X Edizione Turno di Notte - Menzione Speciale Premio Giallo Garda - Carlo Zaza PDF Stampa E-mail

"Una voce da fuori, un eco da dentro" di Carlo Zaza

 

Mai vista una notte così bella.
Una luna da favola, un cielo da poesia.
L'aria bruna, dorata addirittura, appena fresca.
Unica nota stonata: il ricordo di quella voce.
Sottile, tagliente, feroce.
Una voce cattiva.
Appena un sussurro: «Buona fortuna».
(Carlo Lucarelli)

A Salò non c'ero mai stato. Sapevo che esisteva, naturalmente; ma era la prima volta che la vedevo.

Eppure ho girato parecchio. Un ingegnere che, fra l'altro, fa anche consulenze giudiziarie per incidenti stradali, è chiamato spesso in quello o quell'altro dei vari tribunali italiani, soprattutto se si è fatto una certa fama. Il pubblico ministero che ha bisogno di un esperto, e non è soddisfatto di quelli della sua sede, si rivolge al collega di concorso di cui si fida, e gli chiede un nome; e così quel nome gira, e ci si fa conoscere anche fuori dalla propria città.

Un giorno era arrivata una telefonata da Brescia; un sostituto di quella Procura della Repubblica aveva un'indagine su un incidente avvenuto sulla statale che costeggia la sponda bresciana del lago di Garda, e necessitava di una consulenza tecnica. E così, un primo viaggio a Brescia a prendere copia degli atti dell'indagine che mi potevano interessare, e poi, in giornata, una visita al luogo del sinistro; un breve rettilineo alto una ventina di metri sul livello del lago, dopo una curva stretta e prima dell'imbocco di una galleria. Un tratto del muretto sul margine della carreggiata era ancora distrutto, e sostituito provvisoriamente da una barriera in legno; da lì, una Ford Focus era precipitata nel lago. Il conducente si era salvato; lo avevano ritrovato in mezzo ai cespugli sulla scarpata, con diverse fratture, ma ancora vivo. Invece per suo fratello, seduto accanto a lui, non c'era stato scampo; rimasto chiuso nell'abitacolo, era affondato nell'acqua con l'automobile, e con quella era stato ripescato il giorno dopo. La cintura di sicurezza lo aveva protetto dai colpi durante la caduta, ma non dall'annegamento.

Niente segni di frenata o di altro genere. Quando avevo scritto la mia relazione, non avevo potuto far altro che indicare l'unica ipotesi che mi sembrava ragionevole. I Carabinieri avevano trascritto le informazioni testimoniali dei guidatori di tre autovetture che seguivano la Ford, ed erano concordi: era di sera, la Ford andava piuttosto piano, e il primo della fila l'aveva sorpassata; un attimo dopo, la Ford aveva sbandato, il conducente doveva essersi spaventato per quel sorpasso, o chissà, e aveva perso il controllo. Però, mentre il fratello era morto, lui era rimasto in vita; e quindi era stato incriminato per omicidio colposo.

 

Quel tratto di strada era nel circondario di competenza della Sezione di Salò del Tribunale di Brescia; ecco perché mi trovavo lì a testimoniare sulla mia consulenza. Ero arrivato la mattina, all'orario della convocazione, ma di processi ce n'erano altri, e il mio era slittato al pomeriggio, per cui era andato a pranzare in un ristorantino sul lungolago. Era una bellissima giornata di giugno, il sole splendeva e il porticciolo era tutto un viavai di imbarcazioni. Stavo gustando il caffè alla fine del pranzo, guardando quello spettacolo e pensando che tutto sommato il ritardo nel processo mi aveva regalato un'ora di relax niente male...ed a quel punto avevo sentito quella voce dietro di me.

Mi ero girato, e non avevo visto nessuno; o meglio, c'erano molte persone, perché alle mie spalle c'era un continuo passaggio di persone che andavano e venivano fra il lungolago e il centro della cittadina, ma nessuno in particolare sembrava essere quello che mi aveva parlato. Chissà, magari era qualcuno che parlava con altri, o al telefono, o da solo. Al momento, non ci avevo fatto più caso.

 

Il processo era iniziato nel pomeriggio. Il pubblico ministero aveva chiesto e ottenuto che, come suo consulente tecnico, assistessi all'udienza; e così avevo potuto sentire i testimoni. Il conducente della prima delle autovetture che seguiva quella dell'imputato, Sergio Montanari, aveva detto di aver sorpassato la Ford Focus e averla poi vista nello specchietto retrovisore mentre sbandava e usciva di strada. E i guidatori delle altre due automobili, Marco Dalmassi e Giorgio Perini, avevano confermato questo racconto dei fatti. Poi era toccato a me, ed avevo riferito che quanto detto dai testimoni non trovava smentita nei miei accertamenti. Il pubblico ministero aveva chiesto di esaminare l'imputato, Alberto Michelini, che però si era limitato a dire che a seguito dell'incidente non ricordava nulla di quanto era accaduto. Solo in quel momento mi ero accorto che nello spazio riservato al pubblico c'era una donna, dall'aria cupa e intristita. Avevo supposto che potesse essere la moglie di Antonio Michelini, la vittima del sinistro; e però mi era sembrato strano che non mostrasse quello che sarebbe stato un comprensibile atteggiamento di rancore verso l'imputato.

