II Classificato "Le colline hanno gli occhi" di Erik Dall'Osso PDF Stampa E-mail

"LE COLLINE HANNO GLI OCCHI" di Erik Dall'Osso

C'era una mosca che continuava a volargli attorno alla testa, fastidiosa, e appena poteva gli si posava calda e ronzante sul volto, sulla fronte, su una guancia, sotto la bocca. Lui la scacciava con un gesto veloce della mano, ma lei ritornava, sempre, sempre calda, ronzante e fastidiosa. Con l'afa di quella notte, che si schiacciava sotto al portico e con quel corpo steso a terra, proprio vicino ai suoi piedi, c'era da stupirsi che ce ne fosse soltanto una.

Scrutò il pendio nella vaga speranza di veder comparire dei fari ma la carreggiata bianca, il cui tracciato intuiva confusamente tra i campi, rimase deserta.

Era arrivato nel pomeriggio con un collega sull'auto di pattuglia. Un cacciatore era sbucato sulla statale sbracciandosi e aveva fatto loro strada con la sua panda sulla strada polverosa, sempre più stretta, fino a quando i rovi si erano fatti tanto vicini da sfregare sulle fiancate della volante con uno stridio preoccupante.

Erano giunti a quella cascina in mezzo al nulla. Con quel corpo sotto il portico, morto, oltre ogni possibile dubbio.

Risultò subito che erano troppo lontani da tutto: la radio dell'auto gracchiava incomprensibile, impossibile sapere se dall'altra parte capivano qualcosa. I telefoni neanche a parlarne, una timida tacca compariva a stento sulla strada del crinale ma lì, nella macchia del fondovalle, era come essere in piena Amazzonia.

Salvatore, il collega più anziano, era entrato in casa per provare il telefono fisso. Tornò fuori serio, imprecando:

- È rotto, non va.

- Suona occupato? Possiamo riprovare tra un po'.

- Macché, è proprio morto, non fa nemmeno il tu, tu solito, nemmeno il 118 chiama, niente.

- Bisogna che uno di noi rimanga, per forza.

Il collega lo scrutò attraverso le sopracciglia brizzolate

- Per forza. E lui?

Il cacciatore era rimasto a guardarli dalla Panda mentre lui e Salvatore esaminavano sommariamente il corpo della donna e facevano un rapido giro attorno alla casa.

- Boh, per me tanto vale che me lo porti alla caserma così, se serve qualche informazione e lo vogliono già sentire...

-No, scusa, cosa vuol dire "me lo porti", semmai alla caserma torno io, che alle sette dovrei smontare pure.

-Guarda che alle sette dobbiamo smontare tutti e due.

-Sì ma io a casa ho mia moglie che ha la palestra e alla ragazzina devo badare io. Se gli do buca un'altra volta quella capace che ammazza a me.

E così era rimasto. La Toyota dell'arma era sparita tra i rovi seguita a ruota dall'auto del cacciatore.

 

Quattro ore prima.

Era rimasto sulla sdraio del portico a giocare con il telefono fino a quando la batteria non aveva cominciato a scaricarsi. Allora non gli era rimasto che guardare le nuvole per sfuggire allo sguardo della donna che, da quella posizione, sembrava fissarlo con rimprovero.

- Che vuole da me, Signora? Guardi che ha fatto tutto da sola.

E infatti tutto sembrava abbastanza lampante: la donna, una signora sulla sessantina, un po' sovrappeso, era uscita dalla doccia, si era infilata l'accappatoio e per qualche ragione sua era uscita sul portico

-Tanto qua attorno non c'è nessuno no?

Era ancora bagnata. Doveva essere stato un attimo, le ciabatte dovevano essere scivolate sulle piastrelle bianche del portico e lei aveva battuto la testa sul davanzale. E c'era rimasta secca.

Si vedeva bene la striscia rossastra sul lato sinistro della testa e, si ricordò, cercando di non tornarci sopra con lo sguardo, la striscia insanguinata di pelle e capelli biondi sul parapetto di ardesia.

Aveva atteso nell'ombra risicata del portico, l'afa era opprimente. In quella conca tra le colline era come essere messi a lessare in una pentola. Si era accomodato meglio sullo sdraio togliendo il berretto e slacciando la camicia il più possibile.

 

Lo aveva svegliato la mosca, l'insopportabile solletico delle zampette sullo zigomo.

Si tirò in piedi di scatto. Attorno a lui era quasi buio, l'ultima luce della giornata illuminava appena il cielo ma la cascina era già sprofondata in un grigiore indistinto.

- Ma che ore sono!?

Le dieci. Non si era fatto vivo nessuno. Strano.

Il corpo della donna - Di Marisa - si ricordò della scritta accanto alla porta, era una sagoma nera ma ne poteva sentirsi ancora addosso lo sguardo seccato e il non poterlo vedere lo rendeva ancora più nervoso.

