1° Classificato - Linee di fuga di Raffaella La Villa PDF Stampa E-mail

 

LINEE DI FUGA di Raffaella La Villa

 

Ci sono giornate fatte solo di una lunga attesa, che non passano mai. I minuti si gonfiano e si allargano, riempiono tutti gli spazi e sembra quasi che li puoi toccare.

È un'attesa snervante, che ti fa rimanere rigido, con i muscoli tesi e i denti serrati, le mani che sudano e la mente inceppata, ferma solo su quell'unico pensiero.

Quanto tempo si può rimanere così, immobile ad aspettare?

Un giorno?

Un mese?

Un anno?

Per sempre?

Alla fine, Riccardo si ricordò di inspirare.

Un respiro violento, da annegato, che bruciava i polmoni e avvelenava il sangue. Un odore acido di sterpi bruciatee di terra bagnata avvolgeva la campagna. Riprese il sentiero sterratoche costeggiava il canale ormai secco, bordato di erbagiallastra. A sinistra, il campo di granoturco, dove la mietitrebbia era passata lasciando solo pannocchie spolpate e lunghe foglie bianche e polverose.

Respirò ancora. Avidamente. Profumo di segatura fresca e di funghi nascenti.

Non ce la faceva più.

Guardò a destra, verso ovest, dove il riso maturo aveva riflessi di rame e i confini dei campi tracciavano impossibili linee di fuga.

Un altro raccolto si stava preparando, ma non per lui.

L'orizzonte era una ferita aperta, dilaniata dai filari dei pioppi.Socchiuse gli occhi alla luce che si coagulava e ravviò i pochi capelli bianchi. La mano gli tremava più del solito.

I passi lo avevano condotto al bosco, come ogni sera.

Il bosco che era ancora lì, nonostante tutti i cambiamenti, dissodamenti,meccanizzazione, pesticidi, fertilizzanti e poi, ritorno al biologico, colture sperimentali, riscoperta di colture antiche, protezione dell'ambiente.

Riccardo non se n'era mai andato.

Il bosco nemmeno.

Anche la cascina era ancora in piedi. Certo, più silenziosa di un tempo, con l'aia deserta dove si sentiva solo lo zampettare del suo cane. Una moglie distante lo aveva abbandonato presto, prima che ci fosse la possibilità di un figlio, e dei campi non era più lui a occuparsi, ormai.

Eppure, era rimasto.

Lui e il bosco.

E al centro del bosco, la quercia.

Alzò lo sguardo e gli sembrò di sentire un fruscio tra i rami, come di qualcosa che dondola. I denti si serrarono più forte. Si irrigidì ancora di più. Il sudore scese lungo la schiena. Restò in attesa. Immobile. Forse era...?No, solo un airone, nel suo breve volo bianco dal piccolo stagno dietro ai cespugli.

Riccardo inghiottì a forza un sorso d'aria umida e si inoltrò tra gli arbusti.

La radice sporgente era sempre lì, coperta di erba rada e muschio. Si sedette, come in un'altra vita aveva l'abitudine di farecon Rosina.

Smise di resistere. Appoggiò la testa al tronco e chiuse gli occhi.

Lei si stava già avvicinando a passi leggeri. Si sedette di fianco a lui, delicata, quasi senza peso.Poi gli appoggiòil volto sulla spalla. Sentì isuoi capelli scuri e freddi che gli scivolavano addosso. Rabbrividì, ma non si ritrasse.

«Ciao», le sussurrò, ma voleva dirle che l'amava più della sua stessa vita e che senza di lei non riusciva più nemmeno a respirare e che il tempo non faceva che dilatarsi a dismisura solo a pensarla, che solo a pensarla moriva e che...

«Ciao», rispose lei.«Guardami!»

«Non posso.»

Non poteva, anche se erano passati anni. Decenni. Non aveva ancora trovato il coraggio.

Così ascoltò, come ogni volta, con le palpebre serrate.

 

La voce di Rosina trascinava un po' le sillabe, nell'accento indolentedelle 'zeta' emiliane.Era di nuovo la notte dei suoi vent'anni e lei gli sussurrava maliziosa nell'orecchio. Era anche la sera dell'ultimo ballo delle mondine. Riccardo aveva una camicia bianca e calzoni puliti, come si addiceva al figlio del padrone. Ma niente scarpe, inutile rovinarle ballando. Bastavano le calze per guidare Rosina, alla luce dei fuochi; a lei bastavano i piedi nudi e i diciassette anni, splendenti come la pelle abbronzata che si intravedeva sotto la gonna a ogni giro.

E poi, Riccardo l'aveva portata dietro la stalla, e la gonna, gliel'aveva alzata, con la confidenza della passione condivisa da tante settimane. L'aveva accarezzata a lungo, intimamente, risalendo lungo il ventre di lei stranamente teso.

E allora Rosina aveva detto: «Sono incinta», abbracciandolo stretto. E lui... lui...

 

Riccardo aprì gli occhi. Il sole era tramontato e nella luce azzurra, il sottobosco sfumava in una nebbia leggera, che confondeva i cespugli e si appoggiava aerea sullo stagno. Solo la quercia si stagliava nitida, quasi nera, sullo sfondo ancora chiaro.

Si guardò le mani: non dimostravano novant'anni. Erano segnate, nodose, ma ancora forti. Però tremavano. Le dita di lei, invece, erano state gentili, ferme e precise, così giuste per la sua pelle. Sentì una fitta tra le costole. La voce di lei chiese ancora:

«Guardami!»

«No!»

Voltò il viso nella direzione opposta, verso i rami della quercia. Adesso erano avvolti nella foschia. Ancora un fruscio. Più forte di prima, però, anzi ruvido,come il cigolio di qualcosa che dondola.Gli parve di intravedere una forma snella e scura, appesa a un ramo. Si allontanava e si avvicinava.

Chiuse gli occhi di nuovo.

 

Il cortile dietro la stalla era attraversato da bagliori e lingue d'ombra. Quella sera di settant'anni prima, lui aveva fatto un passo indietro. Si era liberato dall'abbraccio di Rosina, stupito, spaventato. Con la sua camicia bianca da figlio del padrone e con i suoi calzoni puliti. E con la sua nuova freddezza.

E Rosina aveva spalancato gli occhi per non piangere e le sue labbra avevano cominciato a tremare. Era rimasta così, immobile, nell'istante che si dilatava sempre più, gonfio della distanza che cresceva tra di loro... tra quel ragazzo troppo fortunato per essere già uomo e quella giovane donna, già ragazza madre.

E poi lei era scappata verso il bosco. E lui... non l'aveva seguita.

E dopo, era stato troppo tardi.

Gli ci era voluta tutta una vita per capire, una vita lunghissima per aspettare. L'attesa di un sollievo che non poteva arrivare.E adesso era davvero troppo stanco.

 

«Guardami!»

«Non ce la faccio!»

«Perché?», la voce di lei era gentile, senza nemmeno l'ombra di un rimprovero.

«Perché se ti guardo, non potrò fare a meno di baciarti e... non me lo merito!»

Lei attese, in silenzio.

La notte scendeva, fresca e vellutata come un tessuto leggero. Lo avvolse e Riccardo sentì, improvvisamente, che il momento era venuto, così come appaiono evidenti certe verità nei sogni.  La tensione si allentò e le mani si distesero.

Si voltò verso di lei.

Non fece caso al teschio scarnificato e senza denti, alle ciocche rade inerti e scure.

Non si accorse nemmeno dell'angolo innaturale del collo, né delle orbite vuote.

La baciò, e finalmente smise di tremare, di respirare, di aspettare.

 

 

 
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