I Classificato Concorso Letterario Turno di Notte - Salvatore Lecce PDF Stampa E-mail

 

"Ne bis in idem" di Salvatore Lecce

 

Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuta realmente, una sensazione.

Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto.

Ma di certo, all'improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato.

Di più.

Era l'opposto di come erano andate veramente le cose.

Simone Mazzanti si immerse nella vasca e trattenne il respiro. L'apnea non era il suo forte, tanto che sentì i polmoni bruciare dopo nemmeno un minuto.

Doveva farla finita?

Lasciarsi inghiottire dalle tenebre?

No, non poteva andarsene così.

Andarsene senza scoprire la verità, soprattutto dopo quella sensazione che aveva ribaltato le sue certezze.

La testa fuoriuscì dall'acqua con violenza, la bocca spalancata alla ricerca di aria. Dei respiri affannosi si rincorsero per diversi minuti. Il cranio luccicò per qualche istante sotto la lampada del bagno, prima che lui indossasse l'accappatoio.

Si recò in cucina e mise la moka sul fornello. Non era più abituato alle mura di casa. Ci sarebbe voluto tempo.

Lo sguardo andò sul documento, in bella mostra sul tavolo, che ordinava la sua scarcerazione. Un pezzo di carta che per qualsiasi detenuto voleva dire molto, ma che per lui era una condanna, una condanna alla vita senza poter contare sulla famiglia.

Simone Mazzanti, un mostro riabilitato dopo sedici anni trascorsi dietro le sbarre.

Questo diceva quel lurido pezzo di carta.

Ometteva soltanto di dire che la persona a cui era stata rubata una parte di esistenza fosse innocente. O addirittura vittima.

Dopo aver bevuto il caffè, Mazzanti andò in camera e si vestì. Trovò un solo paio di pantaloni che gli andassero bene, gli altri erano troppo larghi, nemmeno la cintura era in grado di tenerli su. Si sarebbe dovuto rifare il guardaroba. Si sarebbe dovuto inventare una nuova vita.

E proprio lì, nell'armadio, vide i ritagli dei quotidiani ammassati in un cassetto. Erano tutti articoli che parlavano del medesimo fatto di cronaca.

Madre e figlia di quattro anni scomparse in Val Brembana. Indagato il marito, sul cui corpo sono state rinvenute tracce di sangue della donna e della bambina.

Si tinge sempre più di giallo la vicenda di Stefania Serra e della piccola Alice. I corpi non si trovano. In manette il marito.

Sentenza che farà discutere: condannato a ventisette anni Simone Mazzanti. Mai trovati i corpi delle vittime. Si tratta di una decisione limite, costruita sugli indizi.

Ma che ne sapevano realmente i giornalisti di quella vicenda?

I ventisette anni di carcere iniziali, grazie alla buona condotta, si erano ridotti a sedici. Una magra consolazione per un uomo che aveva perso moglie e figlia ed era stato accusato ingiustamente.

Con la mente andò, per l'ennesima volta, a quel giorno sciagurato.

Lui, Stefania e Alice sono andati in montagna. Un pic-nic in famiglia, per trascorrere qualche ora all'aria aperta. Alice ha una bambola con sé, una bambola da cui non si separa mai. Il tempo scorre tra giochi e risate. Poi Simone si addormenta e al suo risveglio non c'è più nessuno con lui. Né Stefania, né Alice, né la bambola. Solo tracce di sangue, sull'erba e sui suoi vestiti. Indizi che si riveleranno poi decisivi per la condanna. Nessuno nei dintorni vede nulla. Nessuno riuscirà più a trovare Stefania e Alice.

Simone Mazzanti è, per i giudici, un assassino spietato e freddo, capace di uccidere e far sparire i cadaveri.

Ripensò al processo, laborioso, stancante. Persino l'avvocato che avrebbe dovuto difenderlo gli aveva consigliato di confessare. Non c'era speranza, a suo dire. Lo avevano abbandonato tutti, genitori compresi, che erano morti negli anni seguenti, senza il loro figlio al capezzale. Persino suo suocero aveva evitato un confronto. Come se lui, orribile rifiuto della società, non meritasse nemmeno di essere insultato, linciato.

Quante volte aveva ricostruito quelle immagini, quei suoni e quegli odori nella sua mente? Impossibile stabilire un numero.

Eppure, ora che era tornato nella sua vecchia casa e che si era riappropriato, in parte, del suo vissuto, era arrivata quella sensazione a fargli visita. Una sensazione che prendeva corpo alla luce proprio di un rumore. Sì, il rumore di un'automobile.

