1° Classificato Elisa Pederzoli PDF Stampa E-mail

Turno di Notte

Fu la musica a svegliarlo.

Aprì gli occhi e si guardò intorno sconcertato.

Era sdraiato sul pavimento di un'osteria dalle volte altissime, di pietra, con bottiglie, bottiglie e ancora bottiglie, un clima fresco da cantina, le luci basse. Solo, non ricordava di esserci mai entrato. Anzi. Non ricordava proprio nulla. Il suo passato recente. Il suo passato remoto. Neppure il suo nome.

Niente finestre, in quell'osteria. Solo una scala che portava di sopra.

Si rizzò in piedi. E si sentì raggelare.

C'era un uomo riverso per terra, faccia in giù al centro del locale, in un lago di sangue. Al suo fianco, una bottiglia rotta.

Dietro il bancone, una ragazza. Aveva un costume da Wonder Woman, era legata a una sedia e imbavagliata, gli occhi chiusi. Forse dormiva, forse era svenuta, forse era morta.

Dalla radio usciva una canzone di Vasco Rossi. Diceva... Io sono ancora qua, eh già!

In quel momento sentì i passi sulle scale.

(Gianluca Morozzi)

 

Si appiattì contro il muro, come se potesse affondarci dentro.

I passi furono troncati da una porta che sbatteva. E una serratura che scattava.

Chiunque fosse, se n'era andato.

Con la punta del piede toccò la nuca dell'uomo steso a terra.

Nessuna reazione.

Era morto. Stecchito.

L'avevano ammazzato e se l'erano svignata.

Ma lui, come ci era finito, lì? Una rissa?

Era uno da risse, lui?

Nebbia fitta in testa.

Si voltò verso la tipa in costume. Li avevano rapiti?

«Ehi.» sussurrò.

Chissà perché veniva da bisbigliare, in prossimità dei morti. Mica li disturbava.

La ragazza si mosse.

«Ehi.» Più forte, per superare la musica. «Ehi tu.»

Circumnavigò il cadavere e raggiunse il bancone. Era figa. Gambe lunghe spuntavano dagli hot pants da supereroina. Tette sode si alzavano e abbassavano. Respirava.

Viva, almeno lei. La scosse. «Sveglia. Svegliati, cazzo.»

Lei mugugnò qualcosa.

Le diede un colpetto sulla guancia.

Occhi azzurri lo misero a fuoco.

«Grazie a Dio.» Le tolse il bavaglio.

Il bel viso si contorse in una smorfia. La ragazza si agitò sulla sedia, inarcò la schiena.

«Non avvicinarti.» gridò «Stammi lontano.»

Lui si guardò intorno, come se quelle parole potessero essere per qualcun altro.

C'era solo lui.

«Ma che hai? Ti voglio liberare. Stai ferma un attimo.»

«Non toccarmi!»

«Ma chi ti tocca... aspetta, ti sciolgo solo le funi.»

«No!» scalciò con le gambe libere, per allontanarlo.

Preso alla sprovvista, perse l'equilibrio e cadde all'indietro.

La mano scivolò sul viscido. La ritrasse, come scottato: chiazze vermiglie sui polpastrelli.

Un particolare attirò la sua attenzione. Sul suo polso, sotto il pollice.

Una piccola scritta, come una sigla.

C14.

Un tatuaggio? Impossibile. Non era uno da tatuaggi, lui.

Lui.

Se solo fosse riuscito a ricordare chi fosse, lui.

C. Come Carlo? Claudio?

Wonder Woman continuava a guardarlo. Era arretrata fino a stampare lo schienale della sedia contro il muro, tra due scansie di bottiglie.

Normale che fosse terrorizzata. Sotto shock.

Cazzo, erano chiusi lì dentro con un cadavere, era sotto shock anche lui. Era l'unica spiegazione per il buco nero che aveva in testa.

«Mi dici cos'è successo, qui, invece di continuare a sclerare?»

Lei scosse la testa. Una, due volte.

«Chi ti ha legata? Le persone che hanno ammazzato questo tipo? Chi è? Il tuo ragazzo?»

A ogni domanda, la testa della tipa continuava ad andare in qua e in là, come quei pupazzetti a molla sui cruscotti delle auto.

«Vattene.»

«Chi ti ha conciata così?»

«Non sono affari tuoi.»

«Sei sconvolta.» si avvicinò di nuovo «Lascia che ti liberi, almeno.»

«Non avvicinarti, ho detto.»

«Non aver paura.»

Iniziò ad armeggiare con i legacci che le bloccavano i polsi dietro la schiena. Pensava di metterci di più, ma la corda si sciolse in un attimo. Uno di quei finti nodi da prestigiatore, da cui ci si poteva liberare in un attimo.

Si bloccò, le cime in mano. Perché, allora, lei non l'aveva fatto prima?

La guardò.

Lei ricambiò, un'occhiata a metà tra seccatura e delusione.

«Hai perso. Anche tu. Peccato.»

Estrasse da sotto gli shorts un coltello. Prima che lui avesse tempo di meravigliarsi, gli tagliò la gola con un gesto pulito, esperto. C14 si accasciò a terra, accanto a C13, il sangue delle due cavie a mescolarsi sul pavimento del laboratorio speciale.

La dottoressa sistemò l'auricolare nell'orecchio.

«Oh, non ce n'è uno a cui baleni l'ipotesi remota che una ragazza, bella, legata, possa essere carnefice e non vittima. Studiare il cervello degli uomini inizia ad annoiarmi, hanno tutti la sindrome della donzella indifesa da salvare. Mai uno che si chieda se ho ucciso io il morto. Dammi tempo per cambiare costume, poi porta giù C15.»

(Elisa Pederzoli)

 
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