Capitolo III di Vanes Ferlini PDF Stampa E-mail

Capitolo III di Vanes Ferlini

Il ticchettio della macchina da scrivere risuona nell'ufficio imbiancato di fresco. Bianco come la morte, che nei paraggi transita sovente.
Il medico legale è curvo sulla tastiera; ha sempre rifiutato le macchine elettriche prima e il computer poi. La vecchia Olivetti Lettera 32 gli è stata fedele (assai più che la moglie) nei trentaquattro anni di professione, lo ha aiutato a trasportare sulle scartoffie coloro che non sono più.
Gli indici protesi corrono veloci sui tasti, dosando il giusto tocco. Uno sguardo agli appunti e il referto si compone quasi da solo, preciso e dirompente.
Nel battere le ultime righe non può fare a meno di sogghignare: questo caso finalmente lo porterà al centro dell'attenzione.
Adesso tutti sapranno chi sono io, chi è il dottor... viene interrotto dall'arrivo di Gelsomino. Indossa i guanti chirurgici e con fare timido domanda:
- Scusi, posso chiederle una consulenza?
- Certo, ragazzo mio. Ho giusto finito.
Tutto soddisfatto estrae il foglio dalla macchina, ci spiaccica sopra il timbro a olio come fosse un sigillo regale e lo firma facendo bene attenzione che il nome sia leggibile. Lo ripone nel cassetto della scrivania mormorando tra sé:
- Voglio proprio vedere le facce che faranno in Questura. Allora, cosa volevi dirmi, ragazzo mio?
Gelsomino non risponde. Lo afferra per il camice, lo costringe ad alzarsi, gli torce le braccia dietro la schiena e lo atterra in modo brutale. Tra la sorpresa e il dolore, il dottore non ha modo di reagire.
Con mosse rapide e sicure gli lega polsi e caviglie usando lacci di seta, per non lasciare il segno. Poi lo rialza di peso e lo scaraventa sulla sedia.
Nella mente del medico balena solo lo sconcerto di essere tradito dal suo pupillo.
Gelsomino esce dalla stanza; rientra un attimo dopo con una gabbietta per animali. Nell'udire il miagolio, il dottore in un attimo realizza il proprio destino.
- Da bravo, Socrate, vieni fuori.
 Il ragazzo apre il portellino e il persiano dagli occhi azzurri di ghiaccio e il pelo candido di morte mette fuori il muso, dà un'occhiata in giro, quindi trotterella difilato verso il medico e gli salta sulle ginocchia.
- Porta via questa bestiaccia!
- Si chiama Socrate.
- Portalo via, sono allergico ai gatti e lo sai!
- Per la precisione si tratta di una grave forma di sindrome felina, con complicazioni asmatiche acute.
- Vattene, bestiaccia!
Si contorce sulla sedia e urla ma il micio, che per tara genetica della propria razza è sordo, continua a strusciarglisi addosso.
- Aiuto! Aiuto! Aiu...to...
Il terzo grido gli rimane strozzato in gola, il respiro si fa pesante, viene colto da una raffica di starnuti.
Gelsomino guarda l'orologio: dovrebbero bastare venti minuti, giusto il tempo per scrivere il nuovo referto. Al sabato pomeriggio nel seminterrato non c'è nessuno, a parte i morti s'intende, ma desidera comunque sbrigarsi in fretta: nessun piano è perfetto. Si siede alla Olivetti, inserisce un foglio bianco e comincia a scrivere.
Nel tentativo di divincolarsi il dottore è caduto dalla sedia così il gatto amorevole, e anche un po' bastardo, gli sfrega sulla faccia prima il muso poi la coda, avanti e indietro, indietro e avanti, senza pietà. Deve respirare a bocca spalancata:
- Per carità, Gelsomino... ti prego... - le parole escono a fatica, gli sembra di gridare ma sono appena un sussurro - ...il mio spray... il broncodilatatore... nel cassetto... -
Il ragazzo, indifferente, continua a battere sulla Olivetti Lettera 32. Ha imparato il testo a memoria, per non lasciare alcuna traccia. Segue la stessa impaginatura usata dal dottore, lo stesso spazio a destra e sinistra, il rientro di cinque battute a inizio paragrafo, il medesimo numero di righe per pagina. Dopo aver letto decine di referti, conosce bene lo schema.
Una vera fortuna, questa vecchia Olivetti pensa Gelsomino nessuno usa più le macchine manuali, sarà comunque difficile smascherare la falsità di questo referto, ammesso che qualcuno ci voglia provare.
Il respiro del dottore è divenuto un rantolo sordo. Mentre Gelsomino scrive l'ultima pagina, il rantolo si affievolisce. Mentre appone il timbro a olio, cessa.
Contraffare la firma non è difficile, si è esercitato a lungo e il risultato è a prova di perizia calligrafica.
Il micio è accovacciato a terra, a fianco del corpo.
Gelsomino palpa il collo del dottore:
- Bravo Socrate, hai fatto il tuo dovere.
Libera le mani dai lacci e vi fa scorrere ogni foglio affinché vi rimangano le impronte digitali. La stessa operazione per entrambe le mani, a scanso di equivoci. Apre il cassetto e sostituisce il referto originale con quello fasullo.
Per andare nel bagno attiguo deve scavalcare cadavere e gatto. Straccia l'originale con cura meticolosa e getta i pezzetti nel W.C. Tira lo sciacquone. Osservando i coriandoli roteare, inghiottiti dall'acqua, ghigna:
- Ciao, dottore. Peccato che il pubblico non abbia nemmeno saputo il tuo nome.