Si asciugò un filo di bava ed entrò in casa. Con le luci del soggiorno accese riuscì ad illuminare passabilmente il portico attraverso la porta e un'ampia finestra.

Ora che poteva vederci un po' meglio si accorse delle formiche: una colonna di insetti andava dalla cornice del portico fino al cadavere e formava un grumo brulicante sotto le natiche.

Schifato iniziò a prenderle a calci, prima di ricordarsi che il magistrato non sarebbe stato contento di vederlo pasticciare così attorno al corpo. La smise e, due minuti dopo, le avanguardie della colonia avevano già ricominciato a tracciare il percorso verso il cadavere.

Tornò anche la mosca, la cacciò con un gesto e quella andò a posarsi sull'occhio sbarrato della donna. La scacciò da lì e quella gli volò dritta in faccia. Non poté trattenere una smorfia di ribrezzo. Tra l'altro non era più nemmeno la sola, ne vide altre due camminare sulla spugna dell'accappatoio.

Forse era la luce ad attirarle. La spense ma così, al buio, con Marisa che lo guardava, e le mosche che andavano dagli occhi morti e poi volavano verso i suoi e ritorno, e le formiche che di sicuro erano tornate a strisciarle verso il buco del culo, con le sagome degli alberi nere e grandissime nella notte.

Era davvero troppo.

Rientrò in casa, accese la luce. E lo vide.

Era lo sportello di un'angoliera, un vecchio armadio per i fucili, alto quanto basta per una doppietta, senza scansie eccetto una per le cartucce e gli attrezzi per pulirla. Ma la doppietta non c'era.

Restò immobile, con le spalle all'ingresso. La constatazione l'aveva gelato sul posto ma cercò di ragionare con calma. Magari non c'era mai stata, l'armadio potrebbe essere del vecchio proprietario, si vedeva bene che quella non era più una casa di contadini, che era stata sistemata per venirci a passare qualche giorno in estate, quando in città faceva caldo e uno aveva solo voglia di prendere l'auto...

Solo che non c'era nessuna automobile.

- Come cazzo c'è arrivata qui, Marisa? Chi se n'è andato con la sua macchina?

E con il suo fucile.

Portò istintivamente la mano verso la pistola.

Però lì attorno non c'era nessuno, alla donna non avevano sparato e ci potevano essere cento motivi per i quali il fucile non era più nell'armadio, se mai c'era stato, e non esserci più l'auto.

La notte là fuori, sul portico, era sembrata farsi ancora più scura ed ebbe la sgradevole impressione che altri occhi, oltre a quelli vitrei di Marisa, lo stessero guardando dal cerchio nero degli alberi.

Di nuovo, si impose la calma. Camminò spedito fino al telefono, in corridoio, nella speranza che la linea fosse stata ripristinata e di capire come mai non fosse venuto ancora nessuno a rilevarlo. Dalla cornetta tuttavia giunse solo un eloquente silenzio.

Era tornato sotto il portico. Seduto sulla sdraio, con la schiena rigida, cercava di non concentrare troppo l'attenzione sulle tenebre e di scacciare la sciocca suggestione che ci potesse essere qualcuno al di là del cerchio di luce.

Era stato allora, proprio dove la luce segnava il confine con la boscaglia che una sagoma si era mossa, sparendo dietro la siepe.

Cacciò un urlo. Quasi cadde dalla sdraio e, mantenendo appena l'equilibrio mentre barcollava verso l'ingresso, estrasse la Beretta.

- Vieni fuori!

...

- Esci, sono un carabiniere. Fatti vedere!

...

Dopo un istante, gli rispose solo il frinire dei grilli.

Le solite ombre si mossero tra le frasche.

 

Rimase immobile a fissare il nulla, cacciando le mosche che continuavano a planare sul suo collo sudato. Dal pavimento del portico Marisa lo fissava di rimando e lui cominciò a sentirsi un po' scemo. Qualche minuto dopo rimise la pistola nella fondina e tornò fuori.

- Ma dove cazzo sono finiti... Chi c'era stanotte in servizio? Bulgarelli.

- Bulgarelli è uno stronzo, Marisa!

Uno capace di inventarsi un' emergenza di sana pianta, anche l'arrivo dei marziani, per andarsene a dormire in macchina da qualche parte piuttosto che venire a dargli il cambio.

E magari il magistrato aveva già detto che il corpo poteva essere rimosso ma, siccome Bulgarelli aveva il culo pesante, non si era nemmeno degnato di avvisare l'ospedale perché mandasse qualcuno a prenderselo, lasciando l'incombenza a chi sarebbe arrivato la mattina.

