II Classificato ex-aequo Concorso Letterario Turno di Notte - Michele Tomasetti PDF Stampa E-mail

"Finalmente libero" di Michele Tomasetti

 

Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuta realmente, una sensazione.

Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto.

Ma di certo, all'improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato.

Di più.

Era l'opposto di come erano andate veramente le cose.

 

Tutto era in iniziato con un déjà-vu.

«È normale» pensò.

«Quando fai questo mestiere ogni battaglia ti sembra uguale alle altre.»

Ma c'era qualcosa di più.

Non ricordava da quanti anni combatteva. A dire il vero ricordava a stento persino la sua gioventù. Vaghe fugaci immagini di foreste, un uomo con una scure e un altro, o forse lo stesso, con piccoli ceselli e altri strumenti da intarsiatore.

«Avanzare!»

Lo obbligò a marciare, quel comando gridato alle sue spalle dal re in persona. O così gli era sempre parso fino a quel momento. Ma ora non ne era sicuro. L'istinto di voltarsi era forte ma sapeva che non poteva farlo. Non era stato addestrato a dare le spalle al nemico. A quel nemico: straniero, invasore.

Che motivo ci fosse di combattere non gli era chiaro. Ma nessuno chiede mai l'opinione a un fante ed è giusto così. Sapeva solo di dover uccidere chi gli si opponeva; sfruttare le sue debolezze, infilarsi di traverso tra le sue linee e abbatterlo. Che fossero fanti o cavalieri poco importava. In guerra l'importante è vincere, maschi o femmine, nobili o plebei, persino essere consacrati a dio non fa differenza. Loro erano lì col suo stesso intento: uccidere il nemico.

«Che poi, a parte il colore della pelle, sono poveri cristi come noi, mandati al macello per il divertimento e la gloria di chi tira le fila» pensò il fante, quando vide la linea compatta di scudi dello schieramento avversario.

Ma proprio lì stava il problema. E la consapevolezza iniziò a far capolino pochi istanti dopo. Quando, per la prima volta, era riuscito a insinuarsi ben oltre le linee nemiche. Con un rapido fendente aveva abbattuto un fante che, distratto, gli aveva scoperto il fianco e così si era creato un varco attraverso cui avanzare spedito. Ma anche l'esercito invasore aveva mietuto le prime vittime. Diversi compagni del soldato erano caduti sotto gli attacchi furiosi della cavalleria o schiacciati dall'artiglieria delle torri d'assedio nemiche.

E ora si trovò a schivare il mazzafrusto di un chierico combattente.

Ecco cosa lo colpì. Il riflesso dei paramenti dorati del nemico lambiti dai raggi del sole. Poco prima lo stesso bagliore lo aveva attirato, ma proveniva dalle retrovie, quando un altro monaco guerriero, questa volta del proprio schieramento, si era lanciato per spiaccicare il cranio di un insolente cavaliere avversario che si era avvicinato troppo e minacciava di caricare il suo comandante.

Uguali.

Stesso portamento, stesso stile di combattimento, stesse armi, stessi paramenti. Unica diversità il colore della pelle.

Il fante iniziò a dubitare.

«Perché combattere persone uguali a noi, con le nostre stesse tradizioni e fedi. Solo perché non abbiamo la stessa pelle? Può bastare così poco?» mugugnò.

Il soldato si sentì manovrato. Sentì di essere parte di un gioco più grande di lui in cui il proprio libero arbitrio svaniva come la nebbia mattutina all'arrivo dei primi raggi caldi.

Mentre lo attanagliavano simili pensieri un altro cavaliere avversario lo sfiorò. Lo mancò di un soffio, per arrestare la sua corsa tra le scapole del chierico.

Perché non era rimasto travolto anche lui? Per un caso? Perché il nobile equestre voleva vendicare il compagno caduto? Quale dio l'aveva salvato e non era invece intervenuto a evitare che il suo paladino consacrato finisse inerte sul campo di battaglia?

Ed ecco l'epifania. Bianco o nero tutti sono sacrificabili. Nobili o plebei tutti devono morire. Religiosi o laici non c'è distinzione.

E di nuovo il bagliore, ma questa volta dal fondo del campo di battaglia. Dove un istante prima era un altro fante, suo compagno d'armi, ora ecco ergersi il chierico combattente stramazzato al suolo sotto gli zoccoli del cavallo del cavaliere nero.

La morte, la vita, tutto è finzione. Il fante provò a voltarsi verso il cavaliere per cercare di colpirlo alle spalle, ma gli era impossibile. Non per il suo addestramento come credeva fino a pochi momenti prima ma per la sua stessa natura. Il libero arbitrio non esisteva. Senza una mano dall'alto nessuna sua scelta era attuabile. Il fante capì di essere solo una pedina nelle mani di una entità superiore che lo manovrava infischiandosene della sua volontà.

«Basta non servirò più alcun padrone. Non sarò più il sollazzo di alcuna potenza superna» ringhiò tremando e avvampando in volto.

Gettò a terra spada e scudo protendendo il petto in avanti pronto a subire il suo destino.

Finalmente libero.

***

«Luca ti ho mai detto quanto son belli i tuoi scacchi? Tuo padre è davvero un artista. Che precisione. E quanti dettagli! Sembrano vivi!»

«Già. Ma non hai idea di quanto c'ha lavorato sopra. A dirla tutta non vuole che nessuno li usi. Son più da esposizione che da gioco.»

«Oh, cavolo. Luca mi spiace. Mi sa che al tuo vecchio piglierà un colpo allora. Guarda quel pedone, gli si son staccati la spada e lo scudo. Dici che si incazza?»

«Mi spella vivo! Dammi una mano a rimettere tutto sul caminetto. Gli dirò che il gatto l'ha fatto cadere dalla mensola!»

Michele Tomasetti, marito di una moglie meravigliosa, padre di due splendidi bambini(tra poco tre), responsabile del personale di una comunità protetta per ospiti psichiatrici e neurologici. Nel poco tempo libero che gli rimane è un accanito lettore, volenteroso apprendista scrittore e inventore di giochi da tavolo. Ha 35 anni e viene da Rimini.

 
Valid XHTML & CSS | Template Design the science | Copyright © 2009 by officinewort