II Classificato ex-aequo Concorso Letterario Turno di Notte - Luca Notarianni PDF Stampa E-mail

 

"L'eccezione della neve" di Luca Notarianni

 

Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuta realmente, una sensazione. Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto. Ma di certo, all'improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato. Di più. Era l'opposto di come erano andate veramente le cose.

Franco abbassò il fucile e lo poggiò sulla neve. Aveva entrambi i gomiti poggiati sulla tavolozza di legno che portava con se quando andava a caccia. Gli serviva per tenere bene la mira da sdraiato, senza far sprofondare le braccia nel manto nevoso. Le mani, libere dall'impugnatura del fucile, premevano contro le sue tempie. Lo sguardo, vuoto e vitreo, era diretto verso degli alberi in lontananza dove, poco prima, stava mirando a un piccolo cervo.

Franco era paralizzato. La causa? Gli occhi dell'animale innocente. Mentre il cacciatore aveva preso perfettamente la mira, il cervo si era voltato verso di lui, come se stesse guardando dentro il mirino. Era una scena frequente e ogni volta Franco esitava. Restava sempre impressionato dagli occhi ingenui degli animali che si voltano come a presagire l'imminenza della propria fine. Gli ricordavano gli occhi di un bambino che, sentito un rumore, si gira osservando il vuoto e, senza vedere assolutamente nulla, inizia a convincersi che quello era stato soltanto un rumore. Così gli occhi di quel piccolo cervo sembravano guardare nel nulla, convincendosi che Franco non avrebbe premuto il grilletto.

Il cacciatore iniziò a piangere perché gli occhi che stava ricordando non erano quelli di un bambino qualsiasi; erano quelli di Giulia, la sua unica figlia di undici anni morta cinque anni prima. Franco, che continuava a stringersi la testa con forza sempre maggiore, nella mente aveva ancora impressi gli occhi della figlia, quando la ritrovò accasciata a terra nella propria cantina, in un lago di sangue e con la gola tagliata di netto da un surricchio[1]. La piccola aveva proprio gli occhi di chi si stava convincendo che la persona che aveva davanti non le avrebbe mai fatto del male.

Franco lanciò un urlo strozzato, affondando poi la faccia nel freddo della neve.

Era da tanto che non ricordava quella scena; da quando quattro anni prima aveva deciso di venire a vivere nella sua baita in montagna, lontano dal suo inferno privato. Campava di caccia e lavoretti che svolgeva nel paesino vicino. C'era quasi sempre la neve a fargli compagnia; una neve bianchissima e sempre uguale, che lasciava poco spazio ai pensieri. La neve ricopre tutto, anche i ricordi più vivi. Ma gli occhi di quell'animale ingenuo, come sua figlia, erano capaci di sciogliere qualsiasi cristallo di ghiaccio.

Nelle orecchie di Franco, che stava rientrando nella sua baita, iniziò a insinuarsi una frase:

«È stato l'uccello verde! È stato l'uccello verde»

Il cacciatore sentiva queste parole come se fosse il vento che soffiava tra gli alberi a sussurrargliele. Erano le parole che Maria, sua moglie, ripeteva allo sfinimento mentre la arrestavano per l'omicidio della figlia. Franco, fermo a osservare il vento, versò una lacrime anche per lei. Era schizofrenica Maria, una malattia che l'uomo aveva sempre volutamente sottovalutato. Franco era un lavoratore duro, ma molto generoso; decise di prendersi cura della moglie tenendola a casa. Le somministrava i farmaci ma, appena vedeva un miglioramento, provava a diminuirli cercando di aiutarla a guarire con l'amore e l'affetto. La malattia, però, sembrava fregarsene dei sentimenti, fino a quella tragica notte nella quale l'uomo dovette abbracciare il corpo senza vita della figlia, mentre sua moglie veniva portata via dalla polizia urlando:

«È stato l'uccello verde! È stato l'uccello verde»

Franco non riusciva a perdonarsi nulla: la malattia di Maria, la morte di Giulia e il non aver avuto il coraggio di spararsi un colpo in testa. L'unica cosa che si meritava era il bianco accecante e alienante della neve intorno a lui. Il suo oblio perenne. Ma gli occhi di quel cervo avevano aperto uno squarcio che il cacciatore faticava ad arginare. Una ferita dalla quale stavano fuoriuscendo pensieri, morte, sensi di colpa e ricordi.

Arrivato alla baita Franco si voltò a guardare il bosco, come se avesse sentito un rumore, e cercò di convincersi che nessuno stava per fargli del male.