*                  *                   *

- Come ti dicevo, è proprio il Capo la chiave di volta... che fra l'altro tu l'hai mai visto? - Gargiulo fa cenno di no - E nemmeno io perché là dentro - Coliandro indica il cimitero - era girato di spalle e la voce... quella si imita facilmente. Comunque è davvero una storia pazzesca, non ci crederai mai.
- Tu provaci e poi vediamo.
- Immagina che ci sia uno scrittore famoso, gialli e noir per la maggiore, insomma uno che ha una certa dimestichezza con la morte ma ha una paura fottuta di passare all'altro mondo. E allora sai cosa si inventa?
Invece di rispondere, Gargiulo gli lancia un'occhiataccia:
- Forse è meglio che tieni in caldo la storiella per questi qui.
- Questi... chi?
Accenna con il pollice fuori dal finestrino: due facce di cera con gli occhiali da sole (nonostante la nebbia) sono ai lati dell'Alfa. Coliandro osserva i giubbotti scuri, di certo antiproiettile, i jeans e le scarpe da ginnastica. Sembrano clonati dal Manuale del Piccolo Agente.
- Merda...
- Mi hai tolto la parola di bocca - aggiunge Gargiulo - ma cosa vorranno?
- Vogliono me.
Lo sconosciuto che si trova dal lato di Coliandro grida:
- Vieni fuori con le mani sulla testa - e intanto tiene le sue bene affondate nelle tasche.
- Stai fermo qui e non fare cazzate - mormora Coliandro.
- Senti chi parla - risponde Gargiulo con lo stesso tono.
Con lentezza studiata Coliandro apre la portiera ed esce.
- Girati - gli ordina l'altro - metti le mani sul finestrino e piegati in avanti.
Si avvicina per perquisirlo mentre il secondo sconosciuto, sul lato opposto della vettura, apre lo sportello rivolgendosi a Gargiulo:
- Dai, scendi.
Con uno scatto repentino Gargiulo gli sbatte la portiera in faccia e gli salta addosso. Cadono a terra.
Il primo sconosciuto si muove in modo istintivo in soccorso del compagno. Tanto basta a Coliandro per mollargli un calcio asinesco, all'indietro, centrandolo al basso ventre.
- Scappa! - grida Gargiulo, impegnato in un corpo a corpo senza esclusione di colpi.
Con tre balzi Coliandro attraversa la strada e scavalca il fosso sul lato opposto. A un centinaio di metri si intravede una siepe di bosso. Dietro, una villetta. Si mette a correre in quella direzione.
Uno sparo dilania il silenzio ovattato di nebbia. Il secondo sconosciuto si scrolla di dosso Gargiulo che rimane sull'asfalto con gli occhi sbarrati e una chiazza bruna sul petto.
- Hai fatto lo stronzo, eh? Sei contento adesso?
Il primo sconosciuto si è ripreso e si lancia all'inseguimento ma la distanza è già considerevole.
Coliandro ode tre colpi secchi. Una fitta lancinante alla spalla sinistra lo costringe a fermarsi e mettersi in ginocchio. Impreca a denti stretti:
- Bastardi...
La siepe è vicina, solo pochi metri. Altri due colpi esplodono dietro di lui. Si rialza tenendosi il braccio sinistro per limitare i movimenti della spalla. Il sangue ha già raggiunto il gomito. I primi passi sono dolorosi ma poi le gambe si rimettono in moto. Raggiunge la siepe e di slancio, come un ariete, la attraversa. Trova un cortile con un cane lupo alla catena che si mette ad abbaiare furiosamente. Si avventa sul portoncino della villetta e lo tempesta di pugni.

