Capitolo VI di Gianluca Bellassai PDF Stampa E-mail
Capitolo VI di Gianluca Bellassai

 

È finito il tempo dell'attesa. Quello sparo è rimbombato prepotentemente nella sua testa. Come una sorta di starter a dare il via a una nuova vita da giornalista di fama nazionale. Così la cronista si è alzata ed è entrata nella casa del commissario De Luca e la prima cosa che ha visto è stata Coliandro disteso in terra sanguinante.

Qualche minuto prima De Luca era corso fuori da casa e, con la canna della pistola ancora fumante, si era diretto verso la sua auto. Un grosso Suv, uno di quelli pacchiani da almeno quarantamila euro. Prima di salire a bordo però, aveva telefonato all'ispettore Negro.

- Pronto Grazia, dove sei?

- Massimo sei tu? Ma che fine hai fatto?

- Una lunga storia. Te la racconterò più tardi

- Tanto meglio. Per me questo non è il momento migliore per una chiacchierata

Effettivamente non era affatto semplice per la Negro concentrarsi sulle parole che uscivano dall'auricolare. Tutto attorno a lei, infatti, era avvolto dal frastuono di sirene, sgommate e colpi di clacson.

- Si può sapere che succede? - aveva chiesto De Luca

- Sono sul corso grande. Sto seguendo Gargiulo. E lui sta seguendo Ricchiuti

- Ricchiuti?

- Proprio lui. Ha preso il manoscritto

- Ricchiuti?

- Sì, sì, Ricchiuti! Ti si è incantato il disco?

- No, è che...

- Quello sfigato dei cugini! L'avresti mai detto che ci avrebbe fregato tutti quanti?

- E io che credevo che... Oh Cristo, allora Coliandro diceva la verità! Era vero che non l'aveva rubato lui!

Di nuovo quel giramento di testa. E ancora un'altra riflessione a voce alta. Per un attimo il commissario si era maledetto per non aver creduto a Coliandro.

Aveva tentennato ancora per qualche secondo prima di tornare a focalizzare la realtà.

- Credi che Ricchiuti stia andando al vecchio magazzino?

- Credo di sì. Questa strada porta solamente in quella fogna - aveva risposto con decisione la collega

- Bene. Non lo perdere di vista. Io devo andare a sistemare quella faccenda. Ti raggiungerò quanto prima

De Luca aveva riagganciato ed era schizzato via col suo macchinone. Solo in quel momento, dall'auto posteggiata dietro, era sbucata una testa che fino ad allora era rimasta nascosta. Aveva fatto bene a pazientare qualche istante. In quel modo la giornalista aveva saputo quale sarebbe stata la prossima tappa dell'inchiesta del secolo.

 

- Santo cielo!

- Aiutami a tirarmi su, piccola

Nella studio all'interno della villetta ci sono carte sparse ovunque, due sedie ribaltate e la vetrina di un mobiletto in frantumi. Ci sono cocci di vetro e libri sul pavimento. Ma soprattutto, c'è Coliandro con la maglia imbrattata di sangue all'altezza della spalla sinistra. È seduto, e si morde il labbro dal dolore mentre cerca di mettersi all'impiedi. Solo che la ferita è fresca e gli impedisce alcuni movimenti.

- Chiamo subito un'ambulanza - dice la giornalista in preda allo spavento. Impugna il cellulare, ma l'ispettore le fa cenno di lasciare perdere

- No, non c'è tempo. È solo un graffio, non preoccuparti - tenta di rassicurala

Lei non ribatte. Si limita a un'alzata di sopracciglia, come per sottolineare il suo disappunto. In ogni caso sceglie di accontentarlo e rimette il cellulare nella sua borsa in pelle bicolore.

- Dobbiamo beccare Ricchiuti - dice Coliandro stringendo i denti. Poi aggiunge - Già, ma chissà dove cazzo è andato...

Mentre lo aiuta a rialzarsi, la cronista non ci pensa due volte ed esclama:

- Io lo so dove sono diretti!

- Diretti? Scusa, mi vuoi spiegare perché usi il plurale?

- Non c'è solo Ricchiuti da fermare, ma anche la Negro e Gargiulo

- L'ispettore? Gargiulo? Mi vuoi spiegare che vai dicendo?

