I Classificato - Giulia Montanari con "Tutte le buone storie" PDF Stampa E-mail

Tutte le buone storie

Ci sono desideri che sembrano impossibili, così grandi e così complessi, così difficili che figurarsi, e invece in un attimo, così per caso, si avverano.

E ce ne sono altri che sarebbero lì, a portata di mano, di dito addirittura, e poi niente, via, svaniti, scomparsi.

E questo?

Qual era, cos'era, questo?

È una domanda che mi faccio tuttora, anche qui, anche adesso. E di tempo per farmi domande ne ho in abbondanza visto che, come saprete, mi hanno dato diciassette anni. Il mio avvocato, un disadattato che si chiama Gianmaria e ha il pomo d'Adamo più sporgente che io abbia mai visto, dice che posso presentare ricorso e farli ridurre a dieci, ma non ci conterei troppo. È giovane, il mio avvocato: credo che sia intorno ai trent'anni o giù di lì. Il babbo è avvocato a sua volta, naturalmente, e anche mammina lavora nello studio di famiglia: risponde al telefono, fissa appuntamenti, quel genere di cose. Non credo che Gianmaria (si può avere un nome più imbarazzante? Dio santo) desiderasse fare l'avvocato: lo vedrei meglio dietro la cassa in un negozio di alimentari, o a preparare delle pizze - qualcosa di non troppo complicato. Un po' mi dispiace per lui. Ma sto divagando: mi succede spesso. Voialtri ci sarete abituati, immagino.

"Tutte le grandi storie hanno alla base un desiderio insoddisfatto," aveva detto una volta il mio insegnante di letteratura. Aveva fatto una pausa ad effetto e poi aveva aggiunto "E tutte le buone storie sono, in un modo o nell'altro, storie di desiderio."

Me lo ricordo bene perché, all'epoca, mi sembrò un'idea molto profonda. Me l'annotai e la sottolineai con la penna.

Era una banalità, naturalmente, e la vera ragione per cui ne fui così colpita è dovuta al fatto che ero incantata dalla bassa, dolce cadenza della sua voce. Oh, era un parlatore meraviglioso, quell'uomo: riusciva a far sembrare audace e originale anche il concetto più trito di questo mondo. Dev'essere per quello che ci sono finita a letto.

Come tutte le banalità, comunque, anche in quella c'era del vero: tutte le buone storie sono storie di desiderio, e, se non sono sicura che la mia sia una buona storia, posso dire con certezza che è una storia di desiderio.

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L'idea mi è venuta per via di quel caso famoso, non so se ve lo ricordate: è successo alla fine degli anni Sessanta, mi pare, in provincia di Pavia. Se ne parlò un sacco, all'epoca, e ogni tanto la storia rispunta in qualche trasmissione tv, di quelle che vanno in onda in seconda serata.

È lì che ne ho sentito parlare la prima volta: un agricoltore mangia un cioccolatino e cade morto; un paio di giorni dopo una cugina, che è venuta per il funerale, mangia un dolcetto e bam, morta stecchita anche lei. Poi è la volta della nonna e di altre due ragazze in visita alla famiglia: la polizia comincia a sentire puzza di bruciato e dispone l'autopsia su tre dei corpi. Si scopre che c'è abbastanza parathion nei loro stomaci da stendere un toro. Era un antiparassitario, il parathion, una roba così tossica che al confronto l'arsenico sembra zucchero a velo: adesso non si usa più.
Insomma, alla fine viene accusato un parente pieno di debiti, un tale che sterminando la famiglia avrebbe ereditato un mucchio di soldi. Peccato che ci resti secco prima che la questione venga chiarita - avvelenato anche lui. Il Borgia di Montù Beccaria, lo chiamavano i giornalisti: non è un soprannome simpatico?

A me non avete dato nessun nomignolo carino, invece; e io non avevo nessun prodotto letale pronto all'uso: ho dovuto arrangiarmi come potevo. Ormai non si trovano più quei bei veleni rapidi e indolori da romanzo poliziesco: una volta si poteva ricavare tutto l'arsenico che si voleva dalla carta moschicida, o comprare il cianuro in farmacia con la scusa di eliminare un nido di vespe. Adesso questi bei metodi non si possono più usare, con buona pace di Agatha Christie e dei suoi compari. Ma io sono una persona creativa, e quando qualcuno desidera veramente qualcosa, impara a ingegnarsi, non è così? E io desideravo tanto andare via.

