Marco Michelotti Il nome di lei PDF Stampa E-mail

Il nome di lei

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.

Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.

Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.

La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

La terza sera aveva preso coraggio e le si era avvicinato: non aveva avuto il coraggio di dirle niente, il cuore batteva troppo forte. Era tornato indietro al suo posto dicendosi che con quegli auricolari e la musica a tutto volume non lo avrebbe ascoltato. Ci avrebbe riprovato il giorno successivo. Ogni notte che passava diventava sempre più difficile. Fu il giovedì della seconda settimana che si arrese: una ragazza così bella e con un abbigliamento del genere non gli avrebbe portato niente di buono, si disse. Eppure non smise un attimo di osservarla. Appena Giorgio realizzava che la giovane si era assopita o aveva chiuso gli occhi, indugiava a lungo su di lei. Ogni notte, in quei quindici minuti, riusciva a notare un particolare diverso. Nemmeno lui sapeva però dove si fermava la realtà e dove invece si innestava in maniera prepotente la sua fantasia. A casa poi finiva per perdere il sonno e rigirarsi sotto le coperte, immaginando spiagge tropicali e la pelle ambrata di lei che profumava di sole. Una mattina aveva anche sognato che ci aveva fatto l'amore.

Doveva essere straniera, non aveva dubbi. Voleva sapere, avrebbe voluto seguirla, ma a quell'ora della notte neanche a parlarne. Il lunedì successivo, dopo averci pensato per tutto il weekend, finalmente si decise. Portò con se uno stradario. Scese alla fermata dove saliva lei. Non fece passi avanti: vagò per oltre un'ora in tutto il quartiere senza peraltro chiedere informazioni a nessuno. Quando sua madre lo vide rientrare, stanco e scuro in volto, se ne accorse subito che qualcosa lo turbava, ma non disse niente. Gli dava fastidio quando lei si interessava delle sue cose. Giorgio e la madre vivevano soli che erano ormai quattro anni. Suo padre era morto colpito da un infarto nel sonno, si era allontanato dalle loro vite senza fare rumore. E lui e la madre avevano continuato il menage familiare quasi come se niente fosse. Ogni tanto gli chiedeva cosa aspettasse a trovarsi una fidanzata, a prendere moglie, aveva ormai trentaquattro anni. Ma era più per dire che altro. Non ci pensava nemmeno che Giorgio potesse abbandonarla, lì sola in quella casa dove vivevano da sempre.

Ci tornò. Quasi ogni giorno partiva un'ora in anticipo da casa e prima di andare al giornale si fermava nel quartiere dove presumeva la giovane lavorasse. Cercò locali notturni, discoteche, night-club... immaginava che con quell'abbigliamento potesse essere l'unica spiegazione. Era una zona residenziale, non riuscì a scovarne nemmeno uno; solo un piccolo e squallido bar e qualche negozio.

Era l'ultimo del mese ed era un venerdì il giorno che è successo. Giorgio aveva dovuto prendersi una giornata di permesso: per via delle regole decise dalla nuova proprietà, le ferie e i permessi andavano esauriti nel corso dell'anno, non venivano più pagati. Si è alzato tardi al mattino, la notte non riesce comunque a dormire nei giorni in cui è di festa. Sua madre gli ha lasciato la colazione pronta, la macchina del caffè già pronta sul fornello da accendere. Quando è uscito, le campane della chiesa stavano suonando il mezzogiorno. Ha preso il bus e diversamente dal solito alla seconda fermata è sceso, d'impulso. Si è incamminato nella stessa direzione dove ogni notte aveva visto allontanarsi la ragazza. Quando l'ha vista era ormai mezz'ora che si aggirava nel quartiere e già alcuni passanti lo avevano notato. Si era sentito i loro occhi addosso, aveva visto senza ombra di dubbio un'anziana signora ammiccare al marito nella sua direzione, come a chiedergli chi fosse e cosa ci facesse uno sconosciuto in quella zona. Senza ombra di dubbio.

La ragazza aveva delle borse della spesa e dovevano essere pesanti perché, prima di aprire il portone di casa, ha dovuto posarle a terra. È forse per quello che non lo ha richiuso dietro di se. L'ha vista salire le quattro rampe di scale, indossava dei jeans e scarpe basse sportive anche se pure quelle leggere, di tela. Forse che lei di venerdì... Ha sentito schiavacciare. Dopo due minuti era fuori dalla porta, nella penombra. Lei ha sentito il campanello...

Lo hanno trovato alla fermata mentre aspettava l'autobus, sbadigliando. Alla centrale gli hanno detto che l'ha fatto altre volte e lo proveranno. Anche la madre ne è al corrente adesso, hanno interrogato anche lei. L'avvocato gli ha suggerito di stare tranquillo, è stato un raptus, non era in lui.

Non sarebbe mai riuscito ad affondare una lama. Quel collo, quella pelle sottile... ha usato le mani. Lei urlava. Lui stringeva, stringeva. Poi basta. Lei ha smesso.

"Volevo sapere solo il suo nome" ha detto sbadigliando.

Autore Marco Micheloti

 
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