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"DIVERTITI. STRINGI I DENTI" di Stefano Tevini

 

C'era una mosca che continuava a volargli intorno alla testa, fastidiosa, e appena poteva gli si posava calda e ronzante sul volto, sulla fronte, su una guancia, sotto la bocca. Lui la scacciava con un gesto veloce della mano, ma lei ritornava sempre, sempre calda, ronzante e fastidiosa. Con l'afa di quella notte, che si schiacciava sotto al portico, e con quel corpo steso a terra, proprio vicino ai suoi piedi, c'era da stupirsi che fosse soltanto una.

Giorgio lo osservava con la bocca secca e il cuore che batteva forte. Dall'attaccatura dei capelli, una goccia di sudore gli scese lungo il collo, percorse la spina dorsale fino a perdersi nel tessuto della maglietta. Deglutì, incantato da quel corpo adagiato su un fianco, un ammasso di stracci maleodorante che respirava piano in quell'aria spessa come gelatina. Un ronzio forte e improvviso lo riscosse, agitò la mano vicino all'orecchio e la mosca volò via posandosi su quell'uomo stravaccato sul selciato. Lo schiocco improvviso di uno schiaffo, seguito da uno sbuffare insofferente, fece sparire l'insetto.

La parola d'ordine, Giorgio, ricordati la parola d'ordine.

«Puzzi» esordì incerto, quasi balbettando.

«Mai quanto tua madre» rispose il suo interlocutore voltandosi piano. L'odore pungente colpì Giorgio come una frustata. L'uomo steso a terra aveva i capelli unti e si grattava la barba grigia. Il suo sguardo penetrante non restava fisso per più di un secondo, muovendosi nervoso in ogni direzione. Alzò il sopracciglio come a volerlo imbeccare

«Le tue maniere fanno il paio con la tua igiene» rispose Giorgio.

Il barbone annuì, si guardò rapidamente intorno e, furtivo, gli passò uno zainetto.

Giorgio lo prese e fece per aprire la zip.

«Dì, ma allora sei coglione» lo interruppe l'altro alzandosi rapido.

«Scusa, ma io non lo so se devo fidarmi, ecco...»

«E allora fatti arrestare, deficiente, se passa uno sbirro adesso cosa gli racconti?»

«Ma io...»

«Sei nuovo, vero?»

Giorgio abbassò lo sguardo.

«Senti, qui non c'è tempo per i convenevoli, e con quel che hai lì non vuoi di certo farti beccare. Ti devi fidare. Porta il carico al sicuro senza perdere tempo. Cerca di non dare nell'occhio. Fila.»

Giorgio annuì e si voltò. Dovette trattenersi per non mettersi a correre, mentre cercava di ignorare la tensione che, come una bolla d'aria, si gonfiava appena sopra il suo inguine.

***

«Ce l'hai?» chiese Martino mentre lo faceva entrare tirandolo per una manica.

«Sì, sì, tranquillo» rispose Giorgio.

«Vai di sopra, ti aspettano» concluse l'altro mentre, dopo un'ultima rapida occhiata al vicolo, chiudeva la porta a doppia mandata. Giorgio salì la scalinata, illuminata alla meno peggio dalle lampadine che penzolavano dai cavi fissati malamente al soffitto. Al piano superiore, Angelo lo aspettava seduto a un tavolo di formica in fondo allo stanzone. Le stampe alle pareti si alternavano alle ampie finestre. Warhol, Escher, Bosch, Lautrec, pur non trattandosi di originali, di quei tempi una collezione del genere era più unica che rara, per la maggior parte i pezzi erano introvabili. Giorgio si avvicinò al tavolo, aprì lo zainetto e, con cura, ne dispose il contenuto davanti al suo superiore. Angelo guardò impressionato i libri in ordine davanti a lui. Hemingway, Buzzati, Bradbury. E il pezzo forte. Il catalogo di una mostra di Dalì a Venezia. Angelo lo prese fra le mani e, scuotendo la testa, deglutì un bolo di saliva.

«Non ci credo..» sussurrò quasi senza voce.

«Stupefacente, vero?» gli fece eco Giorgio. Angelo rispose passandosi una mano fra i capelli mentre annuiva senza parole.

«Anche le stampe alle pareti» continuò Giorgio «sono molto belle. Con il resto come siamo messi?»

«Bene» rispose Angelo mentre sfogliava il catalogo come se stesse maneggiando dell'esplosivo «abbiamo recuperato una collezione di dischi jazz.»