Nella baita c'era Sergio ad aspettarlo, il suo migliore amico da una vita. Era lì da  due giorni per cacciare insieme a Franco, ma quella mattina decise di restare in baita per sistemarla e preparare il pranzo.

Franco, una volta entrato, si sedette comodamente e iniziò a fissare l'amico. Lo fissava e lo fissava, con gli occhi sgranati e lucidi.

Sergio non se ne accorse subito e iniziò a fargli domande sulla caccia, sul fucile, su cosa fare nel pomeriggio, ma dall'amico nessuna risposta. Si voltò un paio di volte e iniziò ad agitarsi vedendo Franco fermo, seduto, che lo fissava con lo sguardo di chi aveva appena perso ogni speranza.

«Tutto bene, amico mio?» disse Sergio.

Nessuna risposta.

La neve ricopre tutto, anche i ricordi più vivi. Era una regola sempre valida, ma non quel giorno, dove si mostrò la sua eccezione.

Franco, durante il tragitto di ritorno, aveva ricordato altre cose. Nella sua mente si accavallavano le immagini di tutte le volte che avevano lasciato Giulia da Sergio, da quando aveva otto anni: durante le vacanze, i ricoveri di Maria, i periodi di lavoro intenso. La piccola adorava l'amico del padre. Franco ricordò anche che negli ultimi mesi, prima di morire, Giulia non era più così entusiasta di stare con Sergio; ricordò che qualche volta spuntavano dei lividi sulle braccia della figlia che lei giustifica con cadute a scuola; ricordò che una volta aveva avuto la sensazione di vedere una foto di sua figlia nel negozio di Sergio; ricordò di quando la moglie, in uno dei suoi deliri, lo avvertiva che c'era un demone che stava facendo del male a Giulia, ma che nessuno lo poteva vedere. Franco non aveva mai dato peso a tutto questo, perché la verità è più facile accettarla quando è accompagnata da una giustificazione, piuttosto che quando appare insensata e priva di logica.

Il cacciatore versò nuovamente una lacrima per Maria, capro espiatorio perfetto di quella macabra esecuzione.

«Franco, che succede? Perché mi guardi così?» ripeté Sergio mentre, iniziando a sudare, si tirava su le maniche della camicia. Sul polso destro apparve un braccialetto verde con la scritta: "FreeBirds". Era il nome del suo negozio di uccelli che Giulia adorava, e nel quale, fin da piccolissima, desiderava passare la maggior parte del suo tempo, con tanta gioia dei genitori.

«È stato l'uccello verde! È stato l'uccello verde» urlò Franco.

«Cosa stai dicendo? Sei ubriaco?»

«Sai perché ti fisso così Sergio?» e Franco si prese una breve pausa prima di continuare «perché sto cercando di convincermi che nessuno ti farà del male. Ma non credo di essere così bravo.»

Dopo qualche minuto Franco stava camminando sulla neve, un po' spaesato, con in mano il fucile che si stava intiepidendo. Percorse circa un kilometro prima di fermarsi e sedersi a terra. Fece un bel respiro profondo e tolse il mirino dall'arma. Usandolo come un cannocchiale si girò intorno guardando attentamente attraverso gli alberi e i cespugli. Dopo qualche minuti di ricerca vide il piccolo cervo che, immancabilmente, si voltò verso di lui.

Il cacciatore e l'animale si guardarono a lungo, stavolta senza convincersi di nulla, mentre il cielo grigio lasciava cadere dei fiocchi di neve buoni a ricoprire tutto, anche i ricordi più vivi.

[1] Falcetto per l'erba.

 

Luca Notarianni vive a Roma, ma proviene da Itri, piccolo paese del sud pontino, situato tra mare e monti, famoso per le olive e i briganti. Lavora come psicologo nel settore sociale romano, dove ha imparato sulla sua pelle l'arte della sopravvivenza e dell'inesauribile pazienza. A stretto contatto con qualsiasi tipo di dipendenza, ha fatto dell'arte narrativa la sua sostanza stupefacente prediletta. Vincitore del concorso nazionale "Racconti brevi sotto le foglie" e del concorso "Narratè, anche la scrittura ha scoperto l'acqua calda"; una dozzina di suoi racconti sono pubblicati in vari antologie a spasso per l'Italia. Alla perenne ricerca di se stesso riesce, ogni tanto di notte, a trovarsi grazie alla luce della scrittura e alla passione che riversa sulle pagine vuote.

 


 
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