3° Classificato Erik Dall'Osso PDF Stampa E-mail

Turno di notte

Giorgio la vide la prima volta nella notte più fredda dell'anno, le ruote del bus che trituravano il ghiaccio che copriva le strade, nuova neve che iniziava a frustare il finestrino.

Alle cinque di mattina Giorgio smetteva di stampare i giornali, salutava i colleghi, camminava per cinquanta metri fino alla fermata, e aspettava sbadigliando l'autobus notturno. Venti minuti dopo scendeva, si trascinava sempre sbadigliando a casa sua, e si preparava a dormire tutto il giorno.

Ma quella notte, tre fermate dopo la partenza, la ragazza salì sull'autobus. In gonna corta, sandali aperti, canottiera, un foulard intorno al collo. Vestita come in un pomeriggio di maggio, nella notte più fredda dell'anno. Con i sandali aperti, incurante del ghiaccio che copriva le strade. Giorgio la guardò affascinato, mentre la ragazza andava a sedersi nel posto più lontano dall'autista. La guardò scendere dall'autobus, due fermate prima della sua. La guardò allontanarsi nella notte, incurante della neve che cadeva tra i suoi bellissimi capelli neri.

La ragazza tornò la notte dopo, e quella dopo ancora. Tornò tutte le sere della settimana, tranne il venerdì. Tutti i giorni di quel mese tranne il venerdì, Giorgio la guardava salire dopo tre fermate dopo la partenza e scendere due fermate prima dell'arrivo. Sempre vestita come in un pomeriggio di maggio, nelle rigide notti di un inverno freddissimo.

(Gianluca Morozzi)

 

Giorgio si interrogava, pur nel modo erratico dovuto all'ora tarda. All'inizio aveva pensato a una prostituta, questo poteva forse spiegarne l'abbigliamento ma non perché non indossasse una giacca sopra gli abiti striminziti, dato che non stava esercitando. Inoltre sarebbe stato un po' presto per staccare. La seconda ipotesi era quella della barista, ma era parziale quanto la prima e ancora non spiegava l'assenza di un giubbotto. Se anche avesse avuto uno stipendio da fame, nessun ente caritativo le avrebbe negato un semplice cappotto.

La guardava e si interrogava, si interrogava e la guardava scendere, tra le ombre che la inghiottivano. All'inizio aveva provato per quell'apparizione una semplice, anche se giustificata, curiosità ma dalla seconda settimana era diventata una sorta di sfida mentale con sé stesso e con le celluline grigie da tipografo.

Un gioco che aveva perso. Dopo tre settimane di elucubrazioni ancora non era riuscito ad elaborare una spiegazione plausibile. Senso di sconfitta e curiosità si mescolavano tra loro mentre Giorgio percorreva il breve corridoio che lo separava dalla misteriosa ragazza. Le sedette di fronte, sui sedili rivolti al fondo, lei non parve accorgersene, forse sovrappensiero.

"Buonasera" esordì. Niente di eccezionale, esordio classico e intramontabile come un abito nero, ma la reazione lo stupì. In effetti non ci fu alcuna reazione. La ragazza continuò a fissare la scorcio di strada che i fari illuminavano. Indifferente, Giorgio si era aspettato un gelo genere. Per qualche secondo rimase a osservarla ammutolito. Lei si sistemò una ciocca corvina, tossì imbarazzato e fece quasi per toccarle un gomito, nella vana speranza che lei non lo avesse notato. Fu in quel momento che l'autobus iniziò a frenare, lei scese come se nessuno le avesse parlato, quasi che Giorgio non stesse nemmeno sullo stesso pianeta e lasciandolo solo con i suoi dubbi.

 

Claudia terminava il suo turno di lavoro alle cinque del mattino, questo le lasciava sette minuti esatti per sgusciare dallo scafandro, grazie al quale sopravviveva otto ore dentro al freezer del macello industriale in cui lavorava, e prendere l'autobus, per fortuna quasi mai in orario.

Il contatto con l'aria esterna era un vero toccasana. Nonostante il termometro fosse spesso sotto zero, a confronto delle temperature che il freezer poteva raggiungere, pareva quasi fosse caldo. Quando poi saliva sull'autobus riscaldato lo shock termico era terribile e, se avesse potuto, si sarebbe spogliata completamente, ma il fatto di essere in un luogo pubblico, anche se a stento poteva qualificarsi come tale, le aveva sempre suggerito di attenersi a sobri abiti primaverili. All'inizio l'idea di viaggiare a quell'ora della notte l'aveva un po' preoccupata ma, a parte una specie di scimmione intabarrato, la vettura era deserta.

I primi giorni aveva guardato con qualche timore a quella specie di tenente Colombo acquattato sui sedili in fondo e aveva preferito sedere vicino all'autista, già alla seconda settimana però la diffidenza si era tramutata in curiosità per quell'uomo così freddoloso, irriconoscibile per via della montagna di lana in cui era sepolto. Da alcuni giorni andava interrogandosi su di lui quando, salendo in autobus, le parve di incrociarne le sguardo e poiché in fondo si vedevano quasi tutti i giorni gli fece un cenno di saluto. Si sarebbe aspettata, se non proprio un mazzo di rose, almeno un borbottio di risposta, ma l'uomo continuò a guardare il vuoto. Offesa e un po' imbarazzata Claudia si sedette. Cercò di dirsi che doveva essere ubriaco o che magari non avesse notato la sua cortesia, per questo al momento di scendere rivolse all'uomo uno sguardo insistente e gli rivolse un sonoro "Buonasera". Ancora una volta fu del tutto ignorata, quasi non esistesse. Colpita, non si accorse della frenata e quasi cadde a terra. Si affrettò a scendere sulla pensilina gettandosi alle spalle un' occhiata frettolosa. Le parve che in fondo al bus non ci fosse nessuno. Impossibile, "lui" non scendeva mai prima, e d'altra parte lo aveva appena salutato... o forse no. Pensando di avere le traveggole si allontanò nella notte, mentre dal cielo iniziava a cadere qualche fiocco di neve.

 

Alessio Puttana aveva un cognome orrendo e un lavoro ancora peggiore. Ogni notte che Dio mandava in terra lui doveva portare l'autobus numero ventitré lungo un percorso che andava da uno scalo ferroviario in disuso fino a un paesino della bassa che a stento si poteva dire tale. Nel mezzo solo campagna e vecchi stabilimenti abbandonati. Lo stesso ventitré era ormai archeologia industriale ma qualcuno doveva essersi dimenticato di sopprimerlo. Tutto questo era noioso, stancante e inutile: in tanti anni sulla corsa delle quattro e mezza non era mai salito nessuno, non aveva mai dovuto fermare il mezzo a una fermata, aprire o chiudere le porte.

Per quanto atteneva l'esperienza di Alessio, i passeggeri non erano mai esistiti.

 

(Autore Erik dall'Osso)

 
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