I Classificato Premio Speciale Giallo Garda - Federico Torresan PDF Stampa E-mail

 

"Il treno della morte" di Federico Torresan

Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuta realmente, una sensazione.

Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto.

Ma di certo, all'improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato.

Di più.

Era l'opposto di come erano andate veramente le cose.

 

Nella vita c'è sempre un momento in cui si viene a contatto con la verità.

L'elmetto del soldato luccicò al chiarore dei fari nella notte buia, da coprifuoco, mentre gli ultimi della fila venivano incoraggiati con il fucile perché salissero più in fretta sul "treno viaggiatori speciali".

Dalla grata dei carri ferroviari non smetteva di venire un odore di urina e di piombo fuso, e il suono di un singhiozzo.

- Li portiamo in un luogo sicuro - gli disse il militare chiudendo l'elenco dei nominativi - ad aspettare la fine della guerra.

Novembre 1944

 

- Le buone notizie finiscono qui  - annunciò il commissario.

E lo disse che il medico legale, curvo sul cadavere, doveva ancora terminare di pronunciare la parola morto.

Poi deglutì il sorso di whisky ruminato in bocca oltre misura, dando sollievo alla gola seccata dal fumo di troppe sigarette

Porcheria.

Gli venne da tossire, ma trattenne lo sputo per rispetto della povera anima e allungò le dita, che sembravano i remi di una bissa, per riprendere la fiaschetta del liquore.

Sempre meglio del caffè fatto coi fichi tostati pensò.

- In fondo ce n'era più d'uno che avrebbe voluto vederlo per terra il comandante delle camicie nere, ma questo - e si volse verso l'ispettore Gatta - non lo devi spifferare ai giornali.

- Ma è morto morto? - si accertò Gatta, il quale aveva la testa bianca come la cima del Pisocol nel pieno degli inverni più rigidi, ma piccola, tanto che spesso non afferrava al volo certi concetti.

Il dottore indicò il fez nero moschettato di sangue al lato del corpo.                                                                                                - Una botta secca, il cranio fracassato. Una donna, una bevuta, qualche parola pesante, una rissa, una caduta. Vai a saperlo. I vizi si pagano, e quando il Paese è in guerra si pagano ancor di più.

- Una bottigliata? - interrogò l'ispettore.

- Legno - rispose il commissario accennando con la punta della scarpa alle schegge dure incatramate in un grumo di sangue sul selciato del lungolago.

- A Gardone con il legno ci fanno solo le barche. E le casse da morto - precisò.

- E le notizie cattive invece quali sarebbero? - chiese il medico da dietro il cristallo di ghiaccio delle lenti spesse e opache.

- Che se non mettiamo i ferri all'assassino - riprese il commissario - è verosimile che per una camicia nera ammazzata, lo Sturmbannführer Bosshammer in persona, una volta che si cava dall'impiccio di quei quattro ebrei che gli scappano dalle retate a Verona, venga quassù con le autoblinde e metta sottosopra tutto Gardone - e tossì di nuovo, e questa volta sputando.

 

Angelo aveva gli occhi diafani, come il lago velato dai vapori notturni, e l'aria di un'anguilla finita nell'imbuto di una nassa.

- Dov'eri stanotte? Fuori con la barca?

- Commissario - balbettò Angelo, strizzando con entrambe le mani il berretto all'altezza della pancia, come dietro alla Madonna in processione - non si vive solo di sigarette e di bestemmie.

- Ti raccomando sempre di stare lontano dai panfili, di stare lontano da dove ci stanno i soldati.

Cristoiddio se ti avvicini alla costa trentina e ti prendono quelli della Wehrmacht...

- Dove si buttano gli scarti del rancio i pesci sono di più, e più grossi - ribatté Angelo. E si zittì, come in attesa di un rimprovero.

- E nell'andare o nel venire hai visto qualcuno? Hai visto il comandante della Milizia?

- Quello sì - rispose Angelo - e anche dell'altro.

- Qualcuno con lui?

- Queste notti la luna è quasi piena, si vedono luci bianche e ombre. Forse c'era qualcosa, forse c'era l'ombra del piccolo Mattia con lui.

