto. Io di quella non mi fido."
"Lascia stare Emma!"
"Ok, ok, calmo."
Rimasero per un po' in silenzio a contemplare i rispettivi bicchieri.
"Ascolta... quel tuo amico, quello che entra ed esce di galera, sai dov'è?"
"Chi? Il Mago?"
"Sì, proprio lui."
"Scusa Vito, ma a te che t'importa? Che t'importa di dove sta quello scassinatore, tanto lo sai che lui... no! Vito questo no!"
***
"Allora è deciso?"
"Sì, per domani. Quell'impicciona della tua vicina il pomeriggio va a giocare a carte al centro sociale e non ci disturberà ."
"Bene, lui non rientra prima di sera, abbiamo tempo. Non vedo, l'ora amore."
Vito provò una scossa che lo fece quasi cadere.
"Penseranno che le linee telefoniche abbiano un sacco di problemi in questa zona. Mi vedono sempre in cima a questa scala con una cintura piena di attrezzi" riprese cercando di fare lo spiritoso per vincere l'emozione e un po' d'imbarazzo. "Ma da domani sarà tutto a posto."
"Domani... queste ore saranno interminabili. Vito..."
"Che c'è Emma?"
"Io non riesco a smettere di pensare a quando potrò finalmente toccarti, abbracciarti, stringerti a me. Baciarti..."
"Anch'io."
"Mi desideri?"
"Da impazzire!"
"Allora infila la mano nel buco."
"Cosa!?"
"Dai Vito, prima che ci ripensi. Mi vergogno troppo."
Infilò il braccio e sentì la mano sfiorata da lievi tocchi di labbra, la lingua di Emma indugiare sui suoi polpastrelli. Poi, una per una, le dita furono inghiottite da una bocca umida che prese, piano, piano, a muoversi avanti e indietro leccando e succhiando.
"Emma, Emma," riusciva a malapena a farfugliare "mi farai morire."
"Sì tesoro, sì!" Gli prese la mano e l'appoggio sul seno, lasciato libero dalla vestaglia slacciata.
"Domani ti farò morire gli sussurrò. Ho voglia di te..."
Vito si aggrappò alla scala sentendo le gambe venir meno. Aveva goduto negli slip come un ragazzino.
***
"A coso, io mo te appro sta porta, ma tu stai sicuro che nun stamo a fa' na cazzata?"
"Te l'ho detto, tranquillo. La mia amica è rimasta chiusa dentro e non sa come uscire. Ascolta... Emma, ci sei?"
"Sì Vito, sono qua."
"Ho qui il... fabbro."
"Ah, buongiorno. Mi riesce a tirar fuori per favore?"
"Nun ce sta' problema, signò. Questione di minuti."
Aprì la sacca degli attrezzi.
"A coso, girate..."
"Come?"
"Voltati che nun vojo che tu stia a vedé li segreti d'er lavoro mio."
***
L'uomo scese dall'autobus. Faceva freddo Si fermò davanti alla latteria dove tutti i giovedì un corriere dalla Campania portava le mozzarelle di bufala fresche. A Emma piacevano tanto. Emma... faceva di tutto per farlo arrabbiare. Si chiese come facesse a non impazzire a vivere con lei. Poi gli balenò il sospetto d'essere già pazzo, d'aver oltrepassato il confine fra ragione e follia senza essersene accorto. Percorse soprapensiero il viottolo che conduceva a casa sperando, per quella sera, di non doverla punire. Non ne aveva voglia, era stanco.
Prelevò la posta dalla buchetta ed entrato nel portone diede una sbirciata veloce alle buste. Davanti alla porta lasciata socchiusa urlò.
***
Mise sottosopra invano tutta casa alla ricerca di una traccia qualsiasi che potesse indicargli dove fosse andata Emma. Questa volta si sarebbero trasferiti altrove, magari in campagna, e durante il giorno, quando restava sola, l'avrebbe di nuovo legata al letto. Era tutta colpa sua, s'era rammollito ed ecco le conseguenze. Lamentarsi però non serviva a nulla. Ora la cosa più importante era ritrovare Emma prima che fosse troppo tardi.
L'ultima volta che era fuggita l'aveva scovata al parco, in una zona frequentata anche in pieno giorno solo da tossici e puttane di colore.
Prese le chiavi della macchina dal comò, una borsa che stava sempre pronta nell'ingresso, e uscì di corsa.
***
"Emma, Emma dove sei?" gridava aggirandosi fra il caos di una vegetazione lasciata da tempo a se stessa.
"Qui, amore mio" sentì rispondere, ma era una voce strana. Aggirò una fitta siepe e si ritrovò davanti una donna di colore, con i seni enormi e sfatti fuori della canottiera striminzita.
"Vieni amore, venti euro..."
L'uomo non le diede il tempo di continuare. Le balzò addosso rifilandogli un paio di violenti schiaffi facendola cadere.
La donna emise un urlo strozzato.
"Hai visto una ragazza? Una bella ragazza, bionda..."
"No, io visto niente" riuscì a malapena a mormorare prima di alzarsi e scappare.
L'uomo riprese a cercare, imboccando un sentiero appena accennato, pieno di cartacce, bottiglie vuote e preservativi.
"Emma, Emma" continuava a chiamare. Poi percepì, poco distante, un singhiozzare sommesso.
Si precipitò in una folta macchia di ginestre e la vide.
Gli occhi persi nel vuoto, pieni di lacrime, teneva sulle ginocchia il capo di Vito. Ne accarezzava i capelli, incurante del sangue che fuoriuscito dalla gola squarciata le aveva ormai inzuppato il vestito.
"Emma..." riuscì a malapena a mormorare "ancora!"
Lei continuava a piangere.
"Non aver paura" disse l'uomo estraendo dalla borsa che s'era portato appresso un asciugamano e un vestito pulito. "Dai, cambiati che dobbiamo fare in fretta, non abbiamo tempo. Andremo in una nuova città e starò più attento. Cercheremo un posto isolato. Vedrai, andrà tutto bene, anche questa volta."
Emma, con lo sguardo che parve rianimarsi, fissò l'uomo accennando a un sorriso.
"Mi vuoi bene lo stesso, anche se sono cattiva?" chiese con un filo di voce.
"Sì sorellina mia, sì" rispose lui facendo sparire il coltello e i vestiti sporchi di sangue nella borsa.
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Luca Occhi
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