«Dischi... vinili?»

«Vinili»

«Cazzo...»

«Proprio così. E non hai sentito tutto. Anna ha finito la sua raccolta di poesie. La presenta domani sera»

«Un reading! Oh cristo... allora è una cosa grossa...»

«Molto grossa. Ci saranno tutti. Tutto questo grazie a te e agli altri. Il movimento siamo noi»

«Siamo noi...» ripeté Giorgio sognante...

***

Allegro e squillante, l'assolo di tromba fece vibrare l'aria. A fianco del giradischi, Anna firmava le copie del suo libro, pochi fogli ripiegati stampati in casa e pinzati a mano, ai compagni del movimento che aspettavano il loro turno in una corta fila ordinata. Qua e là, gruppetti di persone discutevano animatamente intorno alle stampe appese alle pareti. In religioso silenzio, un capannello di persone era raccolto intorno alla libreria, Angelo stava mostrando loro il catalogo di Dalì. Al tavolo del buffet, Giorgio si versò un calice di vino rosso e, catturato lo sguardo di Anna, le sorrise. Lei, timida, ricambiò arrossendo.

Dai, è il momento. Versato un bicchiere anche per lei, il ragazzo attraversò la stanza. Lei fece finta di abbassare lo sguardo senza mai realmente smettere di seguirlo. Quando furono vicini, Anna accolse Giorgio con un gran sorriso allungando una mano ad afferrare il calice che le stava porgendo. Un istante più tardi, le finestre andarono in frantumi. Dal piano di sotto, la porta cedette con uno schianto. Le urla ed il frastuono delle pale degli elicotteri riempirono la stanza. Giorgio si voltò di scatto per guardarsi intorno, uomini in mimetica nera sciamarono nella stanza ad armi spianate.

«Polizia di Stato! È in corso un evento non autorizzato di intrattenimento non conforme! Siete in arresto!»

Con un placcaggio, Giorgio fu sbattuto a terra e, prima di potersene rendere conto, si ritrovò con i polsi legati dietro la schiena, stretti da una fascetta di plastica. D'istinto alzò la testa e lo vide, vestito con un completo color sabbia, scarpe classiche e il badge che pendeva pinzato alla tasca della giacca. La barba grigia. I capelli, ora puliti, pettinati ordinatamente. E lo sguardo, penetrante, che non restava fisso più di un secondo, muovendosi nervoso in ogni direzione.

«Ma allora... Tu...»

«L'avevo detto, io, che sei un coglione.»

***

Con le spalle doloranti, Giorgio fece per accomodarsi meglio sulla panca della camionetta. La fascetta gli segava la pelle fermandogli il sangue. Mosse i polsi cercando di allentarla ma riuscì solo a farsi male. Con un sospiro, appoggiò la testa contro la parete metallica del mezzo.

«È la prima volta, vero?»

Giorgio alzò la testa. Di fronte a lui, un signore sulla cinquantina con la testa rasata a lametta e un sorriso amaro.

«Come, scusi?»

«Dico, è la prima volta che ti arrestano?»

«Io, ecco, sì...»

«Hai paura?»

«Un po'...»

«Tranquillo. Fai quello che ti dicono senza rompere i coglioni e vedrai che passa in fretta.»

«Ma cosa...»

«Non sarà piacevole, ma stringi i denti che passa. A proposito, finito tutto ti schedano, ti conviene stare tranquillo per un po'.»

Giorgio annuì poco convinto.

«Comunque, io sono Carlo. Ti stringerei la mano ma mi viene un po' difficile, al momento»

Stai tranquillo. Stringi i denti. Passa in fretta.

***

«Alzati e cambiati, veloce» intimò lo sbirro gettando l'uniforme ai piedi di Giorgio. Lui prese quei vestiti fra le mani, si alzò e guardò allarmato verso Carlo. Questi fece un cenno nervoso verso l'agente che aveva afferrato il manganello che portava alla cintura. Giorgio si levò in fretta gli anfibi, i pantaloni a costine e la maglia dei Joy Division. In mutande, fissò inorridito la sua divisa da carcerato. Camicia bianca, jeans color vinaccia, scarpe classiche a punta quadrata e collanina di cuoio con attaccato un acchiappasogni. L'agente simulò un colpo di tosse, Giorgio intese e si vestì al volo. Poco dopo, furono disposti in fila indiana. Carlo era davanti a lui.

«E adesso? Cosa mi fanno?» gli chiese Giorgio con la voce che tremava.