- Ricordatelo Angelo. Un occhio lo chiudo, una parola ce la metto se le storie te le fanno i fascisti - disse il commissario piallando con la mano i capelli arruffati come in una giornata di tramontana - ma se gli gira male ai tedeschi finisci diretto al Canton Mombello. Perciò stattene lontano da dove ci stanno i soldati - concluse, senza fare nulla per trattenere uno sbadiglio.

 

Mattia roteava con il suo corpo minuscolo intorno al commissario, come un girino.

- Eri sul lago stanotte?

- Per un po'.

- Che ci facevi?

- Mangiavo cioccolato, con il comandante con la camicia nera - rispose Mattia mostrando fiero la latta di cacao Talmone.

I vizi si pagano.

- E poi?

- Un macchina. Scura col motore acceso.

- E chi c'era sulla macchina?

Mattia fermò il suo mulinare continuo di braccia e di gambe per mettersi a pensare.

- Tante ombre agitate. E poi sono scappato perché si sono messi a gridare, ma da lontano sentivo il comandante con la camicia nera che denunciava tutti, che chiamava le SS e che proprio da lui non se lo sarebbe aspettato.

- Lui chi?

- Chissà, l'altro forse, quello che stava nella macchina. Lo dovreste chiedere al comandante.

 

Da Gardone il lago era una carta stropicciata e lisciata in fretta, strappata dov'era la scia di uno scafo, e colorata con foglie di tè e di menta. Si increspava ubbidendo ai capricci del vento mattutino, strofinando e levigando i fianchi delle montagne.

Angelo gettò la cima della corda sulla ceppata, ruggine e granulosa, mentre il lago risucchiava l'ultimo guizzo dei remi. Lanciò pure uno sguardo sul lungolago, con il cuore che quasi scoppiò di paura quando vide il commissario. Masticò qualcosa da lontano, disse che aveva trovato degli stracci, sull'acqua, mentre pescava.

- Vestiti, al largo, che galleggiavano come fantasmi.

E' proprio vero, il lago restituisce tutto, anche i ricordi.

Una giacca, con una toppa gialla - precisò.

La stella ebrea.

- Angelo pensa ai pesci e non ti avvicinare troppo ai panfili. O a dove ci sono i soldati. Una parola buona ce la metto, ma se te ciapä la Wehrmacht...

Di notte, Angelo, l'ho vista la stella gialla. Li ho visti alla stazione di Verona, mentre li caricavano sui treni per chissà dove, con quella stella attaccata addosso. Donne, vecchi, fanciulli che arrivano sui camion grigi, spinti a pedate e col fucile sui carri bestiame, e le SS che avevano l'ordine di sparare a chiunque tentasse di scappare. E strillavano pure, mentre i soldati piombavano le porte.

 

- Lo hanno preso, lo hanno preso!

Mattia si fiondò giù per la riviera a perdifiato sbattendo le braccia come le ali di un'anatra che attraversa un torrente in piena, fino a fermarsi nel grembo dell'ispettore Gatta.

- Lo hanno arrestato.

- Hanno arrestato chi?

- Angelo - rispose mentre aspirava aria come un mantice.

- E dov'è?

- Quelli sono capaci che lo ammazzano di botte. Gli hanno trovato un cappotto sulla barca. Un cappotto di quelli con la stella gialla - gridò Mattia con le tempie calde di sangue.

Gatta guardò verso le case, pensò solo a Bosshammer e a quanto erano strette le vie di Gardone per farci passare le autoblinde.

 

Capita, a volte, che qualcuno abbia bisogno di un favore.

Angelo uscì dalla caserma della Milizia Volontaria con la faccia tumefatta e un dolore ai polsi, col commissario che avrebbe voluto trascinarlo per un orecchio per fargli ancora più male.

- A quelli, degli ebrei non gliene frega niente, se crepano o se scappano. Credono che gli hai spaccato un remo in testa al loro comandante. Ci ho messo una parola, forse due...

Una bevuta, una donna, o forse dell'altro, che non va detto. Gli stivali bagnati, una banale caduta. Un incidente, tutto sommato.

... e un paio di bottiglie.