Per anni, Mazzanti era stato sempre convinto di essere stato drogato e che qualcuno avesse preso la sua famiglia per vendetta. Possibile per uno come lui che in quegli anni aveva le mani in pasta nella politica locale.

Ma ora, grazie a quell'atmosfera di casa, era emerso un particolare. Ma poteva una persona drogata e addormentata udire un rumore? Udire quel rumore?

Doveva tentare, bluffare se necessario.

Solo così avrebbe saputo.

Simone Mazzanti si soffermò davanti alla piccola cornice adagiata sul comò della camera da letto. La prese tra le mani e la guardò per lunghi, interminabili secondi. Poi ruppe il vetro con un gesto di rabbia. Prelevò l'istantanea che lo ritraeva in compagnia di Stefania e Alice e la infilò in una tasca dei pantaloni.

Quindi afferrò un coltello dal ceppo della cucina e uscì di casa.

 

***

L'abitazione di Attilio Serra non era cambiata. Il vecchio, vedovo fin da giovane, non aveva fatto nulla per renderla moderna, al passo con i tempi.

Ma della sua vecchia auto non c'era alcuna traccia.

Mazzanti aveva sempre odiato andargli a fare visita la domenica, pranzare insieme a lui in quella catapecchia. Ma lo aveva fatto per Stefania, per assecondare le volontà di una figlia che voleva regalare qualche ora di compagnia a una persona solitaria. A un padre che aveva sofferto molto.

Mazzanti bussò energicamente e attese. Passi lenti e pesanti anticiparono l'apertura della porta.

Gli occhi del vecchio si spalancarono per lo stupore. «Tu?» Fece per richiudere, ma Mazzanti allungò il piede e impedì alla porta di completare la sua corsa.

Spinse all'indietro il vecchio. «Si trattano così i parenti?»

«Noi non siamo parenti. Che sei venuto a fare qui?»

Mazzanti rimase a osservarlo. Doveva essere sull'ottantina, se aveva fatto i calcoli giusti, ma intatto era rimasto il suo carattere scorbutico.

«Sai, Attilio, ho sempre pensato che Stefania e Alice fossero finite nelle mani di qualcuno che, in qualche modo, volesse farmi pagare qualcosa.» Mazzanti estrasse il coltello da sotto il giubbotto e lo brandì con uno sguardo da esaltato. «Fino a oggi.»

«Ma che stai dicendo? Sei tu l'assassino di mia figlia e di mia nipote. Pazzo bastardo!»

Mazzanti afferrò il vecchio per il collo e lo costrinse a sedere su una poltrona di pelle consunta. «Stammi bene a sentire! Ce l'hai ancora la Ritmo? O l'hai rottamata, quel cesso di macchina?»

Serra non rispose, portò soltanto le mani su quelle del suo aguzzino nel tentativo di liberarsi.

«Rispondi!» gridò Mazzanti. Poi mollò la presa.

Il vecchio tossì un paio di volte. «Chiamo i carabinieri se non te ne vai subito.»

«Chiamali pure, così glielo puoi dire che sei tu l'assassino. Puoi finalmente liberarti di questo peso, Attilio. Non è così?»

«Ma che stai...»

«Ho sentito il rumore della tua Ritmo. Sei andato avanti per anni con quel problema alla marmitta. Un suono inconfondibile. Quel giorno, sui monti, c'eri pure tu. Figlio di puttana.» Gli occhi di Mazzanti erano colmi di collera, quelli di Serra, invece, si stavano riempiendo di lacrime. Sembrava un'ammissione di colpa.

«Ti sbagli, Simone, io... io...»

Mazzanti stava per avventarsi sull'ex suocero. Stava per avventarsi sul vero assassino di sua moglie e di sua figlia, ma il coltello gli sfuggì di mano. Era stata una visione, una visione fugace, ma che non poteva non rimanere impressa nella mente.

Mazzanti schivò Serra e raggiunse la cassettiera che aveva di fronte. C'era una fotografia adagiata sopra, incastonata in una cornice.

Ritraeva una ragazza.

Capelli biondi, occhi azzurri.

Mazzanti ripeté il gesto di qualche ora prima e mandò in frantumi il vetro. Pose le due foto a confronto.

E capì.

Sul retro dell'istantanea non c'era scritto nulla.

Cominciò ad aprire i cassetti e a setacciare il contenuto, mentre il vecchio era ormai scoppiato in lacrime.

Mazzanti si bloccò. Aveva visto una busta.

Una busta bianca.

