XV Edizione Premio Letterario "Una piazza un racconto" - Racconto finalista di Luca Occhi PDF Stampa E-mail


Breve storia del colore rosso sulla tavolozza della vita di Alejandro De Stefano

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I colori, come i lineamenti, seguono

i cambiamenti delle emozioni.

(Pablo Picasso)


Alejandro De Stefano iniziò a salire con fatica la scaletta che conduceva al portellone dell'aereo, sollecitato a far presto da una hostess bionda dalla divisa impeccabile. Tutti gli altri passeggeri erano già a bordo e il comandante attendeva solo lui per il decollo. Ma Alejandro sentiva i muscoli delle gambe anchilosati, le articolazioni dure come ingranaggi arrugginiti, e dai piedi, a ogni passo stentato, ondate violente di dolore salivano a infrangersi assordanti nella sua testa inebetita e svuotata d'ogni pensiero.

Non ricordava quante unghie gli avessero strappato nel corso degli interrogatori, né per quanto tempo fosse stato rinchiuso e torturato.

Quella mattina, quando prelevato dalla cella era stato condotto lungo corridoi sconosciuti, aveva temuto, e un po' sperato, che la fine fosse giunta a porre termine alle sofferenze. Lo avevano invece sbattuto sotto una doccia gelata con l'ordine di darsi una lavata in fretta. Un medico gli aveva curato alla meglio le ferite più evidenti ed era stato rivestito come un essere umano, anche se i pantaloni erano un paio di taglie più grandi e la camicia, pur se pulita, si notava subito che era usata. Al pensiero che non si sarebbero dati di sicuro tanta pena solo per poi ammazzarlo come un cane, si tranquillizzò.

Lo sbatterono difatti su una camionetta, ma il viaggio non durò a lungo. Quando fu fatto scendere, si trovò davanti all'aereo. Buenos Aires lo stava salutando con un'ultima cartolina dai toni sbiaditi, in una giornata piovigginosa. Grigio il terminal, la pista, il cielo e Alejandro temette d'aver smarrito per sempre, nel buio dei sotterranei dell'Escuela Superior de Mecánica de la Armada, la percezione dei colori. Poi, dietro le vetrate da cui parenti e amici, o semplici curiosi, assistevano alla partenza dei viaggiatori, scorse qualcosa.

In quel mondo grigio, un fazzoletto rosso si agitava galleggiando come un palloncino, confuso fra la massa informe delle persone accalcate per assistere al decollo. Alejandro De Stefano si bloccò a tre quarti della scaletta, sordo ai richiami dell'hostess che lo esortava a raggiungere al più presto il portellone, e alle minacce dei militari che dal basso, puntandogli contro i fucili, lo incitavano a togliersi subito dai piedi. Quel fazzoletto rosso che sventolava incurante delle possibili conseguenze, sapeva essere stretto nelle mani di suo padre. Vecchio pazzo di un socialista, doveva aver scoperto, chissà come, che lo stavano per espellere dal paese e quel gesto sconsiderato era tutto per lui. Perché poteva venire solo dall'amore di un padre che diceva addio al proprio figlio, disperato ma allo stesso tempo felice, nel ritrovarlo ancora vivo.

Rosso era il colore dei commiati senza più ritorno.

* * *

Sul volo per Francoforte, chieste subito due pastiglie di analgesico, Alejandro ebbe tutto il tempo per cercare di rimettere assieme i pezzi più recenti della propria storia. L'avevano prelevato alcuni mesi prima, un martedì qualunque, al rientro dalle lezioni alla facoltà di Agraria. Una macchina scura lo aspettava nei pressi di casa, ferma lungo il marciapiede, e due uomini l'avevano obbligato a salire. Da quel momento non era più stato un cittadino con diritti sanciti dalla Costituzione, solo una bestia la cui esistenza valeva meno delle pallottole necessarie a cancellarla. Erano stati piccoli frammenti della sua vita a cacciarlo in quella situazione assurda, nonostante fosse stato sempre attento a evitare di compromettersi troppo. Un articolo dal titolo Estrella Roja apparso sul giornalino universitario, che a leggerlo ti rendevi subito conto che non si occupava di politica ma di fantascienza applicata all'astronomia, con un lieve, ma in fondo innocuo, accenno di critica sociale; la partecipazione ad alcune riunioni del collettivo comunista del quartiere, ma solo per cercare di conoscere meglio una bella ragazza, militante impegnata. L'unico motivo valido per ritrovarsi nel buio dei sotterranei dell'inferno, oltre alla sua incolpevole appartenenza alla famiglia De Stefano, di risaputa tradizione socialista e anarchica, era l'aver aiutato un paio di amici a girare un documentario amatoriale su due studenti della facoltà di Ingegneria svaniti nel nulla. Lui aveva collaborato alla sceneggiatura che cercava di ricostruire, con il taglio dell'inchiesta giornalistica, la loro storia. Una copia del filmato, che nel frattempo era stato sequestrato dalle autorità, era riuscita a giungere all'estero e da lì erano cominciati i guai.

