II Classificato - Jacopo Montrasi con "Priorità" PDF Stampa E-mail

Priorità

Ci sono desideri che sembrano impossibili, così grandi e così complessi, così difficili che figurarsi, e invece in un attimo, come per caso, si avverano.

 

E ce ne sono altri che sarebbero lì, a portata di mano, di dito, addirittura, e poi niente, via, svaniti, scomparsi.

E questo?

Qual era, cos'era, questo?

 

One.

 

- Baretti, Enrico Scoliti ed Eleonora Perisi hanno commentato la tua foto. -

- A Francesco Brambilla e altre 344 persone piace la tua foto. -

- Francesco Brambilla ha commentato la tua foto. -

In un paio d'ore era riuscita ad accaparrarsi trecentocinquanta like e una trentina di commenti. Si poteva fare di meglio. Le ultime fotografie avevano raggiunto quasi mille interazioni nel giro di mezza giornata, quindi qualcosa non girava come doveva.

 

Se non mi becco almeno seicento Like, sono fatta.

Le preoccupazioni di Dafne non erano cosa da poco. Si parlava di reputazione.

E la reputazione, era fatto noto, contava più di ogni altra cosa.

- A Manuel Gandini, Frank Lo Bianco e altre 360 persone piace la tua foto. -

 

«Forza. Muovetevi.» Erano dieci minuti che aveva bisogno di pisciare, ma ogni volta che cercava di allontanarsi, una notifica la bloccava e la trascinava verso lo smartphone, perennemente sotto carica.

 

- A Milena Gargantini, Davide Motta e altri 371 piace la tua foto. -

 

Le gocce di pioggia striavano i vetri delle finestre di malinconici rigagnoli verticali. Dalla strada provenivano i rumori delle automobili che sfrecciavano verso la città. Al piano di sotto la televisione proiettava ombre sui muri accompagnate da un ronzio incomprensibile di parole.

 

«Dafne» chiamò la madre.

«Che vuoi?»

«È pronto in tavola, scendi!»

«Arrivo.»

««Sbrigati, sono già le otto e mezza.»

Eccheccazzo.

«Arrivo, ho detto!»

Nemmeno cinquecento like. Una disfatta.

Rispose a un commento lusinghiero del solito arrapato quarantenne, per uppare la foto e riportarla al top della bacheca Facebook.

Quella stronza di Sofia aveva pubblicato uno scatto provocante, con l'espressione da meretrice navigata e l'aureola di un capezzolo che spuntava dal reggiseno.

Aveva già fatto seicento like in mezz'ora.

Puttanabagascia.

«Dafne, ti muovi?» Il tono della madre era stizzito, al limite dell'esasperazione.

«Arrivo, un secondo!»

«La cena è in tavola! Si raffredda tutto! Ti muovi?»

«Sto arrivando, Cristo!» urlò istericamente Dafne, staccando con violenza il cavo di ricarica dallo smartphone.

Neanche un terzo di carica. Se si spegne sono fottuta.

La voce del padre la raggiunse alle spalle.

«Dafne, allora?»

La voce era seria, e triste.

Per un attimo la curiosità verso il mondo reale tornò a prendere il sopravvento, e Dafne osservò l'espressione dell'uomo. Le sembrò che una ruga mai scovata gli solcasse il volto. Come una frase mai detta, un dolore mai espresso.

Il cellulare vibrò di una notifica.

Suo padre svanì, e la famelica curiosità era rivolta al simbolo della campanella che brillava sullo schermo dello smartphone.

Seguì l'uomo in cucina, spolliciando sullo smartphone.

«Finalmente ti sei degnata di raggiungerci» sibilò la madre, come fosse un boia sul patibolo, in attesa della vittima.

Dafne la percepì appena. «Hai pesato la mia pasta? Me ne hai messi cinquanta grammi?»

«Sì, anche se mi sembra ridicolo. Sei alta un metro e settantadue e pesi meno di cinquanta chili. Stai sparendo. Sembri malata.».

«Dai, non rompere. Non voglio discutere per ancora del mio peso, lasciami perdere.»

La madre le mise il piatto davanti e, in silenzio tornò a sedersi. L'atmosfera era stranamente pesante, come ci fosse un commensale sconosciuto al tavolo.

«Buon appetito» sussurrò il padre, smorzando la tensione.

«Buon appetito» rispose Dafne, con l'intento di zittire la madre. Una vibrazione le eccitò l'anca. Cercando di non farsi notare, estrasse sotto il tavolo l'iPhone dalla tasca e lesse la notifica.