La girò e lesse.

Lesse l'indirizzo.

 

***

 

Svizzera, paese complicato. Ma bastava qualche amicizia stretta in carcere e un mazzetto di contanti per ottenere qualsiasi cosa, compresa la pistola che Mazzanti custodiva nella tasca del giubbotto.

La casa si trovava a Bellinzona, in via delle Cascine.

Era mattina, l'aria fredda scendeva dai picchi innevati che si scorgevano sullo sfondo, i raggi del sole non scaldavano ancora.

La ragazza uscì di casa con uno zaino sulle spalle. Mazzanti se la vide sfilare davanti. Si chiamava Lena, da quello che era riuscito a capire. Lui avrebbe voluto fermarla, avrebbe voluto parlarle e dirle che non aveva mai smesso di volerle bene.

Alice.

Mazzanti attese che la ragazza si allontanasse prima di suonare al campanello.

La porta si aprì e sulla soglia compare lei, avvolta in una vestaglia.

La sua bellezza era sfiorita, le rughe avevano fatto il loro corso.

«Sì?»

Mazzanti estrasse la pistola e gliela puntò contro.

«Ma... che...» balbettò la donna.

«Ciao, Stefania, o devo chiamarti Carmen?»

«Si... Simone.»

«In carne e ossa. Anzi più ossa che carne. Lo so che hai fatto fatica a riconoscermi. Se sono così lo devo a te, lurida puttana.»

Mazzanti armò il cane della pistola.

«Ma che vuoi fare? Vuoi ammazzarmi?»

«Io? Ammazzarti? Lo sai che non è possibile. L'ho già fatto. Diciassette anni fa, per l'esattezza.»

«Come hai fatto a trovarmi?»

«Non ha importanza. Sei sola in casa? O c'è il tuo nuovo compagno? Te lo scopavi già quando hai architettato quella messinscena? Hai coinvolto anche tuo padre, stronza miserabile. È stato lui a portarvi via da lì. Mi avete stordito con qualcosa e avete sparso il tuo sangue e quello di nostra figlia sui miei vestiti. Vuoi negare, eh?»

Lei sollevò le braccia. Le mani si agitarono nell'aria. «Metti giù quella pistola. Sei pazzo? Vuoi tornare in carcere?»

«E per che cosa? Per omicidio? Per il tuo omicidio?»

Mazzanti fece di no con l'indice della mano libera. «Nessuno può essere condannato due volte per lo stesso reato. Si chiama "ne bis in idem", tesoro. Ho già scontato la pena, mi devi la tua morte.» Per la prima volta si lasciò sfuggire un sorriso.

«Aiutatemi!» urlò la donna. «Qualcuno mi aiuti!»

Mazzanti strinse la mano intorno al calcio dell'arma e premette il grilletto.

Ma non ci fu alcun boato.

Solo un "click", seguito dal silenzio.

Lei lo fissava esterrefatta.

Mazzanti estrasse il caricatore dall'altra tasca del giubbotto. «Non vali nemmeno una di queste pallottole.» Detto questo volse le spalle e fece per andarsene. Si fermò sulla soglia, come se si fosse scordato qualcosa. Incrociò ancora una volta quegli occhi azzurri, dello stesso colore di quelli della figlia. «Preparati perché sarà una lunga battaglia giudiziale. Ci vediamo presto, Carmen.»

 

Salvatore Lecce è un ostinato coltivatore di sogni, primi fra i quali quelli della lettura, della scrittura e della cucina. Vive e lavora a Milano, dove condivide queste sue passioni con l'amico Cataldo Cazzato, con cui negli anni ha sperimentato una prolifica scrittura a quattro mani. Diversi loro racconti sono stati finalisti ai vari concorsi organizzati in collaborazione con il Giallo Mondadori. In particolare: L'origine del male, secondo classificato al Premio GialloLuna NeroNotte 2015 e Natale con il morto, vincitore del Premio NebbiaGialla 2015, pubblicato successivamente in appendice al "Giallo Mondadori n. 1381 - serie Classici". In data 17 maggio 2016, sulle pagine della sezione Cultura del quotidiano "il Cittadino", è apparso il racconto breve C'era una volta a Little Italy, selezionato nell'ambito di una campagna promozionale lanciata dallo scrittore Franco Forte, direttore editoriale del Giallo Mondadori. Il racconto Il caso van Dijk è stato finalista alla diciannovesima edizione del Premio Letterario Città di Fossano - Esperienze in Giallo e pubblicato nella raccolta dal titolo Il peso del mistero.

 

 
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