Alejandro scacciò quei pensieri chiedendo all'hostess un bicchiere di whisky con ghiaccio. Adesso era lì, su quell'aereo che lo conduceva in salvo, lontano dalla follia che si era impossessata del suo paese. Solo il dolore restava: quello fisico delle membra martoriate che andava attenuandosi e quello nell'anima al pensiero dell'ultimo folle gesto d'amore del suo vecchio.

Atterrato a Francoforte, fu separato dagli altri passeggeri e preso in consegna da alcuni funzionari dell'immigrazione. In un ufficio simile a uno sgabuzzino, senza che gli fossero fornite informazioni circa la sua esatta situazione giuridica, furono sbrigate le formalità burocratiche riguardanti il nuovo passaporto. Quando alla fine varcò la porta scorrevole degli arrivi per mettere piede nella Repubblica Federale Tedesca, tutto quel che possedeva erano gli abiti che indossava e una busta di plastica con dentro alcune mutande, uno spazzolino da denti e poche altre cose.

Lo accolse un tripudio di bandiere rosse, applausi, persone che lo abbracciavano, parlandogli con entusiasmo in una lingua che non conosceva. Frastornato, comprese solo che rosso era anche il colore della libertà.

* * *

Un agguerrito comitato per la difesa dei diritti umani, dopo la sparizione di molti dei partecipanti alla lavorazione del famoso documentario, aveva preso a cuore la sua storia ed era riuscito a ottenerne l'espulsione dall'Argentina. Per Alejandro i primi tempi della sua nuova vita furono indimenticabili. Passava da un festival a una manifestazione culturale, chiamato a commentare il tragico momento che stava attraversando il suo paese e l'opera di denuncia alla cui realizzazione, seppur in minima parte, aveva contribuito. Era pieno di donne, soldi e amici che facevano a gara per ospitarlo: un sogno da cui, dopo non molto, si svegliò.

Era passato di moda in fretta e la sua storia non interessava più a nessuno, sostituita da altre che avevano il fascino della novità. Svanirono le amicizie, troppo recenti per essere vere, le donne lontano dalle luci di un'effimera popolarità non lo degnarono più di uno sguardo e i soldi finirono di colpo. Solo la piccola comunità dei fuoriusciti come lui gli rimase accanto. Grazie a loro rimediò i lavori più disparati: cameriere, guardia notturna, imbianchino, manovale. Ma era uno straniero, e i documenti sembravano non essere mai del tutto in ordine, consentendo ai datori di lavoro di sfruttarlo, pagandolo sempre meno del dovuto con la minaccia di denunciarlo, se per caso osava protestare per far valere i suoi diritti. Quel tango triste che era diventata la sua vita, a un certo punto Alejandro decise di ballarlo con la bottiglia. Da lì, alla vita per strada, il passo fu breve anche se lo portò a girare l'Europa, sopravvivendo grazie alla carità di sconosciuti o alla compassione delle piccole comunità dei suoi connazionali. Il fondo lo toccò un Natale, a Parigi, nascosto in un angolo di una stazioncina periferica della metropolitana che aveva eletto a sua residenza fino a quando i gendarmi non l'avessero cacciato via senza troppi complimenti. Tramite alcuni argentini gli era stata recapitata una lettera e Alejandro riconobbe subito la scrittura minuta e un po' obliqua di sua madre, anche se vi scorse un'indecisione nel tratto a lui sconosciuta. Era già da qualche mese che quella busta lo rincorreva per mezzo continente. Alejandro la aprì, con le dita che tremavano per il freddo, l'emozione e la voglia irresistibile di bere. Lesse febbrile le poche pagine, iniziando a piangere lacrime che non sapeva più di avere.

Una notte, degli uomini col volto coperto si erano presentati a casa, prelevando il suo vecchio. La madre aveva iniziato subito il pellegrinaggio nelle varie stazioni di polizia della città, ma da allora non ne aveva saputo più nulla. Era una lettera disperata, greve del dolore di una donna che aveva perso tutto. L'unica speranza, l'unica luce in quell'oscurità, era il saperlo felice e in salvo, certa che li avrebbe sempre resi orgogliosi di lui.