*                  *                   *

- Il Capo ti ha chiamato? - domanda De Luca poggiando la tazzina del caffè nel piattino.
Grazia scuote la testa:
- Sappiamo solo che ha telefonato almeno una volta al maresciallo Ricchiuti.
- Secondo te perché proprio lui?
- Perché è ligio al dovere ed esegue gli ordini, qualunque essi siano.
- Non ne sono tanto sicuro, Grazia. Per me è un finto tontolone.
- Aspetta: il Capo ha telefonato pure a Coliandro, me lo ha detto lui quando ci siamo sentiti questa mattina. Si è vantato che, tra noi tre, abbia chiamato solo lui.
- Cosa voleva?
- Non me l'ha voluto dire. Una cosa segretissima, ovviamente.
- E poi?
- Gli ho dato appuntamento in questo bar, come mi avevi chiesto.
Il commissario guarda l'orologio: le 19,07. L'appuntamento era per le 18,30.
La tivù nell'angolo della saletta trasmette l'ennesimo servizio, concludendo così:
- ...questa sera il sovrintendente Coliandro, che sembra l'unico a conoscere la verità sul caso, avrebbe dovuto partecipare a un popolare programma di approfondimento sulla morte dello scrittore ma ha fatto sapere che per sopravvenuti impegni non sarà presente.
- Vuoi andare tu, al posto suo? - sfotte la Negro.
De Luca brontola qualcosa, guarda di nuovo l'orologio e sbuffa:
- Per favore, chiama quel coglione.
Grazia ripete l'ultima chiamata eseguita:
- Non è raggiungibile.
- Se gli metto le mani addosso... - il commissario estrae il telefonino dalla tasca sperando di avere un altro numero utile. Proprio in quel momento squilla.
- Pronto! - risponde seccato.
Dall'altra parte una voce maschile si esprime in modo concitato.
- Ho capito. Veniamo subito - scatta in piedi e si dirige all'uscita, lasciando la Negro a pagare in fretta il conto.
- Che diavolo è successo? - gli domanda raggiungendolo in strada.
- Il medico legale... morto. Decesso naturale, sembra. L'ha trovato poco fa il suo assistente. Singolare, eh?
- Direi sospetto - risponde affannata per reggere il passo svelto del commissario. Raggiungono l'auto e De Luca si mette alla guida:
- Ma il bello è questo: prima di morire è riuscito a compilare il referto dell'autopsia e non c'è traccia della tetradotossina. Solo un banale ictus.
- Ma se proprio a noi ha detto che...
- Ho l'impressione che qualcuno ci stia dando una mano, per così dire, senza volerlo. Però...
- Cosa? - Grazia scruta la faccia scura del commissario.
- Queste novità sono un pericolo, è tutto diverso da come l'avevamo previsto. La situazione ci sta sfuggendo di mano.

*                  *                   *

Ci sono parole che racchiudono in sé il senso di un discorso, di un ragionamento, di una situazione... persino di una vita.
Ci sono parole che circolano nella testa come schegge impazzite, in attesa di ricomporsi nel giusto quadro cui sono destinate.
Per il maresciallo Ricchiuti, intento a riscaldarsi i Quattro salti in padella nell'angolo cottura del suo bilocale, le parole del commissario De Luca nascondono il cuore vero di tutta la faccenda.
Chissà cosa avrebbe potuto fare... riferito allo scrittore assassinato.
- Il tono del commissario era assertivo più che dubitativo - borbotta Ricchiuti tra sé - lui sa benissimo ciò che avrebbe potuto fare... ma col cavolo che me lo dice. Vogliono depistarmi, lui e la Negro.
Le pennette ai quattro formaggi sono quasi pronte e Ricchiuti si arrovella ancora nel dubbio.
Chissà cosa avrebbe potuto fare...
- Non deve trattarsi della solita inchiesta-scandalo. Di quelle sono già piene le pagine dei giornali e la tivù. Deve essere qualcosa di più... ma di diverso.
Sta per spegnere il fornello quando squilla il telefono di casa.
- Pronto? Sì... cosa? Il medico legale?... Vengo subito.
Sorpreso dalla notizia, lancia uno sguardo triste alle pennette fumanti che è costretto ad abbandonare.
- Pazienza. Almeno avrò la soddisfazione di mettere sotto torchio quel Gelsomino... e magari ci scappa qualche ceffone.

 
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