Daria De Pellegrini - I classicata ex aequo PDF Stampa E-mail

Turno di Notte di Daria De Pellegrini

 

"Allungai una mano, istintivamente, e quella cosa mi colpì, mi morse le dita con un dolore acuto che mi fece urlare, urlare di terrore e allora corsi via nel buio, senza sapere dove, inseguito da quella risata che si faceva più forte, alle mie spalle, più tintinnante, e quasi isterica. Inciampai e caddi nella polvere, ma mi rialzai subito, graffiando la terra battuta con le dita per tirarmi su, e corsi ancora, lontano da quella risata."

(Carlo Lucarelli)

"Avrebbe dovuto prendere gli occhiali", dissi, aspettando che si pulisse le scarpe sullo zerbino prima di lasciarlo entrare.

"Avevo allungato la mano proprio per prenderli, ma è stato allora che la cosa mi colpì, mi morse le dita e mi fece urlare, urlare di terrore e allora corsi via nel buio, senza..."

"Va bene", lo interruppi, "adesso venga in cucina che è ora di colazione."

Il professore era stato fuori tutta la notte ed eccolo alle otto di mattina con le mani sporche di terra, gli occhi miopi fuori dalla testa, e la sua solita, personale, esperienza dell'inferno che avrebbe continuato a descrivermi per tutto il giorno se non lo avessi arginato subito. Non era la prima volta che succedeva, che il professore scappava voglio dire, ma dopo la prima volta non avevo più avvertito i carabinieri. I carabinieri non vogliono seccature, loro di notte se sono di turno al massimo vanno a dormire in qualche stradina di campagna dove nessuno li disturba, e poi me lo avevano detto chiaro e tondo che ai miei matti dovevo badare io. Comunità terapeutica per pazienti psichiatrici si chiamava il posto dove lavoravo a quel tempo, in tutto il nord-est era l'unica che era rimasta da quando avevano chiusi i manicomi e adesso non c'è più nemmeno quella: non è che non ci siano più matti, è che li hanno di nuovo chiusi nei manicomi, o appena hanno compiuto i sessant'anni li mettono nei ricoveri con i vecchi. Passati i sessanta si fa tutto un miscuglio: tossici, matti, vecchi non autosufficienti, a delirare e recriminare tutti insieme.

Non ricordo quanti anni avesse quel professore, so che fino all'anno prima insegnava matematica in un istituto professionale e vedeva la Madonna. Questa combinazione era stata devastante: già insegnare matematica in un istituto professionale mette a dura prova l'equilibrio psichico di una persona, se poi a metà esercizio ti interrompi perché la Madonna esige tutti si alzino a cantare, noi siam figli di Maria, lo ripeton l'aure e i venti, lo ripeton gli elementi, la classe repentinamente si sveglia e si scatena l'entusiasmo. Il coro dei devoti, inframmezzato a oscenità ed espressioni blasfeme, faceva tremare i muri, disturbava i bidelli che in corridoio erano impegnati con la settimana enigmistica, provocava telefonate di protesta da parte degli impiegati degli uffici dall'altra parte della strada che pretendevano di chiacchierare in santa pace, insomma una bagarre tale da determinare dopo qualche mese l'intervento del preside, solitamente restio a una qualunque presa di posizione.

E, caso più unico che raro nella scuola italiana, il professore non solo era stato dichiarato matto, ma era stato sospeso dall'insegnamento, e quando anche alle riunioni condominiali aveva preteso che si cantasse noi siam figli di Maria era finito da noi.

Da noi ognuno cantava quello che voleva, e non c'era modo di fare proseliti, perché ognuno aveva la sua fissa, che contava quanto, e anzi più di una religione. Senza far nomi per via della privacy, ricordo che i pazienti all'epoca in comunità erano sei : una casalinga dissennata, che voleva sempre cucinare, ma metteva tutto quello che trovava, detersivi compresi, nella stessa pentola, una postina che per anni aveva ammucchiato la corrispondenza nella propria cantina e ancora andava a caccia di lettere e cartoline e le nascondeva sotto il materasso, un ometto all'apparenza tranquillo che appena seduto a tavola diceva di voler andare a casa, prendere l'accetta e ammazzare sua sorella (alla fine ci riuscì, ma questa è un'altra storia), una ragazza che voleva morire, ci provava sempre, cambiando idea all'ultimo momento e creando grandi casini, un vecchio che aveva passato la vita in manicomio e ne parlava come di un'oasi di tranquillità, dove i malati di mente, come diceva lui, venivano lasciati in pace dai pissicologi (cioè io) e dalle schiaviste (ciò le educatrici che gli facevano intrecciare vimini e coltivare, si fa per dire, l'orto), e il professore.