Alejandro pianse quasi tutta la notte, senza però toccare la bottiglia. Nessuno venne a scacciarlo, chiuso nel suo logoro sacco a pelo rosso donatogli da una delle tante associazioni che si occupavano dell'assistenza ai senzatetto.

Rosso, come il colore della vergogna.

* * *

Fu Pablo, un cileno compagno di strada, un giorno, ad accennargli la cosa. Aveva un cugino che era andato a sud, in Catalogna, per la stagione della raccolta delle olive e lì era rimasto, sistemandosi per bene. Il lavoro per braccia robuste e volenterose non mancava, il clima era mite e c'era persino il mare. Non ci volle molto a convincere Alejandro ad abbandonare Parigi per quella terra promessa, poiché entrambi non avevano più nulla da lasciarsi alle spalle.

I primi tempi furono duri, ma il lavoro non mancava e la fatica nei campi leniva i dolori dell'anima. Alejandro smise a poco a poco d'aver bisogno dell'alcol per scacciare i propri fantasmi. E poi la vita in campagna gli era sempre piaciuta, in fondo erano stati quelli i suoi studi, mentre l'idioma comune l'aveva facilitato nell'ambientarsi in fretta. Nel suo peregrinare da un'azienda all'altra, secondo le necessità, finì per una vendemmia nella tenuta del vecchio Jordi Xibarria, col suo vigneto strappato a forza alla ripida collina e da cui, nei giorni senza foschia, si arrivava a scorgere il blu intenso del mare, così vicino che pareva di poterlo accarezzare.

I due si trovarono subito bene assieme, come accade a certi randagi che annusatisi una prima volta, finiscono col restare amici per sempre. Alejandro divenne prima l'uomo di fiducia di Jordi e poi parte della sua piccola famiglia. Perché Jordi Xibarria, vedovo, aveva una figlia di nome Consuelo che oltre a dare una mano in azienda, occupandosi della cantina, era anche pittrice e vendeva i suoi quadri con successo ai turisti nei paesini lungo la costa. Quello fra lei e Alejandro fu un amore che crebbe piano, ma solido, proprio come le tenaci viti di collina.

Quando il vecchio Jordi morì, Alejandro aveva continuato a occuparsi di quel pezzetto di terra diventato ormai parte di sé. In Argentina, nel frattempo, le cose erano cambiate. La dittatura era finita, ma grazie alle amnistie, le vittime di ieri continuavano a vivere accanto ai carnefici rimasti impuniti, come al risveglio da quello che si voleva far passare solo per un brutto sogno. Alejandro non aveva però più alcun motivo per tornare a casa.

Sua madre era morta due anni prima di crepacuore, quanto al padre, restava solo un nome fra quelli dei tanti desaparecidos. Di lui, e di tutta la sua vita, rimaneva una scatola da scarpe che Alejandro custodiva sotto il letto. Dentro c'erano un fazzoletto rosso, un distintivo dell'Organización Latinoamericana de Solidaridad, la pipa, qualche foto e alcune lettere, l'ultima delle quali, inviatagli dalla madre poco prima di morire, conteneva un nome evidenziato più volte: colonnello Miguel Reynaldo Camps. Era il comandante del centro di detenzione clandestino di Pozo de Quilmes, il principale responsabile del triste destino toccato in sorte al padre. Tutto quel che restava del passato di Alejandro stava in quella scatola e non vi era nient'altro per lui di là dell'oceano. Scelse quindi di restare lì, fra le viti, con il profumo del mare ad augurargli ogni mattina il buongiorno e i baci della sua adorata Consuelo ad addolcirgli la vita. Quella donna meravigliosa che aveva iniziato a dipingere i suoi quadri senza usare più il colore rosso, in un silenzioso gesto d'amore. Perché aveva compreso come, per Alejandro, quello fosse il colore dei ricordi che facevano sanguinare il cuore.

* * *

Una mattina, giunto nel bar del paese di buon'ora, Alejandro aspettava che aprisse lo spaccio per acquistare del verderame e un po' di zolfo, poiché la stagione era stata più umida del solito e nella vigna le muffe stavano in agguato. Con un bicchiere di sidro in mano, dava una rapida scorsa ai giornali locali quando un trafiletto di poche righe lo colpì come un diretto in pieno volto. Neppure si rese conto del bicchiere finito in mille pezzi sul pavimento. Il mondo intero per lui aveva cessato all'improvviso di esistere; c'erano solo quelle poche righe: "Manifestazione di protesta da parte di una decina di attivisti simpatizzanti dell'associazione delle madri di Plaza de Mayo davanti all'Hotel du Midi a Lloret de Mar contro la presenza di Miguel Reynaldo Camps ritenuto coinvolto nell'eliminazione di decine di desaparecidos al tempo della dittatura militare in Argentina".