- Enzo Ianna e Lucia Celli hanno aggiunto una reazione alla tua foto. -

 

- Sofia Diamante ha commentato la tua foto. -

Sofia?

 

Cercando di non attirare l'attenzione dei suoi genitori sbloccò lo smartphone e lesse la notifica.

- Bellissima! Quel vestito ti sta ancora meglio dell'anno scorso! -

 

 

«Stronza!» sbottò, senza rendersi conto di aver urlato.

«Che ti prende? Sei impazzita?» tuonò il padre, l'espressione basita.

«Scusa, ero sovrappensiero» rispose, appoggiando l'iPhone sul tavolo.

«Lo sai che non voglio ti porti quel maledetto telefono anche a cena» imprecò il padre, stizzito.

«E poi, io e la mamma ti dobbiamo parlare.»  Il tono della voce era scuro.

Quella stronza ha praticamente detto al mondo che il vestito che indossavo nella foto è dell'anno scorso.

Dafne fremeva, ribolliva, mentre cercava di ascoltare il padre.

Sgualdrina.

«Dafne, io e tua madre, insomma... non... non abbiamo la sintonia di una volta. Non andiamo più d'accordo e non riusciamo più a fronteggiare la situazione» esordì il padre, impacciato.

«Mmm... ho capito, e quindi?»

«Be', senza troppi giri di parole, abbiamo, ecco... abbiamo deciso di separarci» concluse la madre.

«Ah, bene. Pure questa, adesso... complimenti, ottima scelta» ribatté, tenendo d'occhio lo smartphone. «E naturalmente a me non ha pensato nessuno. Cioè, con chi devo andare a vivere? Posso scegliere oppure lo avete già deciso a tavolino?»

Ripose l'iPhone in tasca, buttandoci l'ultima fugace occhiata, poi fissò i suoi genitori in attesa di una risposta.

«Non abbiamo deciso niente» riprese il padre, chiaramente a disagio. «Però pensiamo che per i primi tempi sia meglio tu rimanga con mamma» cercò con lo sguardo la moglie, per ottenere manforte.

«Per ora non c'è nulla di definitivo, non stiamo divorziando» intervenne la donna.

Dafne sentì vibrare l'ennesima notifica dalla tasca dei pantaloni.

Maledizione. E adesso? Sarà Sofia che rincara la dose sul vestito vecchio... o forse Maria, peggio ancora! Ma come diavolo mi è venuto in mente di mettermelo? Non potevo mettermi quello rosso che ho comprato venerdì scorso? Stupida! Devo trovare una soluzione...

«Separarsi significa prendersi una pausa, rendersi conto se sia ancora possibile costruire un futuro insieme, come una famiglia, oppure constatare che non ci sono più le energie sufficienti per continuare» spiegò il padre, senza mai incrociare il suo sguardo.

«E chi se ne va? Chi rimane?» lo interruppe Dafne impietosa.

«Io e te staremo qui» disse la madre. «Il papà, per ora, andrà a stare in affitto al Motel in fondo alla strada.»

«Che schifo, li ci sono solo extracomunitari! Non posso nemmeno venirti a trovare, a meno che tu non mi voglia vedere stuprata e buttata in qualche angolo» obiettò Dafne.

«Costa poco, e poi è una soluzione temporanea» suggerì l'uomo.

«Non ho molti soldi da parte e non voglio venire meno ai miei impegni di genitore. Quindi, per un po' il Motel andrà bene. Poi mi sistemerò da qualche parte, oppure, se le cose miglioreranno tornerò a casa.»

Cazzo, sono un genio!

Dafne era in preda a un'incomprensibile euforia.

«Vabbè, ho capito. E comunque avete già deciso tutto anche per me. Senza chiedermi nulla, come al solito.» Atteggiò il volto a una severa tristezza di circostanza. «Se permettete, adesso vado nella mia stanza.»

«Vai pure» Disse la madre, «ma fra un'oretta scendi a salutare papà.»

«Ok. Vi ringrazio per la perfetta adolescenza che mi si prospetta» rispose la ragazza, salendo le scale con passo pesante.

 

Two.

 

 

Il padre la guardò salire le scale, e una lacrima irriverente sfuggì allo stoico controllo delle sue emozioni.  Si passò una mano sul viso, proprio mentre la figlia spariva nella camera, sbattendo la porta.

«Le spiegherai tutto?» chiese alla moglie.

«Un giorno. Quando sarà più grande. Per ora sta già soffrendo abbastanza. E soffrirà ancora, quando capirà che non ci sarai più nei piccoli gesti quotidiani, nelle cose normali.»