Cercò di capire se aveva abbastanza coraggio per fare il giro della casa e assicurarsi che davvero nessuno si stesse aggirando nel buio.

- Però, signora, chi vuole che ci sia. Qua non si arriva mica a piedi, se fosse arrivata un' auto l'avrei vista.

Certo, da sveglio l'avrebbe vista di sicuro.

Guardò la donna, ormai le mosche erano ben più di due o tre. Si ricordò che sul divano del soggiorno c'era una coperta, forse l'avrebbe potuta proteggere almeno un po' dagli insetti. Gli tornò in mente una calda giornata, durante l'addestramento, quando un medico legale aveva illustrato con grande entusiasmo tutte le magnifiche deduzioni che si potevano trarre frugando tra i vermi e il marciume di un corpo putrefatto.

Ci pensò bene, poi decise che era meglio non pensarci affatto. Scacciò con rabbia le mosche dal volto pallido di Marisa. Una gli finì quasi in bocca e, un istante dopo, due di esse tornarono ronzando al loro banchetto.

 

Le tre di notte.

- Cazzo, ma davvero!?

Le tre e mezzo. Andò a riprovare con il telefono. Ancora nulla. Però magari adesso c'era un po' di segnale. Cercò il cellulare

- Ma dove minchia...

Era sparito. Mentre era dentro a provare il fisso qualcuno l'aveva preso dalla balaustra del portico.

A dispetto dell'afa, sentì un brivido gelido lungo la schiena.

Poteva quasi sentire qualcosa nel buio, dietro la siepe, ghignare soddisfatto per averlo giocato.

Qualcosa di silenzioso e paziente. Con il suo telefono e una vecchia doppietta da cacciatore.

Qualcosa che voleva far sparire Marisa o le prove di un delitto prima che arrivassero i suoi colleghi.

Maledisse Bulgarelli e rientrò in casa camminando all'indietro, con circospezione.

Si rese conto che lì sulla porta, illuminato alle spalle dalle luci del soggiorno era un bersaglio perfetto. Spense le luci e si acquattò dietro il divano, la pistola spianata verso l'ingresso.

Dalla sua posizione poteva vedere il cadavere e un tratto di balaustra fino all'imbocco delle scale. Se qualcosa fosse sbucata da lì, qualunque cosa fosse, non avrebbe avuto scampo ma doveva rimanere immobile e in silenzio, una sola distrazione poteva essergli fatale.

Nei minuti che seguirono fece esattamente ciò che si era prefissato. Rimase immobile e in silenzio. Le mosche ronzavano con energia, ora dovevano essere parecchie e qualcuna scese entusiasta su di lui, a lappare con la proboscide il sudore gelido del suo coppino.

Non osava cacciarle, non osava nemmeno ruotare il polso per guardare l'ora. Potevano essere le quattro, anche le quattro e mezza.

- Bulgarelli, sei un pezzo di merda!

A stento si rese conto che si stava facendo più chiaro. L'intonaco e le piastrelle del porticato erano ora perfettamente visibili e il cielo da nero si era fatto grigio e, gradualmente, biancastro.

Gli occhi bruciavano, gli sembrava di essere immobile da ore.

Poi sentì la suoneria.

Il telefono era lì, sulla balaustra, dietro una colonna. Dov'era sempre stato.

 

Sì vide rannicchiato dietro un vecchio divano a fiori, puzzolente di sudore e coperto di mosche, la pistola puntata verso il nulla come un moccioso spaventato dai mostri nell'armadio.

Vergognoso si alzò e andò di corsa verso il telefono. Si rese conto che era la sua occasione per mettersi in contatto con qualcuno.

Una tacca. Era la caserma. Rispose:

- Bulgarelli...

Il telefono emise una breve vibrazione e si spense. La batteria si era esaurita del tutto.

- No, cazzo... Ma no! Bulgarelli, pronto! Stronzi, manica di stronzi!

Improvvisamente non ne poté più. Delle mosche, della divisa sudata e appiccicosa, degli occhi che bruciavano e della puzza. Di quella grassa e puzzolente Marisa che se ne stava indifferente a frollare sul pavimento.

Marisa scorreggiò forte, uno spruzzo di formiche nere le schizzò fuori da sotto l'accappatoio.

Non ci vide più

- E vaffanculo anche a te, Marisa

Si allungò per darle un calcio.

Fu un attimo, scivolò su qualcosa. Cadde all'indietro e batté forte la testa, sul lato sinistro, contro il parapetto di ardesia.

***

Erik Dall'Osso è nato a Imola, dove vive e lavora. Scrive per passione da più di dieci anni sia in autonomia sia in collaborazione con la compagnia letteraria Colonne d'Ercole, partecipando a saltuari concorsi. È un affezionato partecipante a Turno di Notte, di cui è stato più volte finalista.


 
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