Rincasò guidando come un folle lungo la stradina sterrata e Consuelo si spaventò. Ancor più nello scoprirlo in preda a una febbrile eccitazione, mentre dalla scatola che teneva sotto il letto, prelevava un fazzoletto rosso.  Quando poi, dal fondo di un cassetto del comò, lo vide estrarre la pistola che il padre aveva conservato come ricordo dei suoi giorni fra i Maquis, i partigiani francesi, fu assalita dal terrore.

"Che succede, amore mio?" chiese, cercando di trattenerlo, con la voce che tremava per l'agitazione.

"Devo saldare un conto col passato. Non mi aspettare" fu la sbrigativa risposta prima di darle un bacio e ripartire a tutta velocità in direzione della costa.

La sera era calata in fretta e Alejandro se ne stava da quasi tre ore di fronte all'Hotel du Midi, passeggiando su e giù lungo l'Avenida trafficata, ostentando una malcelata indifferenza. Aveva saputo che Camps, dopo cena, sarebbe partito per Madrid e non voleva correre il rischio che gli sfuggisse di mano. Comunque fossero andate le cose, avrebbe chiuso una volta per tutte quella maledetta storia.

Vicino all'ingresso dell'albergo continuavano a sostare alcune persone, sorvegliate con discrezione da un paio di agenti. Si limitavano a inalberare, in un silenzioso atto d'accusa, dei cartelli con le foto in bianco e nero di un familiare scomparso, proprio com'era accaduto al padre di Alejandro. Ci avrebbe pensato lui a fare giustizia per tutti, anche se Consuelo continuava a far capolino nei suoi pensieri, tentando di scompaginarne le intenzioni.

Colse del movimento dall'altra parte della strada e all'improvviso lo vide uscire scortato da una guardia del corpo. Affrettò il passo verso l'attraversamento pedonale, la mano nella tasca del giubbotto serrata attorno al calcio della pistola, ma non riuscì a passare. Il rosso del semaforo lo bloccò e Alejandro De Stefano rivide per un attimo, come in una vecchia istantanea, il fazzoletto di suo padre all'aeroporto, dietro la vetrata. Guardò Camps avvicinarsi a un'auto, dispensando sorrisi strafottenti ai manifestanti strettisi attorno a lui. Tentò lo stesso di attraversare, ma il flusso del traffico non glielo permise, guadagnandoci solo dei nervosi colpi di clacson e qualche insulto. Lo stava per perdere. Poi, diversi spari, un'ombra che scappava inseguita dai poliziotti, gente che urlava e Camps accasciato a terra con qualcuno che chino su di lui tentava di soccorrerlo.

Il semaforo divenne verde e Alejandro attraversò di corsa, ritrovandosi subito a pochi passi da quello che era già il cadavere di Miguel Reynaldo Camps. Una pozza di sangue andava allargandosi sul marciapiede. Alejandro esitò un attimo, poi estrasse dalla tasca il fazzoletto del padre e con quello coprì quel volto dagli occhi sbarrati.

Rosso era il colore della vendetta. Ma era così freddo da non trasmettere alcuna gioia.

* * *

Solo l'alba riuscì a scacciare il gelo che provava nell'animo. Aveva guidato per la notte intera senza una meta, macinando con i chilometri il suo passato sotto la mola dell'accettazione del proprio destino e ai primi raggi di sole di quel nuovo giorno si scoprì all'improvviso, dopo tanti anni, libero. Nulla di quello che era successo aveva più alcuna importanza per lui, solo Consuelo contava adesso e lo sgranarsi dei giorni che ancora li attendavano assieme. Sempre che lei avesse saputo capire e perdonare quel suo attimo di follia. Ma quando Alejandro imboccò timoroso la stradina di casa, la vide subito corrergli incontro, la vestaglia bianca che svolazzava nella brezza mattutina, agitando la mano come a salutarlo al ritorno da un lungo viaggio. Sorrideva e piangeva allo stesso tempo e nella notte passata insonne, sul muro imbiancato a calce della cantina, aveva dipinto un enorme cuore rosso, a scacciare le proprie paure. Alejandro ebbe allora la certezza che quello, d'ora in avanti, sarebbe stato per loro sempre e solo il colore dell'amore.


Luca Occhi


 
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