Yuri - "Turno di Notte" 2010 PDF Stampa E-mail

 

Lei ha la mia età, più o meno.
E' stata con me al secondo anno di liceo.
Mi innamorai di lei quella prima volta che la vidi entrare nella mia classe.
Sembrava che qualcuno l'avesse spinta ad entrare, per come camminava.
Come su lame di rasoio.
Non era brava nelle interrogazioni, si emozionava ed iniziava a infilare, nei discorsi, parole della sua lingua.
A volte piangeva senza motivo, in silenzio.
Non veniva sempre a scuola e, quando veniva, entrava in ritardo.
Ogni volta che si apriva la porta della classe, speravo che fosse lei e, quando accadeva, rimanevo a fissare i suoi occhi fino a quando lei non si accorgeva di me.
E sorrideva.
Veniva sempre da sola e da sola se ne andava.
All'uscita da scuola un giorno decisi di avvicinarmi a lei, cercando di mettere insieme qualche parola.
Ricordo bene quel giorno.
Iniziai chiedendole il permesso di farle compagnia e, dopo che lei annuì, presi a parlarle, di tutto e di niente.
Arrivò l'autobus e lei non aveva ancora spiccicato parola, lo zaino stretto davanti al petto, lo sguardo distante.
Lei salì.
Io feci lo stesso.
Quando lei si sedette io, dopo un momento di indecisione, mi sedetti accanto a lei.
Eravamo così vicini da sfiorarci con le gambe.
Il mio cuore voleva esplodere.
E il suo sguardo era così perso, così lontano.
Lontano da me, lontano da quel bus.
Lontano dal mondo intero.
Parlai dei compagni di classe, della loro stupidità.
Tutto quello che volevo era vederla sorridere.
E ci stavo pure riuscendo.
C'era un barlume di luce nei suoi occhi azzurri.
Passai a parlare dei nostri insegnanti, delle loro stranezze.
Arrivai all'insegnante di educazione fisica e alle sue mani sempre sudate.
Fu un errore.
Lei crollò.
Si strinse più forte a sé lo zaino.
I suoi denti erano serrati, i muscoli contratti, le dita erano artigli, affondati nel nylon colorato dello zaino.
Non riuscivo a tenere lo sguardo sul suo viso, né a muovermi, né a fare altro che guardare le sue mani.
Mi accorsi di un livido sul suo polso destro.
Seguii la pelle, risalendo lungo il braccio, dove vidi un paio di sottili graffi. E, prima che iniziasse l'attaccatura della sua maglietta, intravidi un altro livido, più vecchio.
Tornai sul suo viso, ora rivolto verso di me.
Io la fissai a mia volta, volevo dirle che tenevo a lei, che nessuno gli avrebbe fatto più male, che io l'amavo.
Non dissi niente, i miei occhi fissi su di lei.
Il bus rallentò.
Lei scattò in piedi, dirigendosi rigidamente verso le porte centrali, senza più guardarmi.
Mi alzai anche io, feci qualche passo, per poi fermarmi e vederla scendere.
Non dissi nulla.
Trovai conferme dei suoi silenzi, lei non era l'unica, giravano voci su quell'insegnante.
Un uomo, le sue abitudini, la sua solita sigaretta fumata prima di entrare in auto, un vaso che cade.
Non morì, ma da allora lui non ha più potuto toccare nessuno.
Libero solo di pisciarsi addosso.
Nei giorni che seguirono, la vidi sorridere sempre più spesso.
Io, lei, ancora quel bus.
Ogni volta era speciale.
Ci tenevamo per mano e mi bastava.
Poi un giorno non venne e neanche quello dopo.
Smise di venire quello stesso secondo anno di scuola, poco prima dell'estate.
Disguidi burocratici, permessi scaduti, dissero.
La rividi due settimane fa, per caso.
Mi riconobbe, del resto non era passato così tanto tempo.
Io quest'anno ho preso la maturità, ho finito scuola.
Lei ha avuto qualcosa di simile da te.
All'inizio non fu facile parlarle.
Dovetti pagarla.
E lei mi disse tutto.
Non è stato difficile trovarti, anche se sono stato aiutato.
Mio padre ha le sue conoscenze.
Come le hai detto? Adesso tu sei morta per il mondo e vivi solo perché lo voglio io?
Bene, ti presento la pistola di mio padre.
E' fuori che aspetta che finisca di raccontarti il motivo per cui morirai.
Ma credo che ormai tu l'abbia intuito...
 
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