Pensavo che il processo si sarebbe concluso; ma il giudice rinviò l'udienza al giorno seguente per le conclusioni del pubblico ministero e della difesa e per la pronuncia della sentenza. Non avevo particolari motivi per assistere alla lettura della decisione; e tuttavia qualcosa da dentro mi aveva suggerito di fermarmi a Salò per quella notte.

 

Era lì, dalla finestra dell'albergo dove mi ero fermato, mentre guardavo la luna e il cielo di quella notte, che mi ero ritrovato a pensare a quella voce.

"Buona fortuna". No, non era una voce captata occasionalmente da passanti. Era troppo sussurrata, e allo stesso tempo troppo vicina e udibile, per non essere diretta proprio a me. Ma perché "Buona fortuna?" Era forse la voce di uno squilibrato, uno di quelli che a volte si trovano in giro per le strade e attaccano discorso con il primo che capita, senza una ragione? Ma c'era quella cattiveria in quella voce; era diretta a me, oppure...

Avevo con me le copie degli atti di indagine; e ancora quel qualcosa da dentro mi spinse a sfogliarli. C'erano le fotografie fatte dai Carabinieri la sera dell'incidente, con le autovetture dei testimoni ferme sul bordo della strada, meticolosamente identificate e attribuite ai rispettivi proprietari nelle didascalie; e poi quelle della Ford Focus, dopo che era stata tirata fuori dal lago. E fu allora che lo vidi; e meglio, rividi quello che dovevo aver già visto, ma a cui non avevo dato l'importanza che meritava.

 

Il giorno seguente avvicinai il pubblico ministero appena arrivò nell'aula di udienza.

«Dottore, dovrei farle vedere una cosa. Mi dispiace di averla notata solo ora».

Era un giovane magistrato onorario, come spesso lo sono i pubblici ministeri incaricati per le udienze nelle sezioni distaccate dei tribunali. Fin dall'inizio del processo mi era sembrato molto interessato al mio parere, e anche in quella occasione mi invitò a parlare tranquillamente.

«Guardi, questa è una fotografia dell'autovettura di Marco Dalmassi, quella che seguiva immediatamente la Focus di Alberto Michelini nel momento dell'incidente. Vede questa scritta in lettere metalliche sul radiatore?»

«Sì, c'è scritto "good luck"; vuol dire "buona fortuna", no?»

«Esattamente. Adesso guardi queste foto della Ford Focus. Non nota qualcosa sul paraurti posteriore? Non parlo delle ammaccature, ma di quei segni più scuri»

«Sì, è vero...da cosa pensa siano stati provocati?»

«Ecco, li confronti con quella scritta "good luck"; non vede anche lei una certa corrispondenza"»

«Beh, sì, in effetti c'è. Ma questo vorrebbe dire...»

«E' quello che pensa, dottore...l'automobile di Dalmassi potrebbe aver urtato da dietro la Focus. Noti che i segni sono sulla parte sinistra del paraurti; colpita in quella posizione, la Focus sarebbe stata spinta a sbandare a destra verso il lago»

In quel momento, per la prima volta da quando avevo cominciato a parlare con il pubblico ministero, alzai gli occhi dalle carte; e sul fondo dell'aula vidi di nuovo la donna del giorno prima. Guardava nella mia direzione. E in quel momento mi resi conto che, sul sottofondo di tristezza che mi aveva colpito il giorno precedente, quegli occhi lasciavano intravedere un lampo di cattiveria, la stessa cattiveria di quella voce sussurrata, che poteva anche essere quella di una donna.

«Mi scusi, dottore» dissi rivolgendomi ancora al pubblico ministero «la donna in fondo all'aula potrebbe essere la moglie della vittima?»

«Francamente non lo so, ma possiamo chiederlo all'avvocato di Michelini; è appena arrivato»

L'avvocato confermò la mia impressione; ed allora quella specie di eco interiore, risvegliato da quella voce, si fece sentire di nuovo.

«Io credo, dottore, che quella donna potrebbe dire delle cose interessanti sui rapporti fra Dalmassi e la vittima, se qualcuno glielo chiedesse»

Il pubblico ministero poteva reagire in due modi; dirmi di stare al mio posto, visto che ero un consulente tecnico in incidentistica stradale e non un poliziotto, oppure seguire il mio consiglio. Ammetto che la prima soluzione sarebbe stata la più logica; per fortuna scelse la seconda, ed alla riapertura dell'udienza chiese di sentire la donna come testimone.

Ariella Ardenghi in Michelini, si chiamava; e appena cominciò a parlare, non ebbi più alcun dubbio che la voce misteriosa fosse la sua. Parlò della società di commercio di generi alimentari che il marito ed il cognato avevano costituito insieme al Dalmassi; di come i Michelini avessero scoperto le appropriazioni indebite del socio, ripromettendosi di denunciarlo quanto prima; e di quella macchina con cui il Dalmassi si faceva sempre vedere in giro, con quella scritta sul davanti che lei non sapeva leggere, ma che, quando erano ancora in buoni rapporti, lui le aveva tradotto in italiano.

Conclusa la deposizione, il pubblico ministero prese la parola, e riferendo delle mie ultime scoperte chiese che l'imputato venisse assolto, e che gli atti venissero trasmessi al suo ufficio per procedere contro il Dalmassi per omicidio volontario. E così fu deciso.

Alla fine dell'udienza, i miei occhi incrociarono per l'ultima volta quelli di Ariella Ardenghi; e in quel momento vidi che quella lama di cattiveria era scomparsa. La tristezza no, quella c'era ancora.

 
Valid XHTML & CSS | Template Design the science | Copyright © 2009 by officinewort