Per un po' ho giocherellato con l'idea di usare le foglie degli oleandri: la nonna ne aveva tanti. Facevano un mucchio di fiori bianchi e rosa, d'estate, e con un paio di rametti avrei potuto spedire all'altro mondo un esercito.  Mi sono sempre piaciuti.

Il problema con le foglie di oleandro - come anche con la digitale e l'aconito, tutte piante che avevo in giardino - era che si sarebbe capito subito che li avevo avvelenati. Non andavano bene, mi spiego? Ho dovuto scartare anche la belladonna per lo stesso motivo, nonostante il bosco ne fosse pieno. Ha un nome così pittoresco: belladonna. Mi è dispiaciuto non poterla usare.

Ma alla fine ho dovuto ricorrere al vecchio trucco dei funghi velenosi confusi con quelli commestibili. Era un rischio, naturalmente, perché avrei dovuto stare male anch'io per rendere la faccenda credibile. Ma sapevo come regolarmi.

Trovare i funghi è stata la parte più facile: se c'è una cosa che non manca in questo posto desolato sono i funghi, e gli angeli della morte sono praticamente dappertutto.

Angeli della morte è il modo in cui li chiamano nei dintorni. Li chiamano anche ovoli bastardi, ma il nome scientifico è amanita phalloides, e per la cronaca si scrive p-h-a-l-l-o-i-d-e-s: non fate come quei ciarlatani del Corriere che hanno sbagliato l'ortografia. Sono errori da dilettante.

Ho scelto quelli perché è così facile confonderli con altri funghi che anche i più esperti, a volte, sbagliano. Ogni anno c'è qualche caso di avvelenamento da funghi, nelle nostre montagne.

La parte difficile è stata aspettare il momento giusto. Ho dovuto tagliarli a pezzettini e nasconderli in fondo al freezer, dentro un barattolo di gelato vuoto che avevo conservato: sono rimasti lì per quasi un mese prima che si presentasse l'occasione di usarli. Avevo il terrore che a qualcuno venisse voglia di gelato.

Quando mamma ha deciso di preparare la polenta coi funghi per il pranzo della domenica per poco non mi sono messa a piangere di contentezza. Come al solito ha preparato il sugo la sera prima, e come al solito ha lasciato la pentola sui fornelli, chiusa con un coperchio. Dice sempre che, a lasciarlo riposare una notte, i sapori si amalgamano meglio... beh, insomma, lo diceva.

Ho aspettato che dormissero tutti; poi mi sono alzata, sono andata a prendere i miei funghi nel freezer, li ho buttati nella pentola insieme agli altri e ho riacceso il fuoco: nel giro di un quarto d'ora avevano lo stesso colore degli altri. Nemmeno io avrei più saputo distinguerli.

Sapete che basta un milligrammo di amanita per chilo di peso corporeo per causare danni irreversibili al fegato di una persona? L'ho letto su Internet. E se c'era una cosa su cui potevo contare con certezza quasi matematica era che i membri della mia famiglia avrebbero mangiato ben più di quella quantità. Sono dei gran mangiatori di funghi. Voglio dire, erano.

Certo, in quel momento ho corso un bel rischio: se qualcuno fosse entrato in cucina - che so io, per bere un bicchiere d'acqua - avrei avuto il mio bel daffare per spiegare cosa stavo combinando. Avrei sempre potuto dire che mi faceva male lo stomaco e mi ero alzata per farmi una tazza di camomilla o qualcosa del genere ma, insomma, come scusa non è che reggesse molto bene: per fortuna non si è alzato nessuno, e il giorno dopo si è dato fondo al sugo di funghi con gran soddisfazione di tutti. Non ce n'è rimasto nemmeno un cucchiaio: ci ha pensato mio fratello, quel maiale, a pulire la pentola.

Quando, durante la notte, hanno cominciato tutti a stare male, per un attimo mi è dispiaciuto. Soprattutto per la nonna: mi era simpatica, e vederla vomitare in quel modo è stato... beh, non è stato piacevole. Quando ha alzato la testa, mi ha guardato e mi ha pregato di chiamare il dottore, per poco non le ho dato retta. Mi faceva pena, poverina. Ma ormai era fatta, e non potevo tornare indietro.

Ho dovuto farli fuori tutti quanti. Ho dovuto, capite?

Ma non l'ho fatto per i soldi, come quel tizio del parathion. Sul serio.