«Ti marchiano»

«Cosa?»

Carlo si sollevò la manica della camicia. Sul suo avambraccio sinistro, il volto di Vasco Rossi campeggiava sulla scritta Perché la vita e un brivido che vola via. Una lacrima scese sul volto di Giorgio. E un brivido. La E, per dio! Senza accento!

«Muoversi!» intimò lo sbirro. A testa bassa, Giorgio iniziò a camminare.

***

La camionetta inchiodò davanti all'ingresso del Centro Commerciale Onda Azzurra, all'uscita della tangenziale. Giorgio, Carlo e gli altri prigionieri furono fatti scendere a spintoni. Il tatuaggio bruciava ancora.

«Non ti è andata poi male» disse Carlo quando vide il motivo maori sul pettorale di Giorgio.

Vaffanculo pensò lui. Non tanto per il tatuaggio, non tanto per le lampade, ma per le sopracciglia fatte a con la pinzetta. Aveva dei diritti, cristo, era pur sempre un cittadino. In fila indiana, furono spinti malamente attraverso le porte a vetri del Centro Commerciale.

«E adesso?»

«E adesso fai quel che fanno tutti. Non ti opporre. Sorridi sempre. Fai finta di divertirti»

«Come no...»

«Fallo e basta. Ti conviene essere convincente»

«Non si parla! Muoversi!» urlò uno sbirro zittendo Carlo con una manganellata alla coscia. Giorgio ammutolì, Carlo gemette e non parlò più. Mentre attraversavano il Centro Commerciale, le famiglie interruppero lo shopping per vederli sfilare. Giunti alla piazza principale furono disposti su cinque file di fronte alla Multisala, fra la Sala Slot e il Fast Food a tema western. Dalle balconate, le famiglie li guardavano godendosi l'Apericena. La musica lounge sfumò dalle casse e, per un momento, restarono nel silenzio più assoluto.

«Te lo dico un'ultima volta, fai quello che fanno gli altri. Sorridi. Fai finta di divertirti e tutto finirà in fretta, capito? Non...»

«Benvenuti!» la voce del Dj zittì Carlo «Il Centro Commerciale Onda Azzurra, in collaborazione con la Polizia di Stato, è lieto di offrirvi questo fantastico Show di Rieducazione! Lasciamo ora la parola al Pubblico Ministero per la lettura della condanna ma, mi raccomando, restate con noi, ci sarà da divertirsi!»

Piatta e monocorde, la voce del Pubblico Ministero lesse la condanna. Adunata sediziosa e somministrazione di intrattenimento non conforme. Una settimana di Show di Rieducazione. Giorgio temeva di non farcela. Una settimana. Sarebbe crollato, ne era sicuro. Smise di ascoltare mentre stringeva i denti per non piangere. Poi, di nuovo, il silenzio. Iniziò a tremare.

«Fai come gli altri. Divertiti. Stringi i denti. Passa in fretta» sussurrò Carlo disperato.

«Iniziamo con un classico, amici!» esclamò entusiasta il Dj mentre un ritmo allegro erompeva dalle casse. I carcerati si molleggiarono sulle ginocchia ondeggiando con il culo a destra e a manca. Giorgio esitò. Carlo lo fulminò con lo sguardo. Un agente fece per avvicinarsi portando, nel contempo, la mano al cinturone. Giorgio ondeggiò con il culo e si molleggiò sulle ginocchia. Lo sbirro rientrò nei ranghi.

Dale a tu cuerpo alegria macarena

Mani avanti. Divertiti.

Que tu cuerpo es pa' darle alegria y cosa buena

Mani sui fianchi. Fai come gli altri.

Dale tu cuerpo alegria Macarena

Mani sul culo. Stringi i denti. Passa in fretta.

Eeeeeeh Macarena!

***

Stefano Tevini nasce nel 1981 e si laurea in filosofia nel 2004. Grande lettore e appassionato di fumetti fin dall'infanzia, si avvicina alla scrittura nel 2005 unendosi al collettivo Anonima Scrittori, in cui militerà fino alla chiusura, avvenuta nel 2014. Per i tipi di La Ponga Edizioni, realtà indipendente per cui riveste il ruolo di direttore editoriale, pubblica i romanzi Vampiro Tossico (2013) e Testamento di una Maschera (2015). Sui ring delle federazioni di Wrestling italiane, Stefano Tevini è conosciuto come l'Onorevole Beniamino Malacarne.


 
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