Marzio Giampieri - "Barbanoir" - 3° Clasificato al Concorso Barbanoir PDF Stampa E-mail

"Barbanoir" di Marzio Giampieri

 

Il sole bruciava le guglie della rocca, gli elmi dei soldati sulle mura, le vetrate della torre del signore, dietro alle quali pesanti tende scure arrestavano la folle corsa dei raggi solari. Nella penombra della stanza pochi spiragli di luce illuminavano la sagoma di un grande letto a baldacchino, circondato da ombre mormoranti, sormontato da un crocifisso, scosso dagli spasmi di un Re malato. Il silenzio della camera, le preghiere bisbigliate dei due frati, il pianto soffocato dei cortigiani, lo schioccare delle nocche intorno alle armi delle guardie, venne infranto da colpi contro la porta della camera buia. Il sovrano fece un cenno, al quale cortigiani e frati risposero ritirandosi dalla porta e le guardie aprendola cautamente. La luce invase la camera, costringendo tutti i presenti a chiudere gli occhi, introducendo una donna scalza e trafelata, che stringeva un vaso di terracotta pieno di un intruglio fumante. La storia non racconta perché Federico I detto il Barbarossa bevve quella brodaglia, ma racconta di come bevendola sia guarito. Non racconta della serpe che lentamente si avvolgeva sul braccio della straniera né che fine abbia fatto colei che salvò il futuro Imperatore d'Europa.

 Piove.

Odio la pioggia.

Non è un temporale, ma una pioggia di fine estate. Bagna, non inzuppa. Non costringe la gente a tapparsi in casa, ma la spinge verso bar e pub, finché il cielo smette di piangere. In strada non c'è quasi nessuno. Qualche visitatore che cammina spedito verso un locale, due comparse che cercano riparo per non rovinare i costumi, un frate che indugia sotto un albero e me.

La mia presenza è irrilevante. Importante è il motivo per cui sono qui. Oggi, sotto questa odiosa pioggia, io ucciderò un uomo. Un Re. Un Imperatore. Sono pazzo. Lo so. Anche lei sa che sono un fottuto pazzo. "Uccidi Barbarossa" mi dice "Uccidi il Re". Regicidio: qualche secolo fa la gente perdeva la testa solo nominando questa parola. Io l'ho persa ormai da tempo. È rotolata all'inferno e infilzata sul forcone del demonio mi grida: "Uccidi il Re! Uccidi Barbarossa!". Sono pazzo. Ucciderò il Re. La sua ombra mi segue, imperterrita.

È la donna più bella che io abbia mai visto. Ha il volto sfigurato, l'abito a pezzi, le ossa scoperte qua e là dai muscoli carbonizzati e le orbite vuote. È morta da secoli ormai, arsa viva sul rogo di Dio e io la seguo perché ne sono innamorato.

Vado verso il frate che mi aspetta sotto l'albero. Lei mi segue. Le poche anime nella piazza si girano a guardarmi, ma non me ne curo: non possono vederla. Lei è solo mia. "Hai ciò che ti ho chiesto?". Esita, poi dal saio estrae una provetta piena di liquido. "Ecco, ora sparisci." "Basterà?" "È il viaggio più breve che si possa immaginare.". Si allontana spedito, goffo nel suo largo saio fradicio. Già, un viaggio molto breve per chi ha le porte dell'inferno già spalancate sotto di lui. Chi è caduto troppo in basso per poter risalire, non deve far altro che lasciarsi scivolare ancor più giù. Sempre più giù. In fondo alla vita, alla morte, all'inferno. Su o giù, trovi comunque la pace...

"Sei pronto?" È la sua voce "Ha smesso di piovere, tra poco tocca a te." Ripete la domanda "Sei pronto?". Come potrei non esserlo? "Certo. Aspetterò stasera, quando sarò sul palco. Con il veleno del frate sarà veloce. Quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi." Lei sorride, per quanto il suo viso sfigurato e i muscoli strappati le permettono. "Oggi potrò vendicarmi di quel maledetto. Tu sarai la mia vendetta."

 Un'enorme pira illuminava la piazza. Le urla della giovane ragazza legata nel cuore delle fiamme coprivano le grida rabbiose della folla e gli anatemi del frate. Il Re era sulla strada per Roma per ricevere la corona di imperatore. Non poteva impedire il rogo della donna che lo aveva salvato, la donna che voleva, ma non poteva amare. La corona imperiale era più importante. Cavalcava con la sua armata. Lontano dalla piazza, dal rogo, dalla strega.

 Il sole è ormai agli antipodi e la pioggia non cade più. La piazza ora è gremita. Il corteo, aperto dai musici, si avvicina. Il Re sta per salire sul palco, sul palcoscenico del suo ultimo spettacolo. Lei mi segue. Stringo la boccetta di veleno, lei mi appoggia una mano sulla spalla "Oggi potrò vendicarmi di quel maledetto. Tu sarai la mia vendetta.". Io sono scosso da tremiti. La amo. Devo uccidere il Re. Ho paura. La sua mano scheletrica mi serra la carne. Le sue unghie ingiallite si piantano nella mia pelle. "Non tirarti indietro. Devi ucciderlo. Per quello che mi ha fatto. Per l'odio che provo per lui." Una lacrima dalle orbite vuote "Lo amavo, lui mi ha ucciso. Deve morire.".

Nessuno mi vede. Coperto dal bardo che racconta per l'ennesima volta la storia di Medicina bevo in un fiato il veleno. Lei sorride, la mia vista si annebbia. La testa mi cade leggermente di lato, si appoggia allo schienale del trono su cui sono seduto. Infine una sottile scia di sangue dalla mia bocca. Nessuno si accorge di niente. Lei è felice. Il Re è morto.

 

 
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