- Ah no, caro mio! Mi hai fregato una volta, non sarò tanto stupida di nuovo. Portami con te e ti chiarirò ogni cosa

Coliandro ci ragiona su e conviene con se stesso che l'ultima cosa da fare è starsene lì impalati a perdere tempo.

- D'accordo. Hai vinto tu, bambina. Prendiamo la tua macchina. Ma sia chiaro, guido io. Anche con un braccio solo. Perdonami, ma non posso proprio permettere che qualcuno mi veda sul sedile del passeggero mentre guida una donna

 

Ricchiuti viaggiava spedito. Mancavano solo pochi isolati alla meta. Gargiulo gli stava dietro come Arnoux a Villeneuve nel lontano 1979. La Negro rimaneva stabilmente in terza posizione in quello che era divenuto il Gran Premio delle Forze dell'ordine.

La città scorreva rapida e più si andava avanti, più diminuivano i caseggiati per dare spazio a larghi stradoni e frammenti di campagna.

"Maledetto Gargiulo, maledetto Ricchiuti!". Grazia Negro non può fare a meno di parlare ad alta voce nell'abitacolo della sua utilitaria. "Ma non correrò il rischio di fare un sorpasso. Tanto sono in scia, non posso perd-"

D'improvviso le parole dell'ispettore rimangono sospese nell'aria. Perché d'un tratto, inspiegabilmente, si accendono gli stop dell'auto di Gargiulo e un lungo fischio stridente parte dalle sue gomme che slittano sull'asfalto. La Negro inchioda a sua volta. Ma non abbastanza. Non abbastanza da impedirle di tamponare violentemente il veicolo davanti a sé.

 

Coliando sapeva benissimo quale fosse il vecchio magazzino menzionato dalla giornalista. Un postaccio trascurato, appena fuori città. Era il punto d'incontro del Capo, quando per qualche motivo non voleva usufruire del rifugio numero uno, il cimitero.

Il magazzino, anni addietro, era stato parte di un enorme opificio tessile situato su una vasta area. Finito il periodo fortunato però, la fabbrica aveva chiuso e il magazzino era rimasto abbandonato a se stesso. Non completamente a dirla tutta, perché col tempo era divenuto il dormitorio preferito di gatti randagi e senzatetto.

Coliandro quel quartiere lo conosceva come le sue tasche da quando era bambino. In pochi attimi aveva calcolato l'itinerario più breve, aveva preso la scorciatoia più adatta e aveva dato il via a una caccia all'uomo lungo i vicoli degna di un poliziottesco degli anni settanta. Coliandro si sentiva come Luc Merenda in Bersaglio altezza uomo, di Guido Zurli.

Durante il tragitto, l'ispettore e la cronista si scambiano le notizie a vicenda. Ognuno risponde ai perché dell'altro, colmando le proprie lacune. Fino a che ogni tassello prende la giusta collocazione e il quadro della situazione si fa palese per entrambi. Però poi a un certo punto i discorsi vengono troncati perché lui scala in terza, dà gas ed esclama con energia: "Tieniti forte!". Accelera fino al fondo del viale, e quando la stradina finisce, sbuca giusto-giusto dietro il culo dell'auto di Ricchiuti. Poco importa se dietro di lui l'auto di Gargiulo e quella della Negro si accartocciano l'una contro l'altra.

 

Per rispondere a una telefonata, dall'interno di quel gigantesco Suv, basta premere un tasto sul cruscotto. Un tasto con il disegno di una cornetta che si illumina di verde quando c'è una chiamata in entrata e di rosso quando la chiamata viene interrotta. Così fa De Luca. Preme e risponde.

- Pronto?

Dall'altro lato una voce strozzata dalle lacrime tenta di presentarsi.

- Il commissario De Luca?

- Pronto? La sento male! Chi parla?

- Mi scusi se la disturbo. Noi non abbiamo mai avuto il piacere... - un'energica soffiata di naso irrompe dalle casse dell'automobile.

De Luca assume un'espressione schifata e con la mano sinistra abbassa il volume di due tacchette. Poi la donna si calma e riprende:

- Dicevo... non abbiamo mai avuto il piacere di incontrarci personalmente, eppure lei conosce molto bene mio fratello

- Suo fratello?