Whisky. Porcheria, grappa colorata con lo zucchero caramellato che al commissario gli rifilava uno spallone di Chiasso, insieme al cioccolato e alle sigarette.

Perché già da qualche tempo, la Balilla Torpedo color carbone del commissario di Polizia di Gardone, due o tre volte al mese, si confondeva con le mezze luci delle notti di luna piena mentre faceva la spola con il confine svizzero.

 

Non tutti i testimoni scomodi vengono ammazzati.

A volte una garanzia può essere dolce come una stecca di cioccolato con la quale comprare il silenzio.

Che non sappia di carrube perché la cioccolata autarchica Mattia la getterebbe ai pesci.

Capita, infatti, a volte, che qualcuno abbia bisogno di un favore.

Quella notte erano in tre. Avevano la stella gialla sul cappotto ed erano scampati da una retata in Piazza Erbe, che se li beccavano li caricavano sul treno e li internavano in Germania.

Non erano i primi.

Perché le cose non andavano come si pensava. Perché c'erano gli elenchi nominativi dell'Ufficio Demografia e Razza in stazione a Verona.

Servivano vestiti, da cambiarsi mentre si attraversa il lago e documenti falsi. Serviva un'automobile veloce.

La Balilla Torpedo del commissario magari, come da qualche mese succedeva.

Che aveva detto sì.

Perché fino ad allora si era sbagliato, perché fino ad allora aveva pensato che le cose andassero in modo diverso.

Uno davanti e un paio stretti dietro, le taniche di benzina nel bagagliaio e non più di una valigia, legata con la rete alla ruota di scorta. A fari spenti, a vista con la luce della luna, finché non si usciva dal centro, e poi su, verso Como, in un viaggio che durava la notte intera, e oltre verso la Svizzera. Lì un contrabbandiere faceva da guida a un varco clandestino della rete confinaria, per diecimila lire senza chiedere neppure il perché.

Gnà i cà i mena la cua per niènt.

- Mi suonerai un po' di musica quando tutta questa storia sarà finita - disse il commissario, con una voce per metà di speranza e per metà di preghiera, a quello dei tre che insisteva per tenersi uno strumento nell'angusto abitacolo, perché tutto potevano portargli via, perfino la vita stessa, ma non la libertà di suonare il suo violino.

- Una di quelle vostre melodie malinconiche, magari qui, sul lago.

Solo che quella notte c'era anche Mattia sulla riva, che scalciava come un torello tra le braccia del comandante delle camice nere, che lo lasciò scappare perché non capiva cos'era quella confusione, quella riunione sospetta, che si impuntò per vedere i documenti.

- Chi siete? Che cosa fate?

Tu, che ci fai qui.

Altre volte le garanzie sono corte come la canna di una M34 puntata alla testa. Ma per il comandante delle camicie nere poteva non bastare. Troppo chiasso un colpo di Beretta in una notte silenziosa di luna sul lago.

Se ci denuncia finiamo sul "treno viaggiatori speciali".

L'uomo vestito di nero percepì da dietro uno spostamento d'aria quando il commissario agguantò il violino, blandendolo in alto.

Guardò un istante verso gli abissi scuri del lago e credette di vederci il diavolo.

Trasalì. Tentò un urlo di supplica.

Pareva il grido di un gabbiano.

Un fez nero volò in aria.

Fu giusto un attimo prima di avvertire la botta secca alla base del cranio che lo investì come un treno in corsa.

 

Federico Torresan nasce nel 1977 in provincia di Vicenza, dove tutt'ora risiede. Premiato in diversi concorsi letterari, è finalista alla prima edizione del Festival Giallo Garda, mentre si classifica al secondo posto nell'edizione 2016.​ E' vincitore del concorso "Distillati di parole" organizzato dalla più antica distilleria d'Italia, la Fratelli Brunello. Fanatico lettore, s'interessa di ricerche storiche e collabora con alcune riviste online. I suoi racconti, noir, gialli e storici sono presenti in numerose antologie. Per Delos Digital ha firmato due ebook della collana History Crime. Di prossima pubblicazione presso Crepaldi Editore il volume "Cani soldato, eroi dimenticati della Grande Guerra.

 

 

 
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