III Classificato Premio Speciale Giallo Garda - Sara Vellefuoco PDF Stampa E-mail

 

"Prima degli esami" di Sara Vallefuoco

 

Era solo un ricordo, o il ricordo di un ricordo, magari di qualcosa che non era neppure avvenuto realmente, una sensazione.

Non sapeva neanche come fosse arrivata, un suono, un odore, una sensazione, appunto.

Ma di certo, all'improvviso, aveva capito che tutto quello che aveva pensato fino a quel momento, per tutto quel tempo, era sbagliato.

Di più.

Era l'opposto di come erano andate veramente le cose.

L'idea era stata di Piero.

Paco aveva dovuto insistere parecchio con i suoi.

Verona è troppo calda per studiare.

Questa casa è troppo rumorosa per studiare.

Se il mio amico se ne va, io mi sento troppo solo per studiare.

I genitori di Paco non lo avevano mai sentito pronunciare il verbo studiare così spesso, in vita loro. Nei discorsi mattutini, bisbigliati in sentòn nel letto nuziale cercando di non farsi sentire dai loro quattro figli maschi, un concetto prendeva sempre più forza, man mano che gli esami si avvicinavano: non è che deve prendere sessanta, per andare a vendere macchine con suo padre. Basta che lo mandino fuori con un calcio in culo.

- Tuo figlio dice che vuole andare a studiare a casa di Piero, Sul Garda, gli aveva sussurrato la moglie. La scuola finisce l'undici, gli esami cominciano il ventuno, dice che vanno a studiare qualche giorno da lui.

- Piero è quello che gira in Porsche?, aveva chiesto il padre per conferma.

- E' il figlio dei costruttori di mezza Verona, con cosa vuoi che vada in giro, con una macchina usata delle tue?

Alla fine, la ragion di studio aveva prevalso.

Due giorni dopo la fine della scuola, Paco aveva buttato il borsone da calcio con i suoi chiamiamoli effetti personali e uno zainetto con i suoi chiamiamoli libri di scuola sul sedile posteriore della Land Rover che Piero aveva preso dal parco macchine di famiglia per l'occasione. Dalla finestra al primo piano, la madre di Paco l'aveva salutato agitando uno strofinaccio da cucina. In fondo, si era ripetuta, due materie deve portare all'orale, mica duecento. Un trentasei e un calcio in culo andranno benissimo.

Le materie principali di studio scelte da Paco e Piero si chiamavano Benedetta e Cinzia. Da cui l'esigenza di prendere la Land Rover, anziché la Porsche due posti.

Mentre Paco si sentiva dire Piacere, Cinzia mi ha parlato molto di te, aveva già letto mezza vita di Benedetta guardandola in faccia. Trucco pesante del tipo che al loro liceo non si era mai visto. Sguardo acceso ma triste, eccessivo entusiasmo che nessuna ragazza aveva mai dimostrato prima nei suoi confronti. Ufficialmente, Cinzia era al lago da lei, solo con lei. Che non aveva nessuna casa al lago, ovviamente. Benedetta era una copertura sicura, sua madre non c'era mai a casa, suo padre si era dato alla macchia da anni e al telefono, in caso i genitori di Cinzia avessero voluto controllare, nessuno avrebbe risposto mai.

La vera casa sul Garda, dove una volta abitava la bisnonna materna di Piero, consisteva in un palazzetto cielo terra in una frazione di paese in cima alla collina, affacciato sul lembo di lago appena sopra Torri del Benaco.

Le due stanze da letto erano state approssimativamente assegnate, e il tavolo di plastica sul terrazzo era stato adibito a scrivania, ufficialmente cosparso di libri che venivano sfogliati e perfino sottolineati di tanto in tanto, quando anche la troppa vita e la troppa libertà necessitavano di una pausa.

Se all'inizio Paco presumeva che gli sarebbe toccato passare tutto il tempo con Benedetta, mentre Piero e Cinzia si rotolavano in camera da letto in onore della canzone di Venditti, dopo un paio di giorni aveva capito che la situazione era più fluida. Cinzia restava volentieri a studiare con lui - era brava, Cinzia, e Paco imparava in fretta. Lo spirito da crocerossina del latino le si addiceva, e lui le dava soddisfazione. Le mostrava sincera riconoscenza. La baciava sulle guance più spesso che poteva, quando Piero non era in giro. Piero li lasciava studiare, e si portava dietro Benedetta a fare la spesa, a comprare sigarette per tutti, a ordinare le pizze, cose così. Benedetta lo seguiva come un cagnolino. Era l'unica a non avere nessun esame da fare, era stata bocciata al quarto anno e diceva che non sarebbe mai più andata a scuola.

Piero, Benedetta e Cinzia erano stati i compagni della settimana più libera della sua vita. Fino all'ultimo, terribile giorno.