«Betta, io ti amo ancora. Come siamo arrivati a questo punto?» L'uomo prese la mano della moglie, ma lei la divincolò con fiera durezza.

«Come ci siamo arrivati? Che faccia tosta hai! Ti ho trovato a braghe calate con la tua collega, e hai anche il coraggio di chiedermi perché ci stiamo lasciando? Che fai, vuoi dirmi che mi ami ancora? Ci dovevi pensare prima di infilare la tua chiave in un'altra serratura.»

Si mise a lavare i piatti con rabbia ostentata.

«Cristo Betta, te l'ho spiegato mille volte.»

«Ah sì? E che cosa mi hai detto? Che non ti se mai abituato a fare il padre? Che non ti dedicavo più le stesse attenzioni di prima? Che non ti sentivi più desiderato?» i piatti cocciavano pericolosamente nel lavandino pieno di schiuma.

«Pensi di essere l'unico a sentirsi così? Pensi che io sia desiderosa di arrivare sempre stanca dal lavoro, dover sbrigare tutte le faccende domestiche, non avere mai i capelli a posto, di non avere mai il tempo di truccarmi nemmeno un pochino, giusto per sentirmi carina ai tuoi occhi?» Il tintinnio dei piatti cessò, permettendo al silenzio di riempire la cucina.

«Credi che la sera, quando mi infilo vicino a te nel letto, sia felice di vederti con il muso affondato nel tablet, mentre mi auguri buonanotte senza degnarmi di uno sguardo? Cosa pensi, che io sia ancora felice, con te?»

Anni di complicità stuprati da un'oscena, scioccante delusione.

«Pensi di essere la vittima di casa, ma non ti rendi conto che non sei la fatina alle quale ho tagliato le ali. Sei uomo, e come tale ti devi comportare. Devi essere la roccia, lo scoglio sul quale si infrangono tutte le intemperie della vita. Ho bisogno di sentirmi ancora bella, lo capisci? Ma tu no. Tu mi hai tradita, e per questo mi hai strappato l'orgoglio, hai ucciso il mio amor proprio, la mi autostima. Hai minato dalle fondamenta tutto ciò in cui credevo: amore, famiglia, l'idea di invecchiare insieme. Con un gesto hai distrutto tutto. Ora sono solo un guscio vuoto, e la cosa deprimente è che nonostante tu sia qui davanti a me, io non veda più l'uomo che ho amato, ma solo un bambino incapace di tenerselo nei pantaloni.»

Il marito la guardò, e la vide per quello che era. Una donna cinquantenne, in piedi, davanti al baratro di un futuro oscuro e incerto.

«Ho sempre cercato di essere un buon compagno.»

«Scopandoti le altre?»

«Ho sempre anteposto te a me, modellando la mia vita sulle tue esigenze, sulle nostre esigenze. Volevi essere madre, e sei diventata mamma» l'uomo si fermò, si sprimacciò gli occhi e prese un profondo respiro, prima di continuare. «E in quel momento mia moglie è sparita, soffocata dall'essere madre. Non guardarmi in quel modo. Anch'io amo alla follia Dafne, lei è tutta la mia vita. Sai che è così. Ma amavo alla follia anche te. Tu eri la mia vita, prima di decidere di escludermi, prima di buttarmi fuori dalla porta, di relegarmi in un angolo come un libro già letto. Sono stato paziente, ho aspettato, poi ho cercato di fartelo capire, ho urlato, ho lottato. Ci ho provato per più di dieci anni, Betta. Sai quanti sono? Ma non ti ho più ritrovata. E poi, un giorno come un altro, mi sono stancato. Forse l'amore non è cieco, ma presbite, e comincia a vedere i difetti a mano a mano che ci si allontana. In effetti, ho iniziato a notare ogni tuo difetto. Non l'ho fatto apposta, ma mi saltavano agli occhi. Quelli piccoli, irrilevanti. Quando termini le frasi che pronunciano in televisione. Quando ti concentri e tieni la punta della lingua appena fuori dalle labbra. Le braccia che ti cadono come morte ai lati del corpo mentre ascolti qualcuno con attenzione. La compulsione con la quale ti mangi le unghie. E molti altre piccolezze, insignificanti, lievi, nascoste nelle pieghe di una vita insieme.»

Non ci fu alcuna reazione. La moglie si limitò ad ascoltare, occhi bassi, in silenzio.

«E allora, invece di parlarmi, hai preferito tradirmi?» disse infine.

«Ho cercato di spiegartelo, ci ho provato in tutti i modi! Poi ho incontrato Stefania.»

Le mani della moglie tremarono.

