L'ombra di quel che eravamo di Luis Sepulveda PDF Stampa E-mail

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È doloroso per chi cura questa rubrica stroncare un libro di Luis Sepúlveda. Libri come Patagonia Express, Il vecchio che leggeva romanzi d'amore e Le rose d'Atacama, sono ancora piacevoli e fedeli compagni di viaggi non solo immaginati. Diario di un killer sentimentale resta uno dei libri che prediligo.

Avrei dunque potuto serbare per me l'amarezza della lettura della sua ultima fatica sorvolando sull'inutilità di quelle 147 pagine ma qui, sulla Corazzata Potiomkin, per correttezza nei miei e nei vostri confronti non si fanno sconti a nessuno. Quando si tratta di scrittura poi, il non perdonare nulla con affetto resta sempre il migliore degli aiuti possibili.

L'ombra di quel che eravamo ha in sé la grandezza e la tragedia di un titolo profetico. In queste righe Sepúlveda è l'ombra di ciò che è stato, come se dopo una decina di romanzi e varie raccolte di racconti (e magari un editore alle costole a ricordargli di continuo l'anticipo sui diritti d'autore già corrisposto per i suoi futuri lavori), non avesse all'improvviso più nulla da dire, a sé stesso prima che agli altri.

Personaggi già letti e riletti, questa volta però dallo spessore inconsistente, identiche atmosfere grevi di sconfitta con fiabesco riscatto finale di tante altre sue opere al punto che Lucho Arancibia o Cacho Salinas sembrano i protagonisti giovanili di tanti suoi racconti ripresi e narrati, per mancanza di idee, nella loro vecchiaia. Immutato lo sfondo quasi ossessivo di un Cile che, nella memoria come nella realtà, non esiste più. Con i suoi incubi, le torture e la dittatura, che a furia d'essere raccontati sempre nella stessa maniera finiscono con lo smarrire e diluire l'orrore, alla stregua di un veleno ingerito a piccole dosi che rende alla fine immuni.

Sepúlveda in questa opera sembra non riuscire a sottrarsi al destino amaro e immaginifico che Borges riserva ad Omero il quale, dopo avere raccontato tutto ciò che era possibile narrare sulla guerra fra Greci e Troiani, finì mendicando e cantando le epiche gesta della guerra fra i topi e le rane.

Aspettando il prossimo libro, ne sono certo, non sarà questo il destino di Luis.

Il mendicare almeno, no di certo.

 
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