Quello parlava, dico parlava come un libro stampato, e io dovevo ascoltarlo. Certo è del tutto logico e normale. I professori sono abituati a parlare, hanno un loro piccolo pubblico che è obbligato ad ascoltarli, ma il guaio era che in comunità quel pubblico era ridotto a uno, cioè alla psicologa, cioè a me. Le educatrici non le considerava nemmeno come possibili interlocutrici (in effetti, dato che sembravano incapaci di qualunque forma di pensiero, non potevo dargli torto), e quindi i suoi spaventosi percorsi notturni li raccontava a me.

Erano immaginari certo, ma, come dire, contagiosi. Dopo qualche mese cominciai a sentirli veri. Ed ebbi bisogno di sentirli ogni volta più veri. Avevo visto il demonio che subentrava alla Madonna, l'urlo alle litanie, avevo sentito la mano che ti afferra, la risata che ti perseguita, il buio che ti inghiotte... quando ero di turno in comunità, nel turno di notte, e nelle camerette tutti dormivano i loro torbidi sogni da psicofarmaci, io il professore lo tenevo sveglio con le gocce giuste, quelle che ti tirano fuori da te stesso, e ti fanno vedere... no, non ti fanno vedere niente, nel buio ti fanno sentire il morso sulla mano con cui vorresti difenderti, e sentire la risata con cui godranno della tua impotenza, ridevo allora, ce la mettevo tutta nel produrre la più oscena e crudele delle risate, sentivo il suo terrore riempire la casetta dei matti dormienti, e aprivo la porta.

Lo lasciavo andare a perdersi nella notte, e mi crogiolavo nell'emozione di un thriller che qualcuno stava vivendo per me.

Poi, alla mattina, era diverso. Lui tornava scorticato e sporco, e io tranquilla gli raccomandavo di prendere almeno gli occhiali, la prossima volta.

Finché una di quelle volte la sua corsa la fece sui binari, e la risata che lo inseguiva lo raggiunse e ne fece poltiglia. Alla psicologa, qui all'ospizio dei vecchi matti e dementi, fa sempre un certo effetto quando lo racconto.

***

Daria De Pellegrini: "Sono nata a Somor di Falcade, nell'ultima casa del paese, all'imbocco di Valbona, dove abitavano le streghe prima che il concilio di Trento le confinasse tutte in Valcamonica. Così mi raccontava la mia madrina, che non ne sapeva niente di Storia ma era la depositaria delle storie (nere).

Mi sono laureata a Padova, ho insegnato in Italia e in Germania, e ho pubblicato cinque romanzi, tra cui con Campanotto La locanda dei folli, da cui ho pescato atmosfere e personaggi del mio Turno di notte e Fiorenza, con Mobydick, Guido Leotta pensava che fossi davvero una scrittrice. Ah sì, anni fa ho vinto anche un Gran giallo città di Cattolica e un premio Navile a Bologna.

Ho una decina di romanzi inediti, che tali resteranno, ma nel computer occupano poco spazio e continuo a scrivere.

Con la scuola ho chiuso, e l'ho del tutto dimenticata. Se fossi libera da impegni familiari mi sarei trasferita sul Baltico, in uno di quei posti proibiti (ai tempi della DDR) che già da soli sono un romanzo, così invece mi devo accontentare delle gite. È per andare in gita che ho ripreso a partecipare ai concorsi. Del vostro turno di notte ho saputo da Stefano, un giovane autore di Castel san Pietro che ho conosciuto a Vallefiorita, in Calabria, dove entrambi eravamo finalisti al premio La Valle delle Storie."

 
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