«L'ho conosciuta per caso, un giorno, dopo il lavoro. Prendevo un caffè, pensieroso. Lei mi ha chiesto lo zucchero. Niente di rilevante. Lo zucchero. Abbiamo parlato molto, del più e del meno, e abbiamo scoperto di lavorare per la stessa società, in due uffici vicini. Ci siamo dati appuntamento per il giorno successivo. Ho preso ferie, ma non ti ho detto nulla, e invece di andare a lavorare, ho incontrato lei. Quasi per gioco, per trasgressione. Poi le cose sono andate avanti da sole. Ci siamo trovati in un letto, imbarazzati come due adolescenti. Mi sono sentito desiderato, come non mi sentivo da anni. La sera sono tornato da te, a casa. Eri qui, in cucina, e ho avuto un moto di rimorso e di affetto nel vederti preparare la cena per tutti. Mi sentivo in colpa, come mai mi ero sentito nei tuoi confronti e in quelli di Dafne. Avevo deciso di troncare subito con Stefania e di dimenticare in fretta quella sbandata, in nome dell'amore e della famiglia. Avevo sbagliato, e sì, tu mi amavi e non ti meritavi un simile comportamento. Ti ho abbracciato, da dietro, e ti ho baciata sul collo. E sai qual è la prima cosa che mi hai detto?» attese che la moglie rispondesse, ma lei continuò a restare in silenzio, guardandosi le mani strette sotto il tavolo.

«Smettila» continuò lui. «Mi hai detto di smetterla di baciarti e di pensare a portar fuori la spazzatura. Ed è stato in quel momento che capito che con te non avrei più potuto essere felice.»

«Se eri tanto infelice, perché non mi hai lasciata? Perché hai mantenuto il piede in due scarpe per più di quattro anni? E soprattutto, perché ora menti dicendo di amarmi ancora? Chi ama non tradisce, e chi tradisce non ama.» sbottò lei. Alzò gli occhi per fissarlo, e il marito vide le lacrime amare che rigavano il volto stanco. Ebbe voglia di accarezzare quel volto, di coprire di baci quegli occhi che per molti anni erano stati per lui come acqua fresca in una giornata di sole.

«Ti ho già detto che la mia relazione con Stefania è ripresa solo poche settimane fa. E che abbiamo rifatto l'amore solo quella volta in cui sei tornata prima dal lavoro e... hai capito. Per quattro anni ho evitato di rivederla, perché volevo tornare a essere felice a casa mia. Quante volte ti ho chiesto di uscire a cena? O di andare a farci un weekend fuori? Quante volte hai inscenato mal di testa o stanchezza quando cercavo di fare l'amore con te? L'importante era avere la casa pulita, perché non si sa mai. Fondamentale ogni weekend, invece di uscire, andare a pranzo da tua madre, altrimenti si offende, è domenica! e fare ogni giorno tutte quelle cose così banali e noiose, da uccidere ogni voglia di vivere».

Non fumava da anni, anzi, intimava spesso Dafne di smetterla con tutte quelle sigarette, lamentandosi di quanto fosse fastidioso l'odore di fumo per casa, ma in quel momento di dolore, quello stesso odore che proveniva dalla camera della figlia si era trasformato in un profumo inebriante e irresistibile. Valutò seriamente la possibilità di andare di sopra e sfilare una sigaretta a Dafne. Poi lo sentì. Un pianto convulso provenire dal piano di sopra.

«Dafne!» esclamò la madre, precipitandosi verso le scale.

«Betta, aspetta!» la bloccò, prendendola per un braccio.

«Lasciala sfogare. Probabilmente ci ha sentiti litigare. Ha solo quattordici anni, dalle il tempo di metabolizzare.»

«Mia figlia ha bisogno di me! Lasciami» sibilò la moglie fuori dai denti, liberando il braccio dalla presa.

«Come siamo arrivati a questo punto?»

L'uomo si sedette sugli scalini, la testa fra le mani.

 

Three.

 

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- A Sofia Diamante e altre 622 persone piace la tua foto. -

 

«Ah, Ah! Stronza!» civettò Dafne, eccitata.

«Hai messo il like, finalmente! Ti è costato, vero?» si alzò in piedi e saltellò felice sul letto.

Ce l'aveva fatta, aveva sbaragliato tutte le sciacquette della scuola. Canticchiò un motivetto da stadio mentre si rimirava soddisfatta nello specchio davanti al letto.

«Chi è la migliore? Chi è la più desiderata? Chi? Dafne. La ragazza più gnocca di tutto il liceo.»