O meglio - sì, certo che l'ho fatto per i soldi - in un certo senso. Ma non era quello il punto: il punto, come ho cercato di spiegare anche ai vostri colleghi, era il desiderio: il desiderio di andarmene da quel paese dimenticato da Dio e non tornare mai più. E, se fosse rimasto anche solo un membro della famiglia, prima o poi sarei dovuta tornare. Mi avrebbe attirato indietro.

Chi non ha mai vissuto in un piccolo paese come il mio non può capire il senso di prigionia che si insinua nella vita delle persone, la sensazione che la propria esistenza sia segnata, in un modo sottile ma inesorabile. Vedete, non conosco nessuno che sia riuscito davvero ad andarsene da qui: sì, è vero, c'è sempre qualcuno che trova lavoro in città, e qualche ragazza che sposa un tizio di fuori e va ad abitare lontano.

Ma - e questo, questo, signori miei, è il problema - tornano sempre tutti: è come se ci fosse un filo invisibile che li lega a questo posto maledetto. No, mi sono espressa male - non è un filo: è un elastico.
Più lontano si va e più l'elastico si tende, e più si tende, più violentemente scatta all'indietro. C'è chi torna per nostalgia, chi perché, perso il lavoro o finito il matrimonio, non sa dove andare; chi perché qui abitano ancora i parenti, e chi perché, morti i parenti, eredita una casa: e chi glielo fa fare, di vivere in città, quando c'è una bella casa di proprietà in campagna che li aspetta? Non importa che la casa sia vecchia e scomoda, o che i parenti siano degli insopportabili rompipalle: nessuno sfugge alla forza gravitazionale di questo buco infernale.

Ma a me non sarebbe successo: io avrei tagliato l'elastico. Me lo diceva sempre, quel mio professore (quello che parlava così bene): sei troppo sveglia per restare in quella landa sperduta fra i monti, mi diceva. E aveva ragione. Oh, se aveva ragione.

E ci sono riuscita: ho tagliato l'elastico. Ho tolto di mezzo la mia famiglia e avrei anche venduto la casa, se non avessi commesso un paio di errori che mi sono costati la libertà.

Sono stata stupida, e - come avrebbe detto il mio professore - ho peccato di hybris.

Per prima cosa, non sono stata abbastanza male. Avevo letto quali erano i sintomi da avvelenamento da falloidine, e non posso dire che l'idea di vivere con danni permanenti al fegato mi sorridesse. E poi detesto vomitare. Per quello ho mangiato pochissimi funghi, e il carabiniere che mi ha interrogato non sembrava troppo convinto della mia scusa - ossia che non stavo bene, quel giorno, e non avevo fame.

A me sembrava plausibile.

Poi c'è stata la faccenda del barattolo di gelato: non ho pensato di lavarlo, prima di buttarlo nella spazzatura, e un vicebrigadiere particolarmente zelante l'ha ripescato e l'ha fatto analizzare. Mai fidarsi delle barzellette sui carabinieri: sfortunatamente per me, non sono tutti pigri e stupidi.

Ma quello che ha firmato la mia condanna è stata l'imprevedibilità delle amatossine. Sono veleni complicati, bizzarri, di cui non ci si può fidare: un grammo può fare la differenza fra la vita e la morte. E mia nonna - fumatrice, cardiopatica e ultraottantenne - che secondo tutte le previsioni avrebbe dovuto essere la prima a morire, se l'è cavata. Non è proprio in ottima forma, questo no, ma quando si è svegliata dal coma stava bene abbastanza da raccontare come, quando mi aveva supplicato di chiamare il 118, ero rimasta a guardarla.

Ero a tanto così dal realizzare il mio desiderio. Tanto così.

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Non tornerò più nel paesino dove sono nata. Non sono nel posto in cui avrei voluto essere, è vero, ma almeno non sono .

In un certo senso, ho avuto quello che volevo. E in un certo senso, ho avuto esattamente l'opposto di quello che volevo: se a casa mia mi sentivo come in una prigione, come dovrei sentirmi adesso, che sono in prigione sul serio?

Tutte le buone storie sono storie di desiderio.

Ci sono desideri che sembrano impossibili, così grandi e così complessi, così difficili che figurarsi, e invece in un attimo, così per caso, si avverano.

E ce ne sono altri che sarebbero lì, a portata di mano, di dito addirittura, e poi niente, via, svaniti, scomparsi.


 
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