3° Classificato Ex Aequo Alessandro Marchi PDF Stampa E-mail

Turno di Notte

L'ho fatto per piacere alle ragazze.

Per questo, e per nient'altro.

Volevo solo piacere alle ragazze. Tutto il resto è stata una conseguenza.

Detto ciò, Theo, risponderò alle tue domande. Col bavaglio non sei riuscito a formularle bene, ma io le ho lette chiaramente nei tuoi occhi. Le risposte sono: no, sì, no, sì.

No, la mia pistola non è finta.

Sì, la userò per ucciderti.

No, non sono pazzo.

Sì, prima di ucciderti ti racconterò la mia storia.

Stai comodo? Le corde sono troppo strette?

No?

Bene.

Ascolta.

Questa storia comincia con una ragazza. Le storie cominciano sempre con una ragazza.

Te l'ho detto prima perché ho fatto tutto questo.

Mica scherzavo.

(Gianluca Morozzi)


Ci sei rimasto male?
Immagino la faccia che avrai fatto quando hai letto la lettera in cui la mamma ti ha scritto per dirti che suonavo la chitarra per il coro della Chiesa di padre Arthur, che da poco era anche Direttore del collegio di Saint Stanislaus.
Tu avevi la passione per la Fede, io per la figa, e allora?
Insomma tu eri già là, rinchiuso nel seminario di Boston; Dave era partito militare, cosa avrei dovuto inventarmi io per uscire un po' di casa? Non che me ne fregasse molto di suonare per Dio, ad essere sincero, almeno finché non ho conosciuto Mary Jane: quella ragazzina era incredibile! Non aveva sedici anni, ma il suo culo già cantava canzoni d'amore. E io credevo di esserne l'unico destinatario. Ci sono rimasto male quando s'è sposata ed è andata a vivere a Springfield. Manco m'aveva lasciato toccarle una tetta!
Comunque ormai ero lì, m'ero abituato alle prove il martedì, giovedì e venerdì e alla Messa la domenica. Non facevo neanche caso a quello che cantavano, e non mi infastidivano nemmeno più l'odore di umido e di incenso e la vista del crocifisso. Per me era un posto come un altro, ma ottimo per conoscere gente. In più c'era Padre Arthur, che m'aveva preso in simpatia.
Sì, infatti, all'inizio non capivo il perché: non avevo fatto nulla di speciale tranne farmi sempre gli affari miei. Lì nel coro comunque ero l'unico ragazzo, e forse pensava che fossi il solo a non dover scontare il peccato originale, non so. Fra i ragazzini che frequentavano il Saint Stanislaus io ero il più grande, di gran lunga. C'erano bambini dai sei anni ai quattordici, non di più. Tutti maschi. Ogni tanto Padre Arthur mi chiedeva di fargli qualche lavoretto. Roba da niente, ma dopo un po' era diventato normale che mi chiamasse tre o quattro volte al giorno. Aveva anche iniziato ad allungarmi qualche quarto di dollaro, senza aggiungere neanche una parola. E a me andava bene così, tanto più che nemmeno io gli avevo chiesto nulla.
Mary Jane intanto era diventata solo un ricordo, rimpiazzata da altre cento fantasie, notti solitarie nel mio letto, sigarette fumate di nascosto e la bottiglia di bourbon nel cassetto della scrivania. Era l'unica cosa proibita che mi riusciva di fare, purtroppo.
Ma tu capisci quando ti dico queste cose? Sì, vero? Cioè, voglio dire, certe pulsioni le avete anche voi, lo so. Ma tu? Tu no ovviamente, figurarsi, tu sei di marmo. Il figlio prediletto... Che però quando la mamma è stata male qui non è mai tornato, troppo impegnato con la Bibbia.
È stato proprio in quel periodo che Padre Arthur m'ha chiesto di sostituire la vecchia segretaria del collegio, che aveva reso l'anima a Dio alla tenera età di ottantadue anni. Ho accettato perché mi servivano i soldi per le cure della mamma, perché la diaria di Dave non bastava mai.
Alla fine non c'era molto da fare, se non evitare di intaccare la macchina già oliata alla perfezione dalla vecchia. Aveva annotato tutto così meticolosamente che era impossibile sbagliare. All'inizio dell'anno scolastico i nuovi arrivati sostenevano un colloquio con Padre Arthur, poi a me toccava dividerli nelle classi e nelle camerate - stando attento solo a rispettare i voleri di alcune famiglie influenti di Fall River. Poi, una volta partite le lezioni, tutto scorreva liscio. Il mio rapporto con gli studenti era praticamente inesistente, quel capitolo era di competenza di Padre Arthur. La mia routine si interrompeva solo ogni tanto, quando qualche insegnante tirava le cuoia. Padre Arthur non sembrava triste. No, direi piuttosto seccato. Doveva contattare la Diocesi per farsi mandare un sostituto, e lui non ama affatto le novità. Anche tu eri una di queste novità, ma forse ti aveva accettato più serenamente in quanto mio fratello.
Io invece non ero tranquillo, ma lui non mi ha voluto dare ascolto. Ha continuato a farmi trovare quelle "X" sul registro, di fianco al nome dei suoi prescelti. Il mio compito era trovare un pretesto per mandarli in punizione nella cella del Direttore. Sì, nella cella, mica in ufficio. Li accompagnavo fin là. Erano sempre un po' nervosi, comprensibilmente, impauriti per la punizione che li aspettava. Qualcuno non capiva cosa avesse fatto, qualcuno si mostrava spavaldo. Tutti, immancabilmente, uscivano da lì bianchi come spettri, con gli occhi vuoti. Li andavo a riprendere per riportarli in camerata, nel loro letto, anche se sapevo benissimo che non avrebbero dormito per parecchie notti.
Col bavaglio non sei riuscito a esprimerti bene, ma ho capito la domanda.
No, non ho denunciato nulla perché ci tengo alla pelle. Il motivo più vecchio del mondo, Theo, la fottuta paura della morte. Mica come Padre John, che voleva fare l'eroe. O Charlotte, la cuoca. Chissà che fine ha fatto, quella.
Io, comunque, non ho mai fatto nulla. Mi chiedono solo di accompagnare dei bambini dal direttore, e io lo faccio. Per il resto non so nulla.
È un peccato, Theo, che tu abbia voluto immischiarti. Avevo ragione a temere che non ti saresti girato dall'altra parte. Anche da piccolo volevi sempre fra il paladino dei più deboli. Stronzate. Hai fatto male a venirmi a raccontare quello che avevano frignato quei piccoli frocetti. Hai fatto proprio male. Io non voglio casini, Theo, non ne voglio proprio. Ora mi tocca farti fuori per evitare che facciano fuori anche me. No, fratello, Padre Arthur non sa niente. È una delle cose che gli piacciono di me: taccio e faccio quel che c'è da fare.

(Alessandro Marchi)

 
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