Si pavoneggiò davanti allo specchio, le mani intrecciate sopra la testa, simbolo di vittoria. Una nuova notifica la fece fiondare sullo smartphone.

 

- Violetta Zamboni ha commentato la tua foto. -

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Lacrime di gioia le inondarono il viso. Non riuscì a fermarsi e si trovò a singhiozzare uggiolando davanti allo schermo dell'iPhone.

«Oddio!» urlò tra le lacrime.

Violetta Zamboni frequentava la classe quinta, aveva diciassette anni e usciva con quelli dell'Università. La venivano a prendere davanti scuola, con la macchina! Era la ragazza più imitata, desiderata, ambita e rispettata di tutta la scuola. E naturalmente era anche quella più invidiata. E aveva messo il suo sigillo sulla foto di Dafne. Con il cuore in gola, cliccò velocemente sulla notifica del commento e lesse, centellinando ogni parola.

 

- Mi dispiace per te, ti sono vicina. Stai bene con il trucco scuro. Ci vediamo a scuola. VZ -

 

«VZ! Violetta Zamboni!» esclamò, ancora incredula. Rimirò il trucco in stile "Emo", con quel tocco di stobeneanchedasolamahotantobisognodamore che non guastava mai. Si accese una sigaretta.

«Ci vediamo a scuola, ha scritto!» rise mentre cliccava Mi Piace sul commento della compagna.

«Sono proprio un genio!»

Aprì la finestra e guardò fuori. La serata era fresca e serena, e i grilli suonavano per lei la loro serenata. In lontananza, dolce come l'urlo della sirena, sentì una porta cigolare.

«Non vedo l'ora sia domani» sospirò felice.

 

Four.

 

Un colpo di tosse lo fece quasi rimettere. Schiacciò la sigaretta nel posacenere.

«Idea stupida» disse, mentre raggiungeva a passo lento la stanza dove aveva lasciato la valigia.

Entrare per l'ultima volta in quella camera, vedere il letto matrimoniale dove per anni aveva dormito con la moglie, fu come prendere un pugno diretto nello stomaco. Si fece forza e radunò le ultime cose. Prese il tablet e lo ripose nella tasca davanti della valigia. Mise le chiavi della macchina in tasca. Strappò il pigiama da sotto il cuscino e lo buttò nei panni da lavare.

Infilò il portafogli nella tasca interna della giacca e si diresse verso le scale, per andare a salutare Dafne.

Arrivato in cucina, sentì la moglie piangere sulle scale; decise di aspettare qualche minuto, per non aggiungere altro imbarazzo a quella già difficile situazione. Appoggiò le chiavi della macchina sullo stipite della cucina, tornò in camera ed estrasse il tablet. Non voleva pensare, il suo cervello era saturo.

Cliccò sull'icona di Facebook e cominciò a guardare senza vedere i vari post pubblicati dagli amici.

A un tratto si fermò, riconoscendo una fotografia di Dafne.

La foto era stata postata mezz'ora prima. Dopo cena, mentre lui e Betta stavano litigando.

Dafne era sdraiata sul letto, un pesante trucco nero sugli occhi. Indossava una minigonna in pelle e un corpetto di pizzo nero. Il selfie era stato scattato dall'alto, con il braccio teso sopra la testa. Il seno era in bella mostra e la piega del braccio ne accentuava le forme. Il volto era atteggiato a provocante, estrema, sensualità.

Lesse la didascalia della foto, e uno stiletto gli si conficcò nel cuore.

 

- I miei genitori si stanno separando...  :(

Triste io! Chi viene a consolarmi? -

 

Preferì non leggere i commenti di risposta. Il tremore delle mani guidò il pollice a cliccare un like al post della figlia. Spense il tablet e lo rimise al suo posto. Si vesti di fretta, prese il bagaglio e si diresse verso la porta di casa.

«Bastiano?» sussurrò la voce di Betta alle sue spalle.

Si girò e vide sua moglie, piccola e triste nel suo trucco disfatto, porgergli le chiavi della macchina.

«Non saluti Dafne?»

L'uomo sorrise, mesto. Accarezzò il volto della moglie e la salutò, con tutta la dolcezza di cui era capace.

«A presto, amore mio» furono le sue ultime parole, prima di chiudersi la porta alle spalle.

L'aria della sera lo colpì, gelida, sul volto. I grilli urlavano il loro disappunto ai lati del vialetto.

Bastiano Bucci entrò in macchina ed accese i fari. Il buio si ritirò rispettoso davanti al suo fallimento più grande. Guardò in alto, e vide Dafne alla finestra, gli occhi indifferenti rivolti verso un domani senza di lui.


 
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