- Già, il medico legale della squadra scientifica

- Ah, certo. Dica tutto

Una lunga pausa dall'altro capo. Poi la voce singhiozzante riprende da dove si era fermata.

- Sono qui nel suo studio. Credo che il dottor... mio fratello... credo sia stato assassinato

La signora esplode in una nuova crisi di pianto come se quella parola, "assassinato", avesse infierito ulteriormente sul cadavere.

De Luca rimane basito.

- Cinque minuti e sono da lei - dice

E poi riaggancia. Tasto rosso.

 

Tre vie dopo arrivano al magazzino. Cinquecento metri quadrati di umidità e puzza di piscio. Coliandro balza fuori dal mezzo premendo una mano sulla ferita ancora terribilmente dolorante. A sua volta, anche la giornalista scivola via dall'auto.

- Ricchiuti, esci con le mani in alto! - grida Coliandro

Il maresciallo apre la portiera e obbedisce all'ordine. Nella destra tiene il manoscritto in bella mostra.

- Adesso, lentamente, poggia in terra la pistola e dammi quel mucchio di fogli

- Mi dispiace sovrintendente. Mi dispiace, ma proprio non posso

Coliandro si aspettava quella risposta e così decide di calare il suo personale asso di denari. Basta un'occhiata per intendersi con la giornalista. Lei gli porge un altro blocco di scritti. Poco spesso, di appena una ventina di pagine. L'ispettore comincia a sventolarlo per aria con il braccio sano.

- Quindi vuoi dirmi che non ti interessa sapere che fine farai tu, Ricchiuti?

Il maresciallo resta di stucco. Il suo occhio sinistro prende a sbattere a velocità siderale.

- Come sarebbe a dire?

- Hai dimenticato la parte più importante, quella in cui lo scrittore descrive in che modo saresti morto. Oppure pensavi di farla franca? Pensavi forse che, visto quanto sei speciale, saresti stato l'unico superstite?

Con la bocca spalancata dalla meraviglia, Ricchiuti non replica. Senza aggiungere altro, accusa il colpo e, lentamente, ripone la pistola sul terreno umido. Dopodiché fa per avvicinarsi a Coliandro.

- Ora ci diamo tutti una calmata

Una voce profonda riecheggia improvvisamente alle spalle dell'ispettore. È il Capo che gli sta puntando un fucile Browning semiautomatico dritto nella colonna vertebrale.

- Metti giù la pistola, idiota

Coliandro capisce di non poter fare altrimenti. Si china e la sistema in terra. Il Capo la scalcia via con una pedata indirizzandola una decina di metri verso la parte opposta a loro.

- E pensare che mi ero raccomandato di tacere con i media. Accidenti a te, Coliandro! Mi hai portato una giornalista qui!

- Fa bene a preoccuparsi - irrompe la donna - Perché lei da domani dovrà rendere conto all'opinione pubb-

- Taci sgualdrina! - il tono imponente del Capo riecheggia per tutto il magazzino facendo sobbalzare i tre malcapitati

- Vedrò cosa farne di voi due - esclama in seguito - Mi regalo qualche ora per pensare se esiste ancora una speranza di mettervi a tacere senza dovervi ammazzare come cani

Detto questo, col fucile ancora tra le mani, si avvicina a Ricchiuti. Allunga la destra per prendere il manoscritto. Al carabiniere tremano le mani e la sua fronte è fradicia di sudore. Ma l'umore è alto e l'adrenalina a mille per avere portato a termine la sua missione.

- Ottimo lavoro, maresciallo - si complimenta il Capo

Ricchiuti impegna tutto se stesso per tenere il tic in stand-by. Spalanca entrambe le palpebre e abbozza un sorriso.

- Dovere, Capo. Dovere

Un istante di silenzio poi uno squillo di cellulare. Il Capo risponde senza dire niente. Solo il rumore di un lieve respiro. Poi riattacca e fa per andarsene. Ma si gira ancora un'ultima volta. Solo per domandare:

- Ah, Coliandro. Toglimi una curiosità. Chi diavolo ti ha conciato a quel modo?

Coliandro rimane privo di parole. È la giornalista che, con un soffio di voce, risponde per lui:

- L'ispettore è rimasto ferito nel corso di un'operazione antidroga

 

 
Valid XHTML & CSS | Template Design the science | Copyright © 2009 by officinewort