 

Ora, a distanza di dieci anni, in quella stessa casa ristrutturata e rimessa a nuovo, Piero e Cinzia festeggiavano le loro nozze con gli amici più stretti. E Paco, che ha finito per vendere non macchine usate ma computer, amico stretto di quel Piero erede di un mezzo impero del mattone, ancora lo è. I segreti uniscono al di là delle differenze, soprattutto se sono brutti segreti.

Paco sorseggiava un cocktail di un colore inesistente in natura mentre il vociare di giovani donne riempiva il terrazzo in onore della futura sposa. Quasi tutto era cambiato in quella casa: il mobilio, la tinta delle pareti, la disposizione delle stanze. Una sola cosa non sarebbe mai potuta cambiare: il panorama mozzafiato sullo specchio del lago all'orizzonte, e la vertigine di un fianco di collina scosceso e puntinato di ulivi, interrotto solo da tetti di casupole qua e là. Cinzia, seduta a pochi passi da lui, era bella come dieci anni prima, solo più artefatta, più donna, più first lady, avrebbe detto sua madre. Le sue amiche, non le conosceva. Delle amiche di Cinzia aveva conosciuto solo Benedetta. E Benedetta adesso non c'era più.

 

Piero non era uno di quei ragazzi che ti faceva pesare i suoi soldi. Lui era i suoi soldi, e lo manifestava passandoti a prendere tutte le volte con una macchina diversa, sbuffando di fronte alle vacanze di Natale da passare sul Mar Rosso, lasciando il suo Rolex su un asciugamano a bordo lago manco fosse uno Swatch. Un pomeriggio, l'ultimo pomeriggio di quell'estate di esami, Piero era uscito da solo a fare un giro ed era tornato con un sorriso strano, calando trionfante un sacchetto di plastica trasparente al centro del tavolo ingombro di libri come fosse un asso di briscola.

-          Dove le hai prese?, aveva chiesto Cinzia allarmata.

-          Pasticche? Ma pasticche di che?, aveva cominciato a chiedere Benedetta eccitata come una ragazzina davanti a un mucchio di Barbie.

-          Dai, ragazzi, non facciamo stronzate, aveva detto Paco, anche se l'aveva detto con poca convinzione, non avendo avuto il tempo di decidere come comportarsi in un frangente simile davanti alle donne. Sì, insomma, le ragazze. Due ragazze di diciannove anni che a loro sembravano donne fatte, pensava Paco mentre guardava le amiche di Cinzia commentare il suo anello di fidanzamento. Come si fa, pensava, a sopportare di guardarsi indietro e vedersi così giovani, e fragili.

 

Il programma per la sera di festeggiamento pre-esami era una pizza celebrativa a Bardolino. L'indomani si sarebbe rientrati a Verona, lunedì il tema di italiano e poi la solita vita.

La Land Rover era parcheggiata vicino al sagrato della chiesa del paese. Paco era stato l'ultimo a docciarsi, Aspettatemi alla macchina, arrivo, aveva detto. In realtà, voleva telefonare a sua madre, che - stranamente se ne ricordava proprio ora - quella sera era diventata un pensiero fisso per lui come il dolore al fianco dopo che hai corso troppo forte. Voleva sapere se stava bene, se stavano tutti bene, dire loro che stava per tornare, e che la sua vita normale gli mancava come il maglione più comodo che hai, ma questo non lo avrebbe detto mai. Anziché andare dritto al parcheggio aveva deciso di fare il giro intorno alla chiesa: gli era piaciuto da matti scoprire che il sagrato si apriva proprio come un terrazzo a picco sul lago. La bellezza di quella vista, soprattutto verso sera, quando il cielo smorza l'azzurro e si colora di rosa e viola, e le luci si accendono piccole come luminarie sulla sponda opposta del lago, gli avevano svelato una parte di sé che non conosceva.

Sul sagrato della chiesa, ora come allora, c'erano panchine da belvedere. Alcuni turisti, che a lui erano sembrati crucchi, avevano aperto cavalletti e tele per dipingere il tramonto en plein air. In lontananza, dalla parte opposta del sagrato, una coppia di ragazzi si stava baciando. Lei, di spalle, aveva una maglia rossa e il cappuccio tirato su, a proteggersi da un vento di pioggia che si era alzato all'improvviso. Era la maglia di Cinzia, erano Piero e Cinzia, aveva pensato Paco. Ma poi il cappuccio era sceso sulle spalle, mosso dal vento. Benedetta aveva i capelli più lunghi di Cinzia.

Loro due, di spalle, sono l'ultimo ricordo lucido che ha della sua vita prima degli esami.

Su quello che è successo dopo si sono sovrascritte la disperazione di Piero, che lo sveglia a notte fonda, e gli dice Benedetta sta male, ha preso quelle cazzo di pasticche e sta male, e le grida di Cinzia curva sul divano che diceva solo Benedetta, Benedetta, e la scuoteva per le spalle. Paco era andato all'ingresso per chiamare il centotredici, così gli aveva detto Piero di fare, e aveva fatto il numero ma poi aveva passato la cornetta all'amico, ed era tornato di là, nella speranza di essersi sognato tutto.

Paco dormiva profondamente mentre Benedetta aveva deciso di morire. L'unica sera che non avrebbe dovuto, era crollato sul suo letto prima degli altri. Troppa birra, non ha mai retto l'alcool.

Piero e Cinzia erano chiusi in camera, a fare l'amore per l'ultima notte prima di tornare alle loro case da letti singoli e ragazzi illibati. Benedetta non aveva retto, e aveva ingoiato tutte quelle schifose pasticche che nessuno di loro aveva avuto nemmeno il coraggio di provare. Solo Paco sapeva, solo lui poteva capire che una ragazza così fragile e bisognosa di appoggio sarebbe potuta crollare davanti ai giochi di Piero. E solo Piero poteva immaginare, ovviamente, perché Benedetta si era uccisa così. Paco non ne parlò mai con Piero, e la famiglia di Piero riuscì a chiudere il tutto più brevemente possibile, ma qualcosa gli fece capire che l'amico conosceva il segreto che si portava dentro. Il tempo gli confermò che l'avrebbe anche mantenuto.

 

-          Ciao Paco, gli aveva detto Cinzia festaiola prendendolo sotto braccio. Dai, vieni un po' a parlare con noi, vuoi mica far compagnia al campanile tutta la sera?

Radiosa come il sole, se lo era trascinato fino al divano nuovo di zecca.

-          Allora, sei pronto come testimone dello sposo?, le aveva detto lei, sollevando un cuscino damascato e poggiandolo con decisione sul bracciolo.

Il cuscino damascato Paco scoprì che se lo ricordava. Non quello stesso cuscino, no ovviamente, ma una sua copia più vecchia di dieci anni prima che insieme ad altri aveva fatto da cornice alla povera Benedetta. Quello che non si era più ricordato finora, e che in un attimo era apparso alla sua coscienza come i cerchi deboli lasciati da un sasso minuscolo caduto nel lago, era il gesto. Lo stesso gesto che Cinzia aveva fatto, un cuscino sollevato e premuto con decisione. IL gesto di una ragazza gelosa, tremendamente gelosa sotto una veste così controllata. Un gesto che gli sembrava di collocare ora davanti a sé, mentre lasciava Piero al telefono a chiamare i soccorsi e tornava verso il divano.

 

-          Vieni, siediti un po' qua vicino a me, aveva continuato Cinzia battendo piano la mano.

-          Ci pensi mai a Benedetta?, le aveva risposto invece Paco, il guastafeste. Gli era presa all'improvviso una voglia di rompere tutto, di gettare a terra con un gesto plateale i vassoi con le tartine, di sporcare i bei vestiti di tutti quegli invitati, e di rovesciare ovunque quel cocktail nauseabondo.

Cinzia aveva sospirato, come davanti all'uscita di un parente inopportuno.  Ma forse se lo aspettava. Come se si fosse preparata il discorso gli aveva detto:

-          Paco, Benedetta non era la ragazza che pensi.

-          Ah no? Può darsi. Era amica tua. Io l'ho conosciuta giusto una settimana.

-          Benedetta era una ragazza fragile, sofferente. Si sarebbe persa comunque. Né io, né te né Piero saremmo mai stati in grado di proteggerla da se stessa. Non rattristarti, Paco, parliamo d'altro, vuoi?

Senza aggiungere nulla, Paco aveva posato il cocktail su un vassoio d'argento, aveva attraversato ragazzi che ridevano a voce troppo alta fino alla porta, e dopo un cenno della mano a Piero che voleva dire Esco un momento, si era ritrovato nel silenzio della stradina erta che scendeva verso la piazza, e portava alla chiesa.

La vista dal sagrato era esattamente come se la ricordava.

Il tramonto, rosso e viola, quasi livido.

Nessuna coppia era lì a baciarsi.

 

Sara Vallefuoco, nata a Roma, è diplomata in pianoforte e laureata in musicologia. Ha lavorato come catalogatrice di libri antichi, libretti d'opera e manoscritti musicali presso l'Archivio di San Giovanni in Laterano in Roma, l'Abbazia di Montecassino e la Biblioteca Reale di Torino. Con il racconto La gamba di gesso ha vinto nel 1999 il premio Mondadori Gran Giallo Città di Cattolica. Nel 2015 e nel 2016 con i racconti Confini (già finalista al Mystfest 2015) e Di giovedì ha vinto il Segnalibro d'Oro assegnato da una giuria composta tra gli altri da Alberto Sinigaglia, Bruno Gambarotta e Margherita Oggero. Oggi vive in provincia di Trento dove insegna materie letterarie nella scuola